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Padroni di niente, servi di nessuno

Quando è la Procura a commettere reato

Il partigiano della Costituzione non ha tempo per presentarsi in aula per i dibattimenti di processi di mafia a cui tiene proprio tanto, però un giorno si e l’altro pure appaiono sue dichiarazioni tramite agenzie, comizi politici. E’ fresca la news in cui dice che noi siamo un Paese alla rovescia. Ha ragione. Nel mio Paese ideale i criminali sono in galera, i magistrati conducono indagini, i giudici decidono se le persone sono colpevoli o meno, e i servitori dello Stato dovrebbero essere il nostro orgoglio. E invece no. Funziona che i magistrati (che per Costituzione sono membri super partes) conducono battaglie politiche sulla pelle di persone innocenti, che i mafiosi vengono trattati da ICONE DELL’ANTIMAFIA, e chi combatte Cosa Nostra viene messo alla sbarra degli imputati. Noi vorremmo ricordare al magistrato Ingroia, al magistrato Di Matteo, a tutti i magistrati che vivono sotto un certo tipo di riflettori cercando di brillare di luce riflessa come parassiti, che il dovere di un PM è “svolgere accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini” (art. 358 c.p.p.).

Abbiamo visto in mesi di processo i magistrati pendere dalla bocca di un mafioso che inventava fatti e personaggi, riservandosi il “così mi è stato riferito da mio padre” ogni volta che non sapeva rispondere a domande specifiche. Falsi grossolani, sono stati definiti dai periti dei Ris, che per le loro consulenze non hanno messo in tasca nulla, riservandosi di devolvere la parcella (qualora – riportiamo testualmente – il “Tribunale dovesse decidere di porre l’importo in conto ad altri soggetti e/o all’Erario”) in parti uguali ai figli delle vittime di mafia e alla ricerca sulle cellule staminali, in egual misura. Questi uomini lavorano e agiscono per l’alto valore che portano dentro. Un valore che viene da un giuramento, un giuramento alle nostre leggi, che sono magnifiche, anzi, lo sarebbero se fossero applicate. Ma purtroppo non è così, perchè se fossero applicate le leggi, qualche testa nella Procura di Palermo salterebbe. Salterebbe la testa responsabile dei reati contro la fede pubblica, di cui il codice penale parla ampliamente.

Questo perchè esiste chi quando avverte un’ingiustizia o capisce la verità, non ci vuole lucrare sopra. Ma in questo mondo alla rovescia, fatto di antimafia di profitto, o antimafia da riflettori, chi non pensa al lucro è un uomo destinato ad essere sempre ai margini, i cui atteggiamenti a volte non sono capiti. Ha ragione Ingroia, per una volta. Viviamo in un Paese alla rovescia. In un Paese in cui gli interrogatori di un mafioso vengono venduti come allegati per le riviste e diventano business quando in realtà sono atti pubblici e si potrebbero divulgare gratuitamente (cosa che noi abbiamo fatto perchè “padroni di niente e servi di nessuno” non è solo un modo di dire). Ma così come non ci interessa più parlare di Ciancimino adesso che è stato rinnegato anche dai fratelli, e adesso che è ufficiale quello che noi dicevamo da anni, e cioè che sapeva delle origini illecite del tesoro di suo padre, noi, adesso, vorremmo fare chiarezza su un fatto importante. I reati commessi dalla Procura di Palermo.

E’ cosa nota a un qualsiasi giurista (ma anche a uno studente di giurisprudenza alle prime armi) che il diritto alla difesa deve essere garantito dalla Costituzione (Articolo 24: La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento), in ogni forma, soprattutto sostanziale, in quanto l’indagato deve avere accesso a tutti i documenti e quant’altro possa essere utile a provare la propria innocenza. Nel caso del processo Mori-Obinu, troppo spesso questi diritti sono stati negati. Da un partigiano della Costituzione ci saremmo aspettati qualcosa in più, ma quando i tecnici del RIS hanno fatto richiesta di periziare alcune impronte digitali presenti sui documenti portati dall’accusa, i Pubblici Ministeri l’hanno negata. Negata non in fase di indagine preliminare, ma, cosa ben più grave, durante il dibattimento in aula, durante il quale vengono volta per volta rivelate accuse nuove da una forma di pentitismo tutta particolare, che non prevede un pentito che parla per un utile riscontro alle indagini fatte, ma che viceversa, siano proprio i pentiti a disegnare la piega che il processo deve prendere, rivelando in esclusiva in aula ogni volta un fatto nuovo.

Prima c’era Ciancimino Junior, ora c’è Lo Verso. Due persone di tutto rispetto, evidentemente. Il primo caduto in disgrazia dopo intercettazione ambientali fatte dalla procura di Reggio Calabria (a Palermo non si sono mai sognati di pedinarlo e intercettarlo, neppure dopo le innumerevoli contraddizioni in cui è caduto durante gli interrogatori. Neppure quando ha rivelato di aver trafficato con esplosivi in una quantità tale da poter far saltare in aria un intero palazzo).

Ma noi abbiamo quelle leggi meravigliose secondo cui il PM deve “volgere accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini”. Ci teniamo a ribadirlo, perchè quando i documenti sono stati mandati alla polizia scientifica, è stato chiesto se le firme fossero autografe. Nessuno ha fatto peritare documenti interi e fatto la domanda “il documento è autentico?” Ora, se io, Antonella Serafini, prendo un quadernino della seconda elementare, e ritaglio la firma in calce a un tema spostandola sotto un contratto di affitto, la firma è autografa, perchè è sempre mia, ma non è autentica perchè sono passati anni, è cambiata la situazione psicologica, una sicurezza diversa, circostanze per ovvi motivi diversa. Eppure è sempre la mia firma autografa. Ma non autentica.

