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Padroni di niente, servi di nessuno

San Libero 7 maggio 362

Paìs

Il primo nemico degli italiani è l’autovelox. Il secondo la Guardia di Finanza. Seguono i communisti, gli zingari, i marrocchini, i rumeni, la gente senza soldi e quasi tutti gli altri italiani.

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Tasse

L’impopolarità di Gorbaciov, dicono, è nata quando (per risanare il bilancio statale, e anche per affrontare l’antico problema dell’alcoolismo) ha aumentato il prezzo della vodka. E anche ora, in Italia, potete chiacchierare quanto volete ma la verità è che Prodi non solo ha cercato di far pagare le tasse agli italiani, ma anche l’ha proclamato pubblicamente. “Tasse è giusto, tasse è bello, tasse è civile!”. Col cavolo. Quello che scoccia agli italiani non è il pagare in sè (fra pizzo e mazzette si paga molto di più, ma nessuno s’è mai lamentato) ma proprio il concetto di tassa, il dar soldi allo stato. Fra gl’italiani e la Finanza s’è scatenato insomma un vero e proprio scontro di civiltà. Questione di Weltanschaunung, signora mia.

E la riprova s’è avuta quando il feroce Visco ha messo in pubblico l’elenco (pubblico) di chi paga: dagli editorialisti di destra ai comici rivoluzionari, dalla Lega Latifondisti all’Unione Consumatori, tutti gli italiani sono scattati in piedi come un sol uomo: “No! Questo no!”, “Dove andremo a finire?”: in nome della libertà, della privacy, della lotta ai sequestri e di molte altre cose. Su ciò un politico abile – come probabilmente è Tremonti – non poteva non riflettere, e dopo molte e profonde riflessioni ha deciso che:
“Dal primo giugno è abolita ogni e qualsiasi forma di gabella su tutto il territorio nazionale. Ici, Irpef, Iva sarano solo un lontano ricordo. Maledetto communismo! Evviva Berlusconi!”. Sì, ma allora dove si prendono i soldi per pagare le veline, i carabinieri, il ponte di Messina e tutto il resto? Eh eh. “Conosco i miei polli” ghigna il ministro.

I finanzieri, d’ora in avanti, vestiranno in borghese con occhiali neri e gessato. Senza esibire alcun tesserino, e parlando con un forte accento siciliano, si presenteranno con discrezione a tutti i commercianti, gl’industriali, i piccoli e grossi imprenditori. “Vossia come sta? Ma è sicuro che sta bene?”. E chiederanno il pizzo: più o meno quanto avrebbero dovuto pagare sotto Visco, moltiplicato per due. Naturalmente non ci sarà nessuno che si rifiuterà di pagare (tolti i duecento commercianti palermitani – su diecimila – che hanno aderito ad Addiopizzo) e i denari, in banconote da piccolo taglio e avvolti dentro fogli di giornale, verranno regolarmente consegnati all’amministrazione dello stato. Altro che lotta all’evasione: neanche il fisco tedesco sarà mai stato così rispettato.

Sì, ma questo in Sicilia, a Napoli, insomma dove pagare il pizzo è già un’abitudine accettata e diffusa. Ma in un Milano, a Bergamo, nel Nordest libero e selvaggio? Niente paura: intanto, anche in queste contrade l’ammirazione per la mafia (“Io voto Mangano!”, “Viva Dell’Utri!”) ha fatto passi avanti significativi. E poi, nei casi difficili, basterà cambiare la forma della richiesta: non più pizzo generico ma precisa richiesta di tangente (che dalla fine di Mani Pulite in poi è considerata normale). Alla peggio, l’agente – parlando in italiano approssimativo – si qualificherà come emissario del governo cinese o rumeno, lasciando intendere che un’opportuna generosità aiuta moltissimo a trasferire le fabbriche laggiù, a comprare manodopera locale, ecc. E anche in questo caso i soldi finiranno all’astuto fisco italiano.

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Xeno

Il sindaco di Verona ha ricevuto ieri l’ambasciatore della Padania in Italia. Oggetto del colloquio, secondo indiscrezioni, l’ondata di violenze che da tempo colpisce la città veneta ed è ultimamente culminata nell’assassinio di un cittadino. “I padani – ha dichiarato il sindaco – possono vivere in Italia a condizioni di rispettare le leggi e non creare problemi. Non abbiamo pregiudizi contro di loro, chiediamo semplicemente che si adeguino alla convivenza civile”. Le parole del sindaco non soddisfano però molti cittadini, fra i quali si fanno sempre più strada posizioni più radicali, ai limiti della xenofobia. “No xe quasi più veneti a Verona! – ci ha detto un cittadino che non ha voluto dare il suo nome – Ormai vedi padani dapertutto… Ska, naziskin, camise verdi…”.

In effetti, la percentuale di padani nel veronese supera ormai il quindici per cento della popolazione, una delle concentrazioni più alte d’Europa. E’ un dato che, al di là dei singoli episodi, suscita un allarmismo sociale difficile da contenere. In qualche bar si comincia già a parlare di “ronde italiane” per “tegnir al su posto” gli stranieri. “Rimandemoli in Padanìa!” bofonchia qualcuno. Preoccupazione nella comunità padana. Le autorità minimizzano. “La situazione – assicura il questore – è sotto controllo”.

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Veltronized

Veltronizzata anche l’Inghiltera: crollano i laburisti (i nuovi laburisti blairizzati) e ritorna la destra. Il motivo della disfatta è molto semplice: sotto i “rinnovati” – cioè non più di sinistra – governi laburisti i primi mille miliardari britannici, secondo il Sunday Times, hanno moltiplicato di quattro volte i propri patrimoni; carovita e precarietà, contemporaneamente, per la gente comune. Che una volta per protestare si rivolgeva ai laburisti e ora invece se li ritrova come controparte. Alla fine del ciclo, Blair lascia macerie sia nel partito (al 25 per cento) che nella società.
La colpa, naturalmente, non è di Blair (che ha appena comprato un castello da cinque milioni) nè di Brown (“Non mi dimetto!”) ma dei cittadini bestie che non apprezzano la svolta politica di quella che una volta era la sinistra più popolare d’Europa.

Blair chiacchiera e perde, Zapatero vince e governa; Blair lascia in mutande il suo partito, Zapatero gli fa vincere le elezioni. Eppure, chissà perché, in Italia se dici “facciamo come Zapatero” sei un estremista folle, se dici “voglio essere il Blair italiano” sei uno statista destinato a chissà che alti destini.

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Solita minestra, ma “user generated”

Si chiama YKS il nuovo canale video satellitare che si propone come uno spazio televisivo interamente costruito dagli utenti, invitati a spedire e segnalare video pubblicati in rete. Per capire chi c’è dietro basta leggerne il nome al contrario, ed ecco apparire magicamente il network SKY. Nonostante i roboanti comunicati che lo descrivono come un canale “partecipativo per natura”, questo esperimento ha tutto il sapore della vecchia televisione. Tra i promotori del progetto, infatti, troviamo il direttore Andrea Soldani, teleostetrico che ha contribuito al parto di moloch televisivi come “Amici” di Maria de Filippi e il Maurizio Costanzo Show, tanto per restare in famiglia. Il problema non è tanto il pedigree o il curriculum degli autori, ma il progetto editoriale che c’è dietro questa iniziativa.

Non è la prima volta che un programma viene interamente realizzato con i contributi degli spettatori, e da Paperissima in poi c’e sempre qualcuno pronto a riempire palinsesti a buon mercato utilizzando materiali belli e pronti spediti da chi vuole conquistare i suoi quindici minuti di gloria. Quella che sarebbe davvero una novità sarebbe l’abolizione dei direttori del programma, per lasciare agli spettatori il compito di decidere quali saranno i video più cliccati e votati che andranno a finire sul satellite. Ma mi permetto di dubitare che questa soluzione, tecnicamente a portata di mano, venga accettata politicamente da un network come Sky, se non altro per non scontentare gli inserzionisti pubblicitari. Per ogni notizia data ce ne sono altre mille scartate, e l’informazione è innanzitutto un processo di selezione e negoziazione.

Mi chiedo allora chi selezionerà i video da trasmettere su YKS, e chi ha deciso che la programmazione sarà confinata all’interno di sette binari: Entertainment, Tech, Sport, Life, Passion, Travel, News, World, con buona pace di chi non parla inglese e vorrebbe almeno un filone tematico con un nome italiano, magari dedicato all’ecologia, o alle energie alternative, o ad altre tematiche “non selezionate”.
La cosa peggiore di tutto questo è che la stessa minestra di sempre, con una spolverata di partecipazione in più, viene spacciata come l’ultima frontiera del giornalismo dal basso.
[carlo gubitosa]

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Sicilia

In Sicilia ci sono buoni e cattivi come dappertutto. Ci sono i ragazzi che fanno Addiopizzo, e ci sono i commercianti che il pizzo lo pagano felicemente: coi loro bravi politici di riferimento.
Invitiamo alle manifestazioni tutt’e due? Facciamo finta di niente, o prendiamo atto che sotto la mafia la Sicilia è spaccata esattamente come l’Italia sotto il fascismo? Anche allora, il commerciante romano mica era “fascista”: alle adunate ci andava malvolentieri, quando ci andava. Però gli conveniva che il negozietto ebreo, che gli faceva concorrenza, fosse tolto di mezzo.
I ragazzi di Addiopizzo hanno tentato per due anni di seguito di convincere i commercianti palermitani a dire semplicemente “io sono contro il pizzo”. Su circa diecimila commercianti, ne hanno convinto circa duecento.
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Sono le lotte dei poveri (i senzacasa, le cooperative contadine di Libera siciliane e calabresi, ecc.) quelle che fanno più paura al sistema mafioso.
Su esse bisogna puntare al massimo, generalizzarle, sostenerle, avere una politica di alleanze (dai “moderati” agli “estremisti”, senza puzze al naso) basata su di esse; e sviluppare una battaglia di comunicazione (giornali, tv, internet) senza la quale nessuna battaglia può essere generalizzata. Licausi, Radio Aut e Pio La Torre non sono dei nomi storici, sono semplicemente le cose da fare ora.

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Peppino Impastato

Trent’anni fa veniva ucciso Peppino Impastato, che lottava contro la mafia nella Sicilia di allora. Allora i boss s’incontravano con gli esponenti del governo, la mafia stava nei grandi affari, i giornali tacevano e quelli come Peppino erano presentati come estremisti folli con chissà che idee strane in testa. Sono passati trent’anni: cos’è cambiato davvero? Come verrebbe accolto, se tornasse ora, Peppino?

Spatola, Inzerillo e Badalamenti erano i tre esponenti autorevoli della mafia pre-corleonese. Dei tre, Badalamenti era quello che fece ammazzare Peppino e Spatola era quello che si incontrava – a quanto ha stabilito il processo di Palermo – con l’esponente politico Giulio Andreotti.
Cos’era l’antimafia negli anni ’70? Negli anni ’50 era semplicemente un’ invenzione dei comunisti per fomentare l’odio sociale. I Salvo erano governativi e stavano nelle istituzioni. Come anche Ciancimino e Salvo Lima. Furono ammazzati più compagni in Sicilia che dissidenti in Bulgaria, in quegli anni là. E, come in Bulgaria, la stampa ufficiale taceva.

A metà dei Settanta, gli anni di Peppino, l’antimafia era una battaglia vetero di alcuni compagni fuorimoda, che non riuscivano a comprendere come il mondo fosse cambiato. Essi si dividevano fra communisti tozzi e antipatici, come Pio La Torre, ed estremisti esaltati, pericolosamente vicini al terrorismo, come Peppino. Gente da tenere a bada; gente che, ad ammazzarla, si poteva contare su un tot di solidarietà inconscia (non sempre inconscia) da parte del potere. E dei suoi media, naturalmente. Guardare i giornali siciliani, e quasi tutti quelli italiani, dopo l’eccidio di Portella; o dopo quello di Avola; o dopo la morte di Peppino.
Peppino, essendo un compagno, ne sapeva di più. Sapeva che la mafia non è semplicemente illegalità, roba penale. E’ soprattutto potere, comando dei ricchi sui poveri, regime. “Borghesia mafiosa”, diceva Mario Mineo già negli anni ’60..

Ci sono pochissimi film che abbiano giovato alla lotta alla mafia quanto i Cento Passi”. Decine di ragazzi che hanno scoperto l’antimafia proprio da quel film. Dio benedica chi l’ha fatto. Però non è vero che alla fine la gente, commossa, si schierò quasi spontaneamente dalla parte buona. Al primo corteo dopo l’assassinio, nei giorni di quel tragico “La mafia uccide il silenzio pure”, c’erano pochissimi compagni dietro lo striscione. La presa di coscienza fu lentissima; ci fu molto più a Palermo che in provincia e molto più in altri paesi che a Cinisi. A Cinisi, a tutt’oggi, la maggioranza della popolazione è ancora culturalmente mafiosa.

La lotta per Peppino fu portata avanti da pochissime persone, senza le quali tutto sarebbe finito lì. Era appena finito il ’77 e fra i militanti “rivoluzionari” era in corso il “ritorno al privato”. Già prima di essere ucciso, Peppino era un emarginato, in mezzo a loro.
Fu dopo la sua morte che ognuno fu obbligato a scegliere. Alcuni privatizzarono sempre più le loro vite; molta Forza Italia palermitana viene da lì. Altri, soli e perdenti, risposero all’appello. E’ ingiusto non farne i nomi. Umberto Santino, allora, gestiva una piccola libreria di Palermo (la “Centofiori”) e aveva dato vita a un centro di documentazione. La lotta per la verità su Peppino, e dunque sulla mafia, e dunque sul potere, nacque lì. E’ un particolare rimosso, e non è un particolare minore.

Fu – inaspettatamente – una lotta vincente, poichè ebbe la fortuna di trovare sulla sua strada un interlocutore come il giudice Chinnici (altro dimenticato, e per buone ragioni anche lui). E così nelle carte della repubblica Italiana i posteri troveranno scritto che un antimafioso fu ucciso da Badalamenti, che era amico di Spatola, che era – se non amico – almeno un interlocutore di Andreotti.
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Cinisi, 9 maggio: manifestazione nazionale contro la mafia
Info: Centro Impastato

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Claudio Giusti wrote:

< La città di Baltimora ha 600.000 abitanti e 300 omicidi all’anno. A New Orleans, con 300.000 abitanti, ne hanno 200. In Italia (60 milioni) facciamo dell’isteria per 593 omicidi nel 2007 >

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Coro

< Padron nostro
che sei al governo
sia massmedizzato il Tuo nome
Fiat e Mediaset voluntas tua.
Dacci oggi il nostro pane interinale
rimetti a noi i nostri crimini
come noi li rimettiamo ai nostri superiori
e non c’indurre in tentazione di pensare
ma liberaci da ogni legge
e così sia >

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“A che serve vivere, se non c’è il coraggio di lottare?” (Giuseppe Fava)
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