MINNITI E QUEL FAVORE MOLTO STRETTO

Non contento di occuparsi solo della satira, Vincent ci ha inviato l’articolo che segue, scritto da FRANCESCA FOLDA

RIVELAZIONI
Le intercettazioni tra il braccio destro di D’Alema e il direttore della “GAZZETTA DEL SUD”

Uno stanziamento per il ponte tra Reggio e Messina. Chiesto da un giornalista-imprenditore all’ex sottosegretario alla Presidenza. Che e’ finito nel bel mezzo di un’inchiesta che fa tremare la Calabria e imbarazza i palazzi di Roma.
Benvenuti a Reggio Calabria, anno 2000: la citta’ raccontata attraverso l’inchiesta sulla corruzione nella sanita’ pubblica, avviata da Boemi e dal sostituto procuratore Ettore Squillace Greco (ora trasferito alla procura di Prato). Squadra mobile e Ros dei carabinieri hanno seguito il filo di connivenze e favori che dalla cosca Audino portava ai vertici degli enti locali: dal direttore generale della asl, Francesco Cosentino, all’assessore regionale Aurelio Chizzoniti, eletto con il Patto Segni (agli arresti domiciliari per associazione a delinquere). Dal segretario provinciale ds Lillo Zappia all’ex presidente della giunta regionale Luigi Meduri, popolare (entrambi indagati).

Grande mediatore tra mafiosi e politici, secondo l’accusa, il giornalista Paolo Pollichieni, responsabile della redazione reggina della Gazzetta del Sud: per gli inquirenti era “capace di scatenare campagne di stampa a comando, di condizionare le decisioni della giunta regionale”. Ma anche di tessere trame tra la Sicilia e i palazzi romani.
Gli atti dell’inchiesta, divenuti pubblici con le 11 ordinanze di custodia cautelare firmate dal giudice Giampaolo Boninsegna, delineano un quadro di “malcostume politico-affaristico” e rivelano come uomini sospettati di essere referenti della ‘ndrangheta potessero dialogare con politici di rilievo nazionale. Primo tra tutti l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Marco Minniti (ora alla Difesa), originario di Reggio Calabria, dove torna spesso per il weekend.
E dove spesso incontrava Paolo Pollichieni: “La chiamo oggi perche’ sono qui a Scilla con Marco e la voleva salutare” dice il giornalista al proprio direttore, Nino Calarco, nel corso di una telefonata intercettata dagli investigatori il 30 luglio 1999. Il cellulare passa al politico diessino: “Il direttore… come stai?“. Si scherza, si parla, si ride, anche dei politici romani: dall’ex presidente Francesco Cossiga al segretario dell’Asinello Arturo Parisi.

Ma c’e’ di piu’. Calarco non esita a chiedere favori: “Senti una cosa… l’unica potenza che tu non riesci a esplicare… con questi maledetti burocrati del ministero dei Lavori pubblici… ancora questo decreto del bando non c’e’!”. Si tratta di un bando per il finanziamento della Societa’ Stretto di Messina: Calarco che ne e’ presidente, vorrebbe che fosse acquisita dall’Anas. Un tema gia’ trattato direttamente dal direttore della Gazzetta del Sud con il premier Amato, come dimostra il resto della conversazione.

Minniti: “Con Giuliano Amato come e’ andata?“.
Calarco: “oh! Favoloso, favoloso… Pero’ il problema caro Marco e’ che bisogna trovare nella Finanziaria un po’ di spiccioli perche’ io debbo chiudere la societa’ perche’ non ho piu’ una lira! … Non e’ che e’ una grossa cifra… 4… 5 miliardi… “.

Per Minniti e’ “chiaro”.
Meno di dieci giorni piu’ tardi un nuovo contatto: poco prima delle 9 di sera, l’8 agosto, Pollichieni assieme all’amico Marco Minniti chiama il direttore della Gazzetta del Sud. Un breve scambio di saluti e si arriva al sodo.
Calarco spiega: “Ti volevo segnalare due cose… primo che in questa Finanziaria… qualche cosa la dovete inserire… L’altro e’ che Bargone rema contro… ancora… dice che e’ andato da D’Alema… a dire… ma quale, il ponte sullo Stretto!“. Dall’altro capo del telefono solo rassicurazioni: “Ho capito va boh… adesso vedo io…”.