Come è stato dimostrato dai consulenti del RIS, che hanno trovato dei collage di firme datate intorno a primi anni del 90 e molto grossolanamente trasposte in documenti degli ultimi anni di vita di don Vito. Firme autografe, ma non autentiche, quindi, perchè spostate, copiate, incollate in documenti di epoca successiva a quella effettiva in cui è stato redatto il documento. Sono 320 le pagine della perizia dei tecnici dei Ris, che hanno integrato quella parte MAI RICHIESTA dai magistrati sull’artificiosità dei documenti. Ma il problema non è che Ciancimino commetta frodi processuali. Il problema è che nessuno, a fronte di grossolani copia e incolla ammessi anche dal teste, ha preso provvedimenti in merito. Le nostre leggi, dicono: Articolo 374 bis ( False dichiarazioni o attestazioni in atti destinati all’autorità giudiziaria). “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da uno a cinque anni chiunque dichiara o attesta falsamente in certificati o atti destinati a essere prodotti all’autorità giudiziaria condizioni, qualità personali, trattamenti terapeutici, rapporti di lavoro in essere o da instaurare, relativi all’imputato, al condannato o alla persona sottoposta a procedimento di prevenzione. Si applica la pena della reclusione da due a sei anni se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale, da un incaricato di un pubblico servizio o da un esercente la professione sanitaria .

Ora, non è ben specificato quale pena si dovrebbe applicare a un magistrato che gira la testa dall’altra parte di fronte a evidenti reati. Ma dal momento che le frodi processuali commesse da Ciancimino sono troppe e non ci va di parlarne (ne parlavamo dal 2008) vorremmo invece puntualizzare un fatto piuttosto increscioso. Una manina che aveva accesso a reperti sotto custodia, ha tranciato un documento per farlo analizzare solo in parte dalla polizia scientifica. E a fare questo lavoro non è stato Ciancimino (a meno che non abbia accesso ai reperti sotto custodia, ma dubitiamo di un fatto del genere).

Massimo Ciancimino ha pubblicato un libro, nel 2010 in cui si vede un documento INTEGRO pubblicato in appendice. Lo stesso documento, è stato inviato agli esperti della polizia scientifica TAGLIATO A META’. Ora, questa è frode processuale. Commessa da qualcuno di cui non ci è dato sapere il nome, ma l’unico fatto certo è che è stato consegnato in Procura INTEGRO ed è stato ritrovato TRANCIATO A META’. Un magistrato avrebbe l’obbligo di aprire un fascicolo per sapere come è stato possibile tutto questo. Reato contro la fede pubblica è quando una persona manipola (tagliando, sbianchettando, correggendo) un documento originale. Un reato commesso all’interno del tribunale. Da chi?

[…] il delitto diviolazione della pubblica custodia della cosa (art. 351 codice penale) e la frode processuale (art. 374 c.p.)risiede nel fatto che in quest’ultimo reato, punito a titolo di dolo specifico, l’azione del colpevole è diretta a trarre in inganno il giudice, attraverso l’immutazione dello stato, dei luoghi, delle cose o delle persone, nel corso di un procedimento, ovvero il perito nell’esecuzione di una perizia[…]

Ma la polizia scientifica non ha potuto fare delle perizie complete, perchè molti documenti sono stati consegnati in fotocopia. Ma per legge i documenti presentati in fotocopia non possono essere considerati autentici, né essere considerati delle prove. Avete mai provato a pagare qualcosa con la fotocopia di una banconota? A tal proposito c’è la Cassazione che si esprime “non può invece che risultare inattendibile un esame grafico condotto su di una copia fotostatica, essendo questa inidonea a rendere percepibili segni grafici personalizzati ed oggettivi (sentenza della “II^ Sez. Civ. della Cassazionenr. 1903 del 27.01.2009, su validità di documenti in fotocopia).

Ma non conta la Cassazione, non conta la Costizione, non conta nemmeno il Codice Penale e neanche il Codice di Procedura Penale, perchè il fine è nobile, il fine è stabilire la verità sulle stragi. E se per dimostrare la verità occorre inventare personaggi, documenti, pentiti, non conta nulla. La verità innanzitutto. A costo di dire bugie. Anche se si è PM. Perchè non hanno fatto periziare alcuni documenti? Non si sa. Non ce lo dicono. Si sa però che molti originali sono stati lasciati nelle mani di Massimo Ciancimino. Perchè era legato a questi per motivi affettivi. Verbali di Massimo Ciancimino del 7 aprile 2008:

P.M.: Questi cosa fa, li esibisce, li produce, produce gli originali, produce le copie… io temo che le copie non si possono leggere quindi siano di difficile lettura, comunque ora lo verifichiamo…

CIANCIMINO: Io ve li lascio se avete bisogno di più tempo per fare le copie, non è… e poi me li ridà.

[…]

CIANCIMINO: Se poi posso avere gli originali anche per un punto di vista affettivo..

P.M.: Certo.

Et voilà, risolto l’arcano. Gli originali li hanno restituiti, perchè il valore affettivo del mafioso viene ancora prima della verità. E un po’ di umanità, che diamine! E proprio a seguito di quanto scritto finora, riguardo omissioni e modus operandi della Procura di Palermo (e nello specifico del magistrato Antonio Ingroia) sappiamo spiegarci un po’ meglio alcune parole del Capitano Ultimo che si leggono nella Memoria difