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Padroni di niente, servi di nessuno

I politici dicono di agire nella legalità

I politici (tutti, a destra e sinistra) fanno discorsi sulla legalità, e non solo i politici, però quando una persona si muove nella legalità e rischia la vita, tutti si dimenticano di passare ai fatti. Non ne parla nessuno. La storia di Piera Aiello dovrebbe essere la notizia d’apertura di tutti i telegiornali e di tutte le testate e blog dell’antimafia. Ma Piera Aiello non frequenta salotti, quindi nessuno che non vada da solo a cercare la sua storia, la conoscerà mai. La notizia è “Piera Aiello è tornata a Partanna”. Che, detto così non significa niente. C’è ancora chi dice “e chi è Piera Aiello? e che c’importa a noi dove va?” Queste sono le domande che si pongono le persone che aspettano il film su Rita Atria, prima di sapere della sua esistenza. Certo, non si può sapere tutto di tutti, ma i giornalisti si, hanno avuto comunicati stampa, hanno avuto notizie. Ma non ne scrivono. Censura o non censura, non ne scrivono a volta proprio per scelta, perchè Piera Aiello è ancora viva, quindi non fa notizia. Dopo aver collaborato con Paolo Borsellino come testimone di giustizia per aver visto fatti che inchioderebbero boss di Partanna, ha cambiato identità, vive in luogo segreto.. Una scelta dura, il cui esempio sarà seguito da Rita Atria, suicidatasi dopo la morte dell’unico uomo di Stato che le è stato vicino, Paolo Borsellino. Dopo 18 anni di vita segreta, Piera Aiello viene a sapere che è saltata la sua copertura, che i boss di partanna o i loro parenti, sanno dove vive e sotto quale nome. E fa un reclamo al servizio centrale di protezione. Per mesi nessuno ha dato risposta, per mesi è stato chiesto aiuto, per mesi Piera è un morto che cammina, ma stavolta non è sola, ha una famiglia, dei figli. Ha anche la responsabilità della loro vita, non solo della sua. Ma al servizio centrale di protezione latitano (il termine latitanti prima si usava per altre persone) e il segno di abbandono è sempre più forte. Addirittura adesso, dopo aver liquidato Piera Aiello a livello economico (nel senso, dopo averla aiutata – e non stiamo a dire come perchè vomitereste sulla tastiera – nel periodo in cui non aveva nuova identità), viene definita EX-TESTIMONE, quindi senza più diritti. Piera decide così di rivendicare con forza un diritto, che non è nemmeno scritto dalla Costituzione, per la sua ovvietà. Il DIRITTO A VIVERE.
Per tornare a Vivere, visto che la sicurezza non c’è e che rischia la vita anche in località protetta con il beneplacito del servizio di protezione (e dei funzionari che SI VEDE COME HANNO A CUORE l’incolumità di chi rischia la vita per aiutare un magistrato.. e poi magari lo commemorano ogni 19 luglio) torna al suo luogo d’origine: Partanna. Per legge un testimone non può essere considerato EX se il rischio di vita permane, per cui contro ogni principio di legalità, viene condannata a morte una persona che ha messo da parte la sua vita per salvarne altre. Per meglio chiarire la storia, alleghiamo il documento che Piera Aiello stessa ha inviato al Ministero dell’Interno e nello specifico al Servizio Centrale di Protezione.

Documento Piera Aiello

Io sottoscritta Piera Aiello nata a Partanna il 02-07-1967 Testimone di giustizia dal 1991 e residente in località protetta, scrivo e intendo rendere pubblico questo documento dopo 18 anni di non vita, grazie ad uomini di Stato preposti a garantire la mia sicurezza – come quella di altri Testimoni di Giustizia – e che invece si sono dimostrati ASSENTI e peggio INDIFFERENTI alle nostre condizioni di vita ed alle condizioni di pericolo cui eravamo esposti.

Sono persone che hanno dimostrato purtroppo un assoluto senso di superficialità per quanto riguarda la questione delicatissima dei Testimoni di Giustizia, invece di dimostrare quella attenzione e quell’attento accompagnamento dei “Testimoni di Giustizia” che lo Stato ha progressivamente imparato ad assumere come compito e tradurre nello spirito e nel dettato delle specifiche Leggi promulgate, ma di cui costoro sembra non abbiano mai avuto conoscenza o comprensione.

Pertanto ho deciso di elencare e rendere pubblica questa situazione attraverso la narrazione di una piccolissima parte della mia vicenda umana che attesta il poco tatto con cui io, e sicuramente molti altri Testimoni di giustizia come me, veniamo trattati fino ad oggi da funzionari e rappresentanti istituzionali che avrebbero invece il compito di essere delicati e quantomeno premurosi e solerti nell’affrontare i nostri problemi, e che invece dimostrano la volontà di lasciare irrisolte le questioni, spesso vitali, poste dal Testimone, o di costruire percorsi limpidi per una fuoriuscita dal Programma di Protezione ed un ritorno a nuova vita in modo dignitoso, dopo il lungo periodo di tribolazioni e peregrinazioni nelle aule dei vari tribunali.

La mia storia è forse risaputa, in quanto ampiamente riportata dai mass media, ma sento necessario – per dare un ordine ed una ragione comprensibile alla conclusione verso cui sono orientata – raccontarne qualche breve tratto ben sapendo che non è possibile rappresentare in poco spazio tutta la drammaticità quotidiana della vicenda che ho scelto di vivere per contrastare la criminalità mafiosa, vicenda che è stata aggravata proprio da una inattesa insensibilità istituzionale da parte di chi avrebbe dovuto accompagnarmi in questa scelta di vita dura e difficile.

Divenni Testimone di Giustizia nel 1991 a seguito di avvenimenti criminali rivelati in deposizioni rese davanti al Giudice Paolo Borsellino ed allo stuolo di Sostituti Procuratori che con lui collaboravano. Venni messa sotto regime di protezione immediatamente. Subito dopo la mia decisione, mia cognata Rita Atria volle condividere la medesima scelta di Testimone di Giustizia.

Quando ho preso la decisione di testimoniare vigeva l’istituto dell’Alto Commissario, solo successivamente vi sarebbe stato l’avvento del Servizio Centrale di Protezione.

Già a quei tempi, in regime di Alto Commissario, si registrava una profonda confusione di compiti, ruoli e modalità di intervento, in quanto i funzionari non sapevano bene come gestire il fenomeno dei Testimoni di Giustizia e facevano molta fatica a distinguere tra questi ultimi ed i collaboratori di Giustizia, cioè coloro che – a differenza dei Testimoni, i quali non avevano mai colluso con i crimini ed i criminali di cui riferivano vicende e comportamenti – si erano dissociati per le più varie ragioni dai crimini e dai criminali con cui avevano precedentemente collaborato direttamente ed attivamente.

L’unica cosa che posso dire con certezza è che quando era in vita Paolo Borsellino le varie mancanze e difficoltà venivano sempre risolte tempestivamente e grazie a suoi diretti interventi, mentre dopo la sua morte le cose precipitarono.

Già dopo pochi giorni dall’omicidio del Giudice, si verificò infatti una vicenda sconcertante. Vennero cioè a trovarci (me e mia cognata Rita) due funzionari che ci dissero: “Dalla morte del Giudice, molti collaboratori si stanno tirando indietro. Voi cosa volete fare?”. Allora ci chiamavamo tutti collaboratori, senza distinzione, perché non c’era ancora una legge che differenziasse i due status, ma non credevo che per differenziare un criminale da una persona onesta nella coscienza dei funzionari occorresse un testo di legge, credevo piuttosto che bastasse solo la Verità delle cose. (La legge arriva, ma solo nel febbraio del 2001).

