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Padroni di niente, servi di nessuno

Papà c’è e non serve solo per pagare

“La giustizia non è ardore giovanile e decisione energica e impetuosa: giustizia è malinconia.”
Thomas Mann (1875-1955)

Papà c’è e non serve solo per pagare, sentenzia il tribunale: la storia di un cittadino romano

a cura di Lisa Biasci

La giustizia è malinconia: così diceva lo scrittore tedesco nel “Disordine e dolore precoce”, così possiamo dire noi -oggi- quasi senza fiato, alla fine di una lunga “querelle” giudiziaria. Vicenda umana malinconica davvero, di malagiustizia, quella di un “uomo perbene” di cui ci siamo occupati tante volte nelle pagine di Censurati. Vi ricordate il caso di malagiustizia di un papà condannato quattro anni or sono da un tribunale civile di questo malandato paese a versare un assegno di mantenimento onerosissimo all’ex moglie? E poi, a lasciare la propria casa, ad affrontare perizie, CTU, incontri con i servizi sociali perché non riusciva più a vedere suo figlio?

Ebbene, dopo quattro anni e dei travagliati percorsi giudiziari e peritali, è arrivata una sentenza definitiva di separazione. Alcune pagine che pongono fine ad un caso ordinario di separazione giudiziale, ad alta conflittualità, a Roma, tribunale civile di grande attività, in Italia, paese che viene avvicinato all’Angola nella classifica mondiale dell’inefficienza del sistema giudiziario.

Questo cittadino romano ce l’ha fatta dopo quattro anni di udienze, attese, verdetti, rinvii, scioperi, ferie, festività della cancelleria, dei tribunali, dei giudici. Quattro anni dal provvedimento presidenziale, del marzo del 2005, che stabilì solo ed esclusivamente i provvedimenti più urgenti e immediati in merito alla prole, al patrimonio, al mantenimento.

Nel dettaglio, la sentenza di primo grado che è arrivata adesso, è stata decisa da tre giudici riuniti in consiglio (due giudici del tribunale uno dei quali ha condotto l’istruttoria, e il presidente).Essi hanno deliberato che il minore “alienato dalla madre ai danni del padre” resti affidato ai servizi sociali competenti, che resti domiciliato con la madre nella casa di proprietà del padre, con il compito dei servizi di tutelare, provvedere, ricomporre il rapporto tra padre e figlio. I giudici affermano anche un limite degli strumenti di intervento del sistema giudiziario italiano in casi come questo, dove l’alternativa all’allontanamento di un minore dalla madre non idonea all’affidamento unico, è la casa famiglia o il padre che però- in questo caso- è stato alienato dal minore ed è una figura che il minore potrebbe solo contrastare.

I giudici riconfermano ampiamente i risultati della CTU, attribuendo alla madre un comportamento alienante e vessatorio, talmente condizionante nei confronti del figlio da allontanarlo dal padre e dalla sua famiglia per pura volontà “risarcitoria” e vendicativa.

Una cattiva madre, a nostro giudizio, perché pronta ad utilizzare il figlio in una guerra senza quartieri nei confronti del padre, dei servizi, dei tribunali.

Il minore dunque dovrà essere accolto, protetto, aiutato e fatto maturare libero di condizionamenti e di rivendicazioni. Ma i servizi sapranno farlo? Riusciranno a dispiegare la matassa psicologica di questa vicenda?

Teniamo conto, purtroppo, in questa vicenda, che la madre si è sempre sottratta ed ha sottratto la figlia ad ogni e qualsiasi intervento dei servizi.

Quindi cosa significa la sentenza definitiva se non che chi non rispetta le leggi ed i provvedimenti dei giudici fa bene a farlo, dato che non subisce conseguenza alcuna a seguito dei suoi inadempimenti? Dov’è il ruolo di un sistema giudiziario che provvede e sanziona gli inadempienti in materie così delicate come le “cose” della famiglia.

Last but non least, la sentenza ha sviluppato anche i nuovi provvedimenti economici di questo caso. I giudici hanno così deciso di mantenere 1000 euro di assegno di mantenimento per il minore mentre si prevede 1500 euro per l’ex moglie. Ben 2500 euro in meno rispetto al vitalizio assegnatole in passato dal giudice dell’udienza presidenziale.

Cosa significano queste cifre? Perché quest’uomo ha dovuto pagare all’ex moglie per quattro anni somme colossali che poi alla lunga sono state ridotte di più della metà? Perché ha dovuto versare 5000 euro di mantenimento a moglie e figlia per 4 anni,a fronte di uno stipendio di 6000 euro da cui andavano detratte anche le spese dell’affitto della casa dove l’uomo viveva?

Forse si può affermare che il giudice della sentenza presidenziale, cioè della prima udienza di separazione, ha stabilito cifre inadeguate, sproporzionate, insostenibili? Perché ha ridotto l’uomo a lavorare duro e per gran parte della giornata e a non aver i soldi per pagarsi neanche un cappuccino?

Di fronte a questa desolazione, si può solo affermare che il giudice Maurizio Durante (n.d.r. avevamo promesso che avremmo cominciato a fare i nomi di tutti quei giudici che disonorano lo Stato Italiano usurpando una toga) aveva davvero “prese lucciole per lanterne” e che ci sono voluti ben quattro anni di battaglie in tribunale per avere una sentenza secondo giustizia!

Da non sottovalutare il fatto che questo giudice è stato trasferito dopo alcuni mesi ad altra sezione del Tribunale civile di Roma. Le sue famose sentenze “durantine” hanno lasciato il segno a tal punto che ha dovuto lasciare la sezione del diritto di famiglia del tribunale romano per altre competenze: ordini superiori. E certo non è stato un trasferimento “premio”, alla luce di quello che accadeva nei suoi processi.

Per la vostra umana comprensione, vi lasciamo un altro dato e non l’ultimo, che appare inaccettabile in questa vicenda giudiziaria.

La sentenza definitiva dei tre giudici è stata firmata nella seconda metà di dicembre 2008 a ridosso delle festività natalizie, per poi essere rimasta depositata in cancelleria sino alla fine del mese di febbraio 2009 e resa ufficiale alle parti a metà del mese di marzo!

Tre mesi, ben tre mesi, perché una sentenza passi dalle mani di un giudice a quelle del diretto interessato. A voi la parola!

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