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Padroni di niente, servi di nessuno

L’avvocato Colonna denuncia la censura di Beppe Grillo, il paladino dell’informazione democratica

Lo spirito della mia lettera al blog di Beppe Grillo era (ed è) quello di offrire ai lettori la conoscenza di alcuni fatti che, a mio giudizio, sconfessano la patente di diversità a tutto tondo di cui si fregiano gli on.li Alfano e de Magistris e che rappresenta uno, forse il più importate, degli aspetti del loro appeal presso sostenitori ed elettori. Nessuna intenzione di formulare attacchi gratuiti o offese personali, né valutazioni su un piano politico in senso stretto che sono tra l’altro anche premature, atteso il breve periodo trascorso dalle elezioni. Intendo – invece – confrontarmi sul piano dei dati di fatto, auspicando un contraddittorio innanzitutto con gli interessati. Mio esclusivo interesse è quello di rappresentare dati obiettivi e verificabili. Confidando nella capacità dei lettori di accostarvisi con mente scevra da pregiudizio politico o legato a simpatie personali.

L’on.le Sonia Alfano.
Durante la campagna elettorale è stato dato risalto mediatico alle denunce versus il potere istituzionale – mafioso barcellonese portate avanti da Sonia Alfano. In particolare la neoparlamentare ha pubblicamente riferito, con veemenza, che da diversi anni ma sinora inutilmente, ha denunciato il ruolo criminale svolto dal P.M. Olindo Canali nella conduzione delle indagini sull’omicidio del padre. L’indagine giudiziaria, nonostante abbia portato alla condanna di Giuseppe Gullotti e di Antonino Merlino, secondo l’on. Alfano, sarebbe stata connotata dall’esistenza di depistaggi finalizzati a evitare il coinvolgimento di soggetti di spicco sia appartenenti alle istituzioni sia mafiosi locali e, quindi, avrebbe inteso favorire la mafia barcellonese. Beppe Alfano, secondo il racconto della figlia, sarebbe venuto a conoscenza del luogo del barcellonese ove Nitto Santapaola era in quel momento latitante. Tali specifiche indicazioni, riferite alla fine dell’anno 1992 dal giornalista ucciso al P.M. Olindo Canali, alla presenza della figlia Sonia, avrebbero potuto portare – nella mani di un inquirente limpido e capace – all’ immediata cattura di Santapaola, al disvelamento delle cointeressenze mafiose del c.d. “terzo livello barcellonese” e dei collegamenti esistenti tra il gruppo capeggiato da quest’ultimo e quello dei barcellonesi, retto da Giuseppe Gullotti. Invece, secondo la ricostruzione di Sonia Alfano, il Pm Canali dapprima avrebbe rivelato la confidenza ricevuta ad un personaggio istituzionale, collegato con la mafia barcellonese, sancendo così la condanna a morte di Alfano, ucciso dalla mafia in Barcellona l’8/1/1993; in seguito avrebbe orientato le indagini, di cui era assegnatario, sviandole dalla reale causale dell’omicidio (la pista Santapaola) e coltivando scientemente un filone falso, quello cioè che traeva spunto dalle ostinate denunce di Beppe Alfano sulla corruzione all’interno di un Ente assistenziale del barcellonese (l’Aias). Per raggiungere efficacemente lo scopo il dr. Canali avrebbe anche pilotato le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia (Maurizio Bonaceto) raccogliendo a Roma, in data 12.5.1993, un verbale di interrogatorio nel quale veniva messo nero su bianco il falso movente dell’omicidio (la pista Aias). Premesso che l’on.le Sonia Alfano dispone dei documenti processuali ed ha vissuto personalmente determinate drammatiche fasi della vicenda, va subito detto che i dati di prova emersi, anche dopo l’emissione della sentenza di condanna a carico di Gullotti quale mandante e di Merlino quale esecutore dell’omicidio, portano ad affermare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che l’omicidio Alfano nasce effettivamente dalle reiterate notizie diffuse dal giornalista nell’estate del 1992 in relazione ad un episodio corruttivo nell’ambito dell’ Aias, sezione di Milazzo. Il disturbo che Alfano creò, in tale vicenda, fu tale che cercarono di “comprarne” il silenzio, offrendogli somme di denaro che furono rifiutate dal giornalista. Elementi probatori plurimi, non controvertibili e non inquinabili, univoci nella loro interpretazione permettono di affermare, dunque, che è corretto il giudicato di condanna formatosi ed anche le richieste finali formulate in sede di requisitoria dal P.M. Canali. Proprio quegli elementi emersi portano ad individuare, anche oggi, l’imprenditore nell’interesse del quale la cosca barcellonese si mosse, dapprima per addomesticare la voce del giornalista e poi, non riuscendovi, per eliminarlo.