Quella domanda mi ha fatto capire che non avrei più avuto il conforto dello Stato rappresentato da Paolo Borsellino, ma avrei bensì convissuto con l’improvvisazione. Rimasi allibita, risposi con l’unica cosa che potevo dire, e cioè che “se prima avevo un motivo per andare avanti, adesso ne avevo mille”. Mia cognata Rita non rispose. Lei era convinta che la mafia l’avrebbe trovata e uccisa. Aveva ragione Rita: con la morte di Paolo Borsellino era finito tutto, non saremmo più state protette allo stesso modo, e sbagliano coloro che citano Rita solo come vittima della mafia. Rita è vittima dell’indifferenza di funzionari incapaci a capire la differenza tra una pratica ed un essere umano. Come dimenticare l’intervista di Ambra Somaschini (29 luglio 1992 su repubblica) all’allora prefetto di Roma. Alla domanda: “Rita Atria soffriva di depressioni e il settimo piano di quel palazzo anonimo, la solitudine, forse ne hanno provocate altre…”, il prefetto rispose: “Pagavamo 950 mila lire al mese per quell’appartamento. Abbiamo fatto il possibile”. Pagavano 950 mila lire da meno di una settimana (perché Rita ebbe quella casa dopo la morte di Paolo Borsellino), ma non è questo il problema: la risposta doveva essere diversa perché la giornalista parlava di “essere accanto umanamente ”, di un supporto psicologico, per far sentire che dopo Paolo Borsellino lo Stato c’era, e invece … “Pagavamo 950 mila lire”. Umanità misurata col metro dei soldi.

Come dimenticare poi le differenze che venivano fatte tra me e Rita: a me avevano dato un alloggio bellissimo, con tutti i comfort, ma a Rita diedero un appartamentino lugubre. Ci davano un contributo mensile talmente irrisorio che a stento riuscivamo a sbarcare il lunario.

Ritengo importante sottolineare questo aspetto per far capire che noi Testimoni di Giustizia non veniamo trattati tutti alla stessa stregua. Ci sono testimoni di seri “A” e testimoni di serie “Z”.

Dopo la morte di Rita, chiesi di trasferirmi in un convento, stanca di vedere quei funzionari con cui dovevo relazionarmi e che pretendevano di “gestirmi” a modo loro senza alcuna mia partecipazione al disegno ed alla costruzione del mio futuro. Avrei voluto restare fuori dal mondo, ma dopo un paio di anni decisi che la vita monacale non faceva per me, soprattutto per la presenza della mia bambina. Mia figlia era ormai in età scolare, e dunque decisi di trovarmi un appartamento in un qualche paese ed a mie spese mi trasferii nella mia “nuova residenza”.

Chiesi ai funzionari preposti a dare soluzione ai problemi della mia esistenza quotidiana di collaborare per iscrivere la mia bambina a scuola, ma nulla mi venne risposto. Decisi di andare personalmente dal direttore didattico del posto, sperando che fosse un onesto padre di famiglia e non un delinquente. Trovai una persona di coraggio e carica di passione civile: gli dissi chi ero, che non avevo documenti, ma rivendicavo che mia figlia potesse godere del suo inalienabile diritto allo studio.

E fu dunque solo grazie a me e a quel direttore, che mia figlia poté entrare a scuola, sotto false generalità. Quando la bambina frequentava ormai la terza elementare, durante un colloquio presso il Servizio Centrale di Protezione (di fronte a testimoni) una funzionaria del servizio centrale mi chiese quanti anni avesse mia figlia e se andasse a scuola. Le risposi che mia figlia aveva otto anni e che frequentava la terza elementare e che loro avrebbero dovuto saperlo senza chiedermelo!

Non solo il danno, dunque, ma anche la beffa di un ipocrita e tardivo interessamento per una situazione che io avevo tempestivamente segnalato e che era rimasta dormiente per oltre tre anni!

Negli anni successivi, dopo aver conseguito due diplomi, sempre a mie spese, e grazie all’aiuto di persone estranee a quegli uffici istituzionali, chiesi di fuoriuscire economicamente dal programma: volevo tornare libera, volevo lavorare, volevo tornare a vivere!

Mi venne concesso quel “privilegio” dopo dure ed impari lotte, perché nel frattempo non mi venivano attribuite le nuove generalità. Quei documenti rappresentavano per me l’unica possibilità di costruire il mio futuro e tuttavia mi venivano negati. Comunque ci riuscii grazie anche all’intervento di persone che mi stimano e mi vogliono bene e che mi hanno salvato la vita, perché la solitudine mi aveva spinto alle stesse conclusioni di mia cognata Rita.

Venni “liquidata” con una cifra che considero irrisoria, ma a me non importava. Anche se pochi, quei soldi mi consentivano di realizzarmi nel lavoro, mi consentivano di ritornare a nuova vita. E poi c’erano le nuove generalità che mi permettevano di andare a votare dopo 7 anni, di non chiedere in prestito il codice fiscale di un’amica fidata, di uscire e non aver paura di esibire il documento, di portare mia figlia all’ospedale e di scegliere il medico e tutte quelle cose che fanno di un essere umano un cittadino.

Dopo la “capitalizzazione” (la chiamano così la liquidazione) attorno a me è caduto il silenzio istituzionale più assoluto. Nessuno, dico nessuno, si è mai chiesto come io abbia utilizzato tali soldi, se ero riuscita a realizzarmi, nulla, neanche una telefonata per dire: “signora va tutto bene? È viva?”. Il nulla. Eppure mi avevano detto che c’era un funzionario del ministero del Lavoro che mi avrebbe potuto aiutare nel reinserimento lavorativo.

Sapevo che in quegli uffici noi siamo pratiche, ne avevo avuto ampiamente la prova e la stessa storia continuava a ripetersi. Non potevo neppure telefonare per parlare con i funzionari. Addirittura una volta venni insultata perché telefonando avevo chiesto di parlare con il direttore del Servizio Centrale. Mi rispose un funzionario, ammonendomi di non chiamare più!

Insomma quello Stato che mi era stato proposto come la mia nuova famiglia in realtà si è trasformato nella mia peggiore prigione, con relativi aguzzini, forse per “gratitudine della mia attiva testimonianza contro il crimine organizzato”.

Ho anche prodotto tutta la documentazione prevista dalla Legge e necessaria perché lo Stato acquistasse la mia casa in Sicilia e mi consentisse di ottenere nella mia nuova residenza beni di “pari consistenza” o comunque qualcosa di dignitoso che si potesse chiamare casa. Lo Stato ha rifiutato di accogliere le mie richieste (offrendomi una cifra offensiva e umiliante per una casa costruita con sacrificio e anni di immigrazione in Venezuela di mio padre) e la vicenda si è risolta nella necessità di avviare una azione giudiziaria con un ricorso davanti al TAR contro quello Stato che mi doveva tutelare per promessa e per Legge! Ricorso che ancora ad oggi deve essere discusso!

Avevo chiesto altre cose che mi spettano di diritto, che non vado qui ad elencare (sempre disponibile a farlo con chiunque nutrisse dubbi sulla mia onestà intellettuale), ma com’è sempre accaduto quando sono andata negli uffici istituzionali, ho trovato apparente disponibilità ed avvertito una “falsa” cortesia, ma nessuna volontà di risposte concrete e tempestive. Così è stato ad esempio per una richiesta fatta a febbraio 2009 e per la quale ancora oggi (settembre 2009) sono in attesa di una qualsivoglia risposta, foss’anche un rifiuto. Non so e non mi è dato sapere se sono state approvate le mie proposte e richieste. Mi chiedo come sia possibile affidare oltre a simili persone la propria vita! Mi chiedo come faccia una istituzione ad ignorare critiche pesanti e denunce fondate contenute nella relazione sui Testimoni di Giustizia della precedente commissione antimafia… Nella nuova commissione hanno ritenuto il problema talmente superfluo o superato che hanno pensato di non istituire una commissione sull’argomento. Non si sono posti neanche il problema se le indicazioni contenute in quella relazione fossero state in qualche modo portate avanti.

Ho avuto un grave problema di sicurezza determinato da un episodio oggi oggetto di accertamento (nonostante tutto confido sempre sul fatto che vinca il primato della Verità e della Giustizia su altri primati meno nobili) che ha fatto saltare la mia copertura. Questo significa che la mafia conosce il mio attuale nome e dove mi trovo.

