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Padroni di niente, servi di nessuno

Si chiamava Luca: aveva 16 anni

di Samanta Di Persio
fonte:www.cadutisullavoro.it

Luca Cardinale, un nome che probabilmente non dice nulla, non evoca ricordi. Questo è il dolore intriso di rabbia di Maddalena, sua madre. Luca all’età di 16 anni non vuole più andare a scuola. il periodo adolescenziale è difficile da gestire, è facile fare cattivi incontri. “Il padre gli disse non puoi stare in mezzo alla strada!” racconta Maddalena. Luca trova un lavoro presso una fabbrichetta vicino Torino. Rimane lì da maggio 1996 a maggio dell’anno dopo. Poi decide di cambiare lavoro spinto dai suoi amici che lavorano in un’industria di mattonelle autobloccanti per cortili a Sommariva del Bosco. A settembre del 1997, con disappunto dei genitori incomincia il suo nuovo mestiere. Viene assunto con un contratto di apprendistato. Quel lavoro lo entusiasma, a tal punto da imparare subito il mestiere. Forse è per questo che il 3 dicembre viene mandato alla pressa, da solo, senza un collega più esperto (tutor).

“Verso le 16.45 Luca andò a prendere un caffé con un amico, -continua Maddalena- si lamentò con lui che il macchinario non funzionava bene dall’inizio del turno alle 14. Aveva riferito anche ad altri colleghi, ma doveva continuare il suo lavoro nonostante non volesse. Questo quanto mi venne raccontato in privato da una persona che non lavora più lì. Trascorso un quarto d’ora viene schiacciato al torace dalla pressa. Ma nei verbali e nel processo non si parlerà mai di 5 del pomeriggio, tutto viene collocato alle 19, due ore dopo. Anch’io fui chiamata alle 19. l’agonia di mio figlio è durata fino alle 23.30, fra un ospedale e l’altro: non si trovava posto, non c’era la sala di rianimazione ed infine alle 23 alle Molinette di Torino.

I medici ci dicono ha un’emorragia, è molto grave, devono fare una Tac. Dopo una manciata di minuti tornano dicendoci Luca non ce l’ha fatta.” Luca avrebbe compiuto diciassette anni il 16 gennaio. Il calvario per la famiglia Cardinale era solo all’inizio. Dopo un anno e mezzo, anche il papà straziato dal dolore viene a mancare per un infarto. Maddalena rimane sola, con gli altri due figli.

Nessuno le bussa alla porta, nessun sindacato, nessuno dell’azienda. Durante il processo le dichiarazioni degli operai, fra i quali gli amici di Luca, saranno tutte uguali è colpa del ragazzo la sua morte, era dove non doveva essere, senza autorizzazione. “Ero spaesata. Non sapevo a quale porta bussare, in più senza l’appoggio di mio marito, feci fare tutto al mio avvocato. Presi un risarcimento, niente in confronto a quello che avevo speso e perso ed il caposquadra fu condannato a poco più di un mese con la condizionale. Per farla breve nessuno ha pagato”. E poi passano gli anni, undici. Bisogna vivere con un assegno di 800,00 euro, la reversibilità del marito, mentre Maddalena per Luca non riceverà mai nulla, per l’Inail Luca non aveva famiglia, non c’erano superstiti.

“Io ed i miei figli non siamo più gli stessi, ho avuto un tumore all’intestino, certi dolori ti portano là…”.
La morte di un uomo è grave, ma quando vengono a mancare ragazzi di vent’anni è una sconfitta per tutta la società. Significa che qualcosa non va. Se negli anni del terrore la politica messa alle strette e spaventata dall’idea di poter essere colpita ha creato leggi speciali per far fronte all’emergenza terrorismo, oggi morire sul lavoro è un’emergenza da sanare.

Il contatore delle vittime non si arresta, ma la volontà politica manca, perché la morte di lavoratori e lavoratrici non li tocca direttamente. Questi uomini e donne però si interrogano, si interrogano perché è toccato proprio a loro, si interrogano perché nessuno li aiuta, si interrogano perché non hanno tanti diritti. Quando parlo con loro, io tante risposte non gliele so dare. Maddalena, come altre madri, padri, vedove/i, figli e figlie, non vuole essere sola, chiede un po’ di solidarietà.

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