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Padroni di niente, servi di nessuno

Pluralismo della violenza

Anni ’70, le cifre della violenza «bipartisan»

Una «guerra civile» in piccolo, fatta di migliaia di scontri, risse e attentati, con la destra sempre protagonista
M.D.C.
C’è molta deformazione nel modo in cui la maggior parte dei media sta trattando la confessione tardiva di Achille Lollo sul rogo di Primavalle. La destra estrema, i fascisti o ex che dir si voglia, stanno sfruttando la grancassa per accreditarsi come «vittime della violenza comunista» negli anni ’70. In mancanza di contraltare, qualche opinionista di memoria corta concede loro tale patente decisamente usurpata.

Quanti hanno più di 40 anni non faranno fatica a ricordare un numero impressionante di aggressioni fasciste che sono costate la vita o ferite più o meno gravi a tanti compagni. Ma i più giovani, a dar retta alle cronache di questi giorni, potrebbero legittimamente pensare che la sinistra – e solo lei – abbia molto da farsi perdonare. Com’è andata, insomma, la storia delle violenze dal ’68 in poi?

Per rispondere siamo ricorsi al libro Il nemico interno, dello storico Cesare Bermani. Che ci ricorda intanto come, tra sinistra e fascisti, non sia mai corso buon sangue, dal 1919 alla caduta del muro di Berlino (poi la sinistra ha preferito dimenticare; gli ex fascisti, a quanto pare, no). Limitandoci al periodo più recente, però, va registrato che il primo caduto negli «anni della contestazione» fu certamente lo studente di sinistra Paolo Rossi, ucciso a Roma il 27 aprile del 1966, sulla scalinata della facoltà di Lettere, davanti agli occhi di una polizia abbastanza miope. Miopia inguaribile, almeno per tutti gli anni ’70, e che convinse quasi tutti, a sinistra, che esistesse quantomeno una «benevola tolleranza» nei confronti dei neofascisti (sia quelli del partito di Almirante che gli altri più radicali, come Ordine Nuovo o Avanguardia Nazionale). Anche la magistratura dell’epoca (si pensi al processo per piazza Fontana) sembrava affetta da una malattia molto simile.

Da lì in poi, soprattutto dopo il ’68, è possibile definire quantitativamente le aggressioni, più o meno reciproche. Dal 1969 al 1975 rimangono «uccise o ferite 442 persone a causa di episodi di violenza o attentati. Ben 413 sono stati determinati dalle `stragi di stato’ e dall’eversione fascista, mentre solo 29 sono ascrivibili alle organizzazioni di sinistra». Il sommare le vittime delle «stragi di stato» con quelle causate dai fascisti appare legittimato dal fatto – incontestabile – che in tutte le indagini sulle stragi sono stati imputati (qualche volta condannati, più spesso protetti dai servizi segreti e fatti espatriare) numerosi militanti dell’estrema destra. D’altra parte, le 29 vittime (uccisi o feriti) da gruppi di sinistra comprendono anche quelle colpite dalle organizzazioni della lotta armata e non riguardano perciò soltanto i fascisti.

Nello stesso periodo si ebbero «2.528 episodi di violenza, di cui 194 ascrivibili alla sinistra, ben 1.671 alla destra e 174 ad altri». Gli «attentati non rivendicati» sono stati invece «1.708, di cui 175 ascrivibili alla sinistra, ben 1.339 alla dstra e 194 a ignoti». Si può dunque dire senza tema di smentita che nella prima metà degli anni ’70 – in cui cade anche il rogo di Primavalle – la violenza fascista è addirittura straripante, con qualche «risposta» da parte di alcuni militanti di sinistra.

Le cose cambiano negli anni successivi. Tra il 1976 e il 1982 «gli episodi di violenza sono stati 2.321, 977 attribuibili alla sinistra, 1,254 alla destra». Gli «attentati non rivendicati sono invece stati 4.445; 1.617 ascrivibili alla sinistra, 1.206 alla destra, 1.622 a ignoti». Altra cosa sono gli «attentati rivendicati» dalle organizzazioni della lotta armata, sia di sinistra che di destra, che entrano in un altro computo. Nel periodo indicato si verificano 2.055 attentati riconosciuti da gruppi di sinistra (394 dalle sole Brigate Rosse, 107 da Prima Linea), mentre 388 sono di destra. C’è però da aggiungere che a quel punto la maggior parte delle azioni «di sinistra» non vanno a colpire solo i fascisti, ma anche uomini e apparati dello stato; mentre le «azioni di destra» restano indirizzate quasi esclusivamente verso «i compagni». Bermani calcola in 22 i militanti di sinistra uccisi dai fascisti in agguati o scontri di piazza, mentre sono 11 i neofascisti morti nello stesso modo.

Quasi metà della «violenza degli anni `70» è comunque concentrata in tre soli anni: dal ’77 al ’79. Qui gli episodi genericamente violenti «sono stati 1.098, di cui 831 ascrivili alla sinistra, 206 alla destra». I veri e propri «attentati non rivendicati sono stati 3.084», di cui «1.393 ascrivibili alla sinistra, 854 alla destra, 837 a ignoti». Quelli «rivendicati» sono stati 1.808; «ai 1.541 rivendicati da sinistra si contrappongono i 267 rivendicati da organizzazioni di destra». In un solo anno, infine, le aggressioni contro i fascisti superano quelle di questi ultimi contro i compagni: nel 1977.

Cifre degne di una piccola «guerra civile». Cifre con cui è illusorio pensare di potersi misurare usando il metro deformante della giustizia dei tribunali (per quante «stragi di stato» sono stati arrestati e condannati i colpevoli?). In questa mole enorme di fatti violenti ognuno potrà agevolmente trovare qualche episodio mai completamente chiarito, con personaggi scampati alla condanna o all’arresto per un colpo di fortuna o un «interessamento di potenti». Personaggi che poi si sono «rifatti una vita», come i tre chiamati ora in causa dall’improvvisa e improvvida sortita di Lollo. E che magari, come qualche protagonista degli scontri di allora, siede su qualche poltrona importante. Persino ministeriale, si potrebbe dire.

Si può solo scegliere come chiudere quella pagina. O con la vendetta di parte, a seconda di chi va (temporaneamente) al governo. O con l’amnistia generale. Ma proprio per tutti, e senza «condizioni» che ne riducano o invalidino il significato politico.

Altrimenti si andrà avanti così, con un uso meschino della storia e di singole storie, che un giorno risolleva certi morti e un altro quelli sull’altro fronte.

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