In seguito a quello che per me e per la mia famiglia è un vero e proprio dramma, a maggio sono stata convocata in Prefettura, dove mi sono state fatte promesse di videosorveglianza. Ho saputo da fonte certa che alcuni dei funzionari del Servizio Centrale di Protezione sostengono che quei dispositivi di videosorveglianza sarebbero stati già montati (per l’esattezza l’affermazione è stata: “la signora è coperta da videosorveglianza”), cosa assolutamente falsa se riferita alla mia personale situazione. Dunque costoro parlano senza cognizione di causa di cose che non conoscono o che preferiscono ignorare.

Da tutto questo la mia profonda inquietudine: persone e funzionari istituzionali che dovrebbero occuparsi di una situazione di rischio e delle relative azioni di garanzia della sicurezza, mettono invece a rischio deliberatamente con la loro inefficienza le vite umane che sono state affidate all’esercizio dei loro poteri.

Questi signori nei recenti documenti che mi notificano scrivono che sono solo “un’ex testimone” e che della mia sicurezza se ne deve occupare la Prefettura della località segreta. Io posso serenamente sostenere che anche questa è una affermazione falsa o comunque infondata, perché io sono fuoriuscita sì dal programma, ma solo economicamente: ogni qual volta mi devo recare in luoghi a rischio, sono ancora tenuta a comunicarlo al NOP che lo notifica al Servizio Centrale di Protezione, e di conseguenza debbo essere accompagnata da uomini di scorta. Presumo dunque che ciò avvenga perché sono sempre e comunque una persona a rischio di aggressione, quindi soggetta ad essere scortata. Mentre la mafia sanziona che i suoi nemici sono nemici per sempre, lo Stato di Diritto afferma che i Suoi Testimoni divengono ad un tratto ex testimoni e dunque possono essere lasciati in balìa della propria sorte, decisa dai criminali denunciati. Ovviamente nessuno ti notifica che non sei più a rischio e che la mafia (anche quella uscita di galera) ha dimenticato. Nessuno si prende la responsabilità di dirlo apertamente, così magari per aver la certezza che la mia copertura è saltata a causa di due stolti uomini dello Stato forse vogliono il cadavere: “tutto è da verificare”. Qualcuno è arrivato a dire che la mia condizione di presidente di una associazione antimafia mi avrebbe esposta. Ovviamente non hanno dimostrato come. Eppure era stato proprio un sottosegretario a dirmi che la mia storia era talmente importante che bisognava che io andassi nelle scuole. Io nelle scuole ci vado, ma da sola, e cioè senza sponsor politici.

Adesso a distanza di diciotto anni da quella scelta che ha segnato la mia vita e che non rinnego, dico basta. Ritorno in Sicilia, visto che sono una ex testimone, ritorno a casa mia, dove nessuno può cacciarmi, ritorno alla mia identità che nessuno ha diritto di cancellare. Ritorno tra i ragazzi per rivendicare il diritto alla Vita. Non torno per morire ma per lottare.

Preferisco passare gli ultimi giorni della mia vita (per quanti essi potranno essere) nella mia Sicilia, in mezzo ai mie affetti, che mi sono stati strappati 18 anni fa. Ma desidero farlo rendendo pubbliche le ragioni della mia decisione.

Prendo tale decisione con serenità e con consapevolezza. Per proteggere la mia nuova famiglia, per far sapere all’opinione pubblica l’inefficienza di persone e funzionari istituzionali che hanno l’ardire di gestire con assoluta incompetenza e totale disinteressamento situazioni delicatissime che a dir poco sono sfuggite loro di mano.

Aggiungo inoltre che intendo che la difesa dei miei diritti è azione imprescindibile per continuare ad andare nelle scuole e parlare della cultura della testimonianza. Qualche anno fa ho ricevuto una lettera da una bambina di 12 anni del mio paese: “tu vivi esiliata, Rita Atria è morta, ci state chiedendo di diventare eroi?”. Rispondano i funzionari dello Stato a questa domanda. Io ho deciso di dimostrare alla mia Terra che dobbiamo pretendere protezione e allontanare i mafiosi dalle città, e non i cittadini onesti.