Persino il generale dei carabinieri Francesco Delfino (condannato in primo grado per truffa ai danni dell’imprenditore sequestrato Giuseppe Soffiantini) in una telefonata intercettata il 9 settembre ’99 si rivolgeva a Pollichieni perche’ il sottosegretario si interessasse alla sua vicenda processuale. Conversazioni del genere non potevano non colpire gli inquirenti, gia’ sorpresi da fughe di notizie e inquietanti relazioni tra uomini della ‘ndrangheta e del Sisde. Immediata la richiesta di spiegazioni al braccio destro di D’Alema: Marco Minniti, che non compare tra gli indagati, ha confermato di conoscere non solo Pollichieni, ma anche Giovanni Minniti che gli era stato presentato dal giornalista come “imprenditore antimafia”. Tra i due, nonostante l’omonimia, nessun legame di sangue: solo una conoscenza definita “occasionale e superficiale”. Ma il sottosegretario non ha escluso di aver incontrato l’amministratore della Edilminniti a Roma, oltre che a Reggio Calabria.
Per quanto riguarda le conversazioni con Calarco, il politico diessino ha precisato: “L’interessamento richiestomi, che io ritengo legittimo nella sostanza, non nella forma, era finalizzato alla concessione di fondi per il pagamento degli advisor“. E’ proprio Marco Minniti a spiegare che il governo aveva stabilito di chiudere la vicenda relativa al progetto di un Ponte tra Calabria e Sicilia nominando esperti che ne stabilissero la fattibilita’. Per pagare questi consulenti era necessario finanziare la societa’ Stretto di Messina.

Devo precisare – ha aggiunto Marco Minniti “che lo stanziamento dei fondi era stato autonomamente previsto dal ministero del Tesoro proprio per il pagamento degli advisor”. E ha concluso: “Non mi sono piu’ interessato della questione Ponte sullo Stretto di Messina” ma “ritengo che con l’approvazione della Legge finanziaria sia stato concesso il finanziamento necessario al pagamento degli advisor”.

Sul generale dei carabinieri travolto dalle inchieste giudiziarie, il sottosegretario ha dichiarato: “Non mi sono mai interessato del generale Delfino anche se non ricordo se qualcuno mi abbia richiesto qualcosa“. Se tali erano i rapporti di Pollichieni con uno dei massimi esponenti della politica nazionale, non meraviglia il modo in cui il giornalista e l’imprenditore arrestato per mafia, Giovanni Minniti, trattassero gli amministratori locali. Gli inquirenti restano sconcertati dalla “silente arrendevolezza e accondiscendenza del segretario provinciale Zappia e del vicepresidente della giunta regionale Giuseppe Bova”; parlano di “una politica calabrese prigioniera, ingabbiata e soprattutto manovrata”. Al punto da allontanare un direttore generale della asl (Giuseppe Costantino, che non si era piegato alle intimidazioni mafiose) per mettere al suo posto Francesco Cosentino, detto “Ciccio mazzetta”, già arrestato per concussione, legato alla massoneria di Vibo Valentia e contiguo agli interessi della ‘ndrangheta.

D’altra parte c’era un continuo scambio di favori tra l’imprenditore amico dei boss e i politici. “Sai perche’ ti chiamavo? Oggi come partito noi dobbiamo fare entro le 2 un versamento… Se tu ci potevi anticipare una somma” chiede il segretario provinciale ds Zappia a Giovanni Minniti, in una telefonata intercettata il 16 agosto 1999. Alla fine del mese, invece, Zappia telefona a un amico dell’Inail di Reggio Calabria.

Obiettivo: intercedere sulla moglie, dirigente dell’ufficio, perche’ “freni” l’ispettore che aveva multato per centinaia di milioni la Edilminniti. Le pressioni della funzionaria Inail sono puntualmente arrivate, ma l’ispettore e’ andato avanti per la sua strada. Fino al 18 marzo 2000 quando, mentre era in macchina con il figlio e il nipote, gli hanno sparato contro tre colpi di fucile. Dove non arrivava la politica, subentravano i boss.

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