Andiamo con ordine ed elenchiamo, intanto, i dati che escludono il collegamento tra l’omicidio del giornalista e la latitanza di Santapaola nel barcellonese e, in conseguenza, dimostrano in radice l’ infondatezza della tesi del depistaggio.

E’ un fatto giudiziariamente accertato che, all’epoca dei colloqui tra il P.M. Canali ed il giornalista – collocati dalla figlia nel dicembre del 1992 – Nitto Santapaola NON trascorreva la latitanza nel barcellonese né vi era stato nel periodo precedente. Dopo essere stato per anni a Graniti, nei pressi di Giardini- Naxos, Santapaola è stato latitante per tutto il 1992 nel catanese e, in particolare, nell’ultimo periodo dell’anno ‘92 a Mascalucia (pendici dell’Etna) presso certo Grasso, un rivenditore di bombole di gas. In tale ultima abitazione Santapaola si trattenne fino al 6.1.1993, quando precipitosamente se ne dovette allontanare e, dopo poco tempo, dovette raggiungere un rifugio nella zona di Barcellona P.G.., grazie all’aiuto di Santo Battaglia. Del covo barcellonese si occupò Giuseppe Gullotti che sistemò il latitante presso un’abitazione di Terme Vigliatore in uso a tale Aurelio Salvo che unitamente a Domenico Orifici, agli ordini di Salvatore Di Salvo, per tre mesi circa garantì la latitanza del boss catanese nelle vicinanze di Barcellona Pozzo di Gotto. La mattina del 28 aprile 1993 Nitto Santapaola venne trasferito in una altra abitazione nella zona di Caltagirone (CT) ove il mese successivo venne arrestato. E’ un fatto vero, quindi, che il boss catanese è stato latitante nel barcellonese. NON è VERO, tuttavia, che lo fosse al tempo degli asseriti colloqui tra il giornalista Alfano ed il P.M. Canali. La datazione della latitanza trascorsa nel barcellonese da Nitto Santapaola è agevolmente ricostruibile, sulla base di atti processuali, ben noti all’Alfano.

In particolare:
1. le conversazioni ambientali intercettate tra il 5 e 6 aprile 1993 presso un esercizio commerciale di Barcellona P.G. tra uno dei favoreggiatori del latitante ed un altro soggetto. Dalla lettura di tali intercettazioni emerge (ambientale del 5.4.1993) che Santapaola (chiamato lo zio) era uno dei soggetti sino a poco prima presenti alla conversazione che si svolgeva nella stanza; nella ambientale successiva, datata 6.4.1993, il favoreggiatore della latitanza riferisce che il boss catanese si trovava nel barcellonese da “due mesi, due mesi e mezzo”;
2. l’ordinanza che dispone la misura cautelare in carcere emessa dal Gip presso il Tribunale di Catania il 27.12.1993 nell’ambito del processo c.d. Orsa Maggiore. Dal provvedimento e dagli atti allegati si apprende quali furono i luoghi della latitanza del boss catanese dal 1984 al 6.1.1993, con l’indicazione specifica di coloro che per tali lunghi anni garantirono la copertura al latitante, fornendo stabilmente abitazioni, vitto ed appoggi. Nell’ordinanza citata le conoscenze sulla latitanza di Santapaola si arrestano al 6.1.1993. Tali informazioni sono state fornite da alcuni collaboratori di giustizia che avevano coperto la latitanza o si erano incontrati con il boss durante la stessa, l’ultimo dei quali fu il catanese Samperi Severino Claudio, uomo d’onore della famiglia Santapaola, che iniziò la collaborazione con la giustizia proprio il 6.1.1993. In quella stessa giornata, elencandolo ovviamente tra i principali contributi che poteva offrire, Samperi riferì il luogo dell’ultimo covo di Nitto Santapaola, vale a dire a Mascalucia presso tale Grasso, “quello del gas”, dove di recente era anche andato a fargli visita. Immediatamente personale della Squadra Mobile della Questura di Catania fece irruzione in tale abitazione da cui, tuttavia, il latitante, informato in tempi reali dell’inizio della collaborazione di Samperi, si era dato a precipitosa fuga;
3. le dichiarazioni di Natale Di Raimondo, uomo d’onore della famiglia Santapaola che nel 1998 iniziò a collaborare con la giustizia, rese all’udienza pubblica del 6.6.2000 nell’ambito del processo c.d. Orsa Maggiore. Il collaboratore di giustizia ha riferito che qualche giorno dopo l’inizio della collaborazione di Claudio Samperi (datata come si è detto 6.1.1993) egli stesso ne ebbe notizia da parte di Santo Battaglia, altro uomo d’onore della medesima famiglia; nell’occasione gli fu detto che Nitto Santapaola era stato spostato in tutta fretta dall’abitazione di Mascalucia, in quanto il rifugio del capomafia era noto a Samperi;
4. le dichiarazioni rese dal collaborante catanese, uomo d’onore della famiglia Santapaola, Maurizio Avola. Da tali deposizioni emerge che Gullotti – nel corso di una visita a Catania in compagnia di altro personaggio di Barcellona – aveva messo a conoscenza la famiglia catanese dell’intenzione di eliminare il giornalista; che la necessità dell’omicidio era da ricondursi, a detta di Gullotti, alle difficoltà create dal giornalista a soggetti di rilievo in ambito locale; che tale visita del boss barcellonese a Catania, in cui egli riferì dell’intento omicidiario, era da collocarsi temporalmente nella prima metà del dicembre 1992, essendo avvenuta in epoca di poco antecedente alla consumazione dell’omicidio di Giuseppe Iannello, avvenuto a Barcellona PG il 17.12.1992.
Le indicazioni fornite dal collaborante Avola permettono anche di stabilire che l’abitazione messa a disposizione del latitante Santapaola era ubicata in Terme Vigliatore, paese confinante con Barcellona; il luogo e la casa vennero individuati – sulla base delle descrizioni fornite da Avola nelle sue dichiarazioni – nel corso di un sopralluogo svolto dalla Corte di Assise di Appello di Catania in data 23.7.2000. Tale abitazione in Terme Vigliatore, e non altra di Barcellona P.G., è quella in cui Maurizio Avola stesso si recò alla fine del mese di febbraio 1993 nell’unica visita che effettuò al suo capo famiglia nel periodo di latitanza barcellonese. Dal complesso delle numerose dichiarazioni sul punto rese da Avola si ricava che l’omicidio ai danni di Beppe Alfano avvenne nello stesso periodo in cui Santapaola venne trasferito nel barcellonese. Tali atti processuali – che sono comunque a disposizione di chi intenda esaminarli integralmente – sono noti all’on.le Sonia Alfano almeno dal 2002 e cioè da quando, a distanza di circa nove anni dall’omicidio del padre, iniziò a formulare le accuse nei confronti di Olindo Canali nei termini di cui sopra. A quanto desumibile dagli atti sopra elencati vanno aggiunte le risultanze di intercettazioni telefoniche, effettuate dopo la metà del mese dicembre del 1992, dalla Squadra Mobile presso la Questura di Catania e dal Centro D.I.A. di Catania, in occasione dell’arresto dei figli bel boss catanese (operazione c.d Viale Ionio); da esse ulteriormente trae conforto la ricostruzione per cui Nitto Santapaola in quel periodo (dicembre 1992) si trovava a Mascalucia.

Dai fatti esposti, emergenti dalle fonti indicate, si trae la seguente conclusione:

– quando Beppe Alfano, secondo le interviste della figlia Sonia, ebbe a riferire nel dicembre 1992 al pm Canali il luogo del barcellonese ove Santapaola secondo le informazioni in suo possesso era latitante, il boss catanese era invece ospite in una abitazione di Mascalucia, a circa 150 km di distanza, né nel periodo precedente aveva mai trovato rifugio a Barcellona P.G. o nelle vicinanze. A questo punto, sulla base della legittimazione che deriva dai fatti riportati e rimanendo sempre in attesa di replica che sia in termini e non si limiti a generica invettiva, sorgono le seguenti domande:
1) Perché l’on.le Sonia Alfano, sentita nel corso del dibattimento per l’omicidio del padre, ha mostrato in allora di condividere e aderire ad una causale diversa dalla “pista della latitanza Santapaola”?
2) Perché l’on. Sonia Alfano per molti anni, sino al 2002, non ha non ha mai parlato né denunziato l’esistenza di un collegamento tra l’omicidio del padre e la latitanza del boss etneo?
3) Perché, se è vero che Beppe Alfano non riferì al Pm Canali soltanto suoi meri sospetti ma bensì indicò il luogo preciso ove Santapaola si trovava nascosto a Barcellona P.G., l’on.le Alfano, che assume di essere stata presente al colloquio, non ha mai indicato specificamente il covo di cui il padre avrebbe parlato al P.M.?
4) E se alla base di tale mutato atteggiamento vi è la scoperta successiva di un dato nuovo, quali sono gli altri, diversi elementi di cui è venuta a conoscenza l’on. Alfano, che giustificano le sue affermazioni e le sue destabilizzanti denunce a partire dal 2003 che oggettivamente mettono in crisi il giudicato formatosi?

AVVOCATO UGO COLONNA – Messina, 2 Agosto 2009

Lettera pubblicata dal sito www.imgpress.it con preghiera di massima diffusione

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