Per tali inadempienze, per porre fine alla mia prigionia, per porre fine a vivere una vita non vita

Chiedo

1. L’annullamento dello status di ex testimone di giustizia come da notifiche del Servizio centrale di protezione in netta contraddizione con l’art.16-ter della L 45/2001 che prevede che le misure di protezione siano mantenute fino alla effettiva cessazione del rischio.
In tal senso se viene mantenuto lo status di ex testimone chiedo che organi competenti mi notifichino lo scampato pericolo così come mi hanno notificato il mio esilio.

Ricordo che fino al mese di luglio c.a. mi sono recata in Sicilia con tre uomini di scorta più due di supporto sul territorio, per un totale di cinque uomini di scorta. Se fosse intervenuta la cessazione del rischio evidentemente non avrei avuto bisogno di questi uomini.

2.L’acquisizione dei miei beni. Anche in questo caso interviene l’art 16 ter della L 45/2001:
“se lo speciale programma di protezione include il definitivo trasferimento in altra località, il testimone di giustizia ha diritto ad ottenere l’acquisizione dei beni immobili dei quali è proprietario al patrimonio dello Stato, dietro corresponsione dell’equivalente in denaro a prezzo di mercato”.

3. La concessione del mutuo che avevo chiesto e che da mesi mi si dice essermi stato concesso, mentre invece le mie pratiche rimbalzano tra la banca e il ministero degli Interni in un palese stato di incomprensione. Inutile dire che il mutuo l’avevo chiesto per uno stato di bisogno che solo grazie ad interventi privati sto cercando di tamponare. Per lo Stato sarei già caduta in miseria.

4.Il diritto a vivere insieme alla mia famiglia in maniera dignitosa.

Per tutti gli aggiornamenti sul caso visitate il sito www.ritaatria.it oppure inviate email all’indirizzo info@ritaatria.it

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2 thoughts on “I politici dicono di agire nella legalità

  1. non hai tutti i torti certo . però ci sono anchealcuni politici che nell’aombra e lontano dai media fanno antimafia . e sul caso dell’aiello eccoti il l’intervento di giuseppe lummia segretario regioanle dela sicilia per ilpd
    da http://www.giuseppelumia.it/?p=2330
    Comunicati
    TESTIMONI DI GIUSTIZIA: LUMIA (PD), STATO DIMOSTRI DI ESSERE CREDIBILE
    05 ott 2009 by admin

    KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA Roma, 05 ottobre 2009 – “Lo Stato dimostri di essere credibile quando chiede ai cittadini onesti di denunciare fatti criminali di cui sono vittima o testimoni”. Lo dichiara il senatore del PD Giuseppe Lumia, componente della Commissione parlamentare antimafia, commentando le proteste di alcuni testimoni di giustizia, come Piera Aiello e Pino Masciari.
    “Il coraggio – aggiunge Lumia – e il senso civico di chi decide di testimoniare vanno sostenuti con tutte le forze e le risorse disponibili. Non devono essere i testimoni ad avere paura di ritorsioni nei loro confronti e nei confronti delle loro famiglie, ma i criminali ad avere paura dello Stato”.
    “Sia in Senato – continua il senatore del PD – che in Commissione antimafia ho chiesto più volte al governo di occuparsi della condizione in cui si trovano tanti testimoni di giustizia, purtroppo senza nessun esito positivo. Continuerò a rappresentare questo problema dentro e fuori le istituzioni, affinchè si raggiunga una soluzione per dare fiducia ai cittadini che vogliono stare dalla parte della legalità”.

  2. non ha fatto nè più nè meno il suo dovere, come lo ha fatto Angela Napoli (AN) venendo all’incontro del 26 luglio con i testimoni di giustizia.

    Anzi, Angela Napoli ha sposato questo caso pur essendo della maggioranza, come coalizione, quindi non facciamo altari a questo o quel partito in maniera strumentale, perchè la giustizia è trasversale. Come l’ingiustizia

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