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Padroni di niente, servi di nessuno

Vedere i figli: responsabilità genitoriali ed istituzionali

Separazione giudiziale: cosa accade ad un minore se i giudici non decidono nel suo interesse

Di una psicopatologia grave di un bambino, vogliamo parlare qui di seguito, se i giudici non decidono in merito al suo benessere e alla sua salute. Nello specifico, di aggravamento delle condizioni psicologiche di un bambino affetto dalla PAS (sindrome di alienazione genitoriale) se il tribunale non opera in maniera celere e tempestiva nel suo interesse: cambiando genitore affidatario o sanzionando il genitore inadempiente, ad esempio.

E’ il caso di domandarci quali siano le responsabilità etiche e istituzionali dei giudici nella discussione di un processo, se a tre anni dalla separazione giudiziale un padre non riesce a vedere suo figlio. E’ il caso di domandarci, anche, perché dopo lo svolgimento di due perizie dei servizi sociali e una CTU condotta da un valente psichiatra minorile, su preciso ordine del tribunale civile di Roma, non siano ancora stati presi provvedimenti nei confronti del minore.

Gli esperti sono tutti d’accordo nel ritenere che il minore sia stato alienato dal padre a causa del plagio e dell’indottrinamento della madre, che di fatto ha impedito normali rapporti tra padre e figlio finanche a colpire i rapporti del minore con la famiglia paterna.

Perché a distanza di tre anni, allora, non si sono ancora presi i provvedimenti necessari? Perché non si è dato riscontro alle perizie che ritengono il padre il genitore idoneo all’affidamento del minore, sia dal punto di vista sociale che affettivo?

Di questo caso, ne abbiamo parlato molte volte, ed è noto ai nostri lettori. Tre anni di battaglie e

di consulenze non sono ancora bastate per porre fine alla vicenda del professionista romano che oltre all’onere di non vedere più suo figlio, ha anche quello di dover pagare un lauto assegno di mantenimento all’ex coniuge, che nonostante ricorsi ed appelli è ancora quello preliminare, quello cioè stabilito dall’udienza presidenziale nel 2005 (4000 euro per l’ex moglie e 1000 euro per il minore) costringendolo al lastrico.

Che giustizia è quella che non” risolve” un processo di separazione nell’arco di tre anni, che mantiene gli stessi enormi, ingiustificati oneri economici per un padre; che non sanziona, di fatto, una madre che non permette al figlio di incontrare il genitore fuori casa e tutta la sua famiglia di origine; che non decide speditamente in merito alla scuola, alla casa, all’assegno di mantenimento quando risulti sproporzionato?

Sono tanti gli interrogativi ancora aperti su questo caso e l’aspetto più grave che tre anni sono passati e la giustizia non ha ancora espresso alcun parere definitivo, alcuna sentenza definitiva. Il professionista romano dovrà attendere il 4 aprile prossimo, quando a monte della decina di udienze non risolutive del suo caso, affronterà il Collegio dei giudici che potrebbe porre fine alla sua agonia personale, affettiva e giudiziaria. Almeno con una sentenza definitiva di primo grado. Dopo tre anni.

Il nostro appello- da cittadini- va ai giudici perché operino davvero secondo giustizia ed in maniera tempestiva in casi come questo e in tutti quelli di separazione quando di mezzo ci sono i minori. I minori sono l’elemento più debole nella separazione genitoriale e il prodotto più altamente “distruttibile”, se non si opera con scrupolo e speditezza. Un potere giudiziario che, scartate le ipotesi eccezionali di grossolana incapacità tecnica del magistrato, non decide o rimanda le sue decisioni, risulta esercitato non “”in nome del popolo” ma irrevocabilmente “malato” figlio di un sistema “terminale” che ha bisogno di essere riformato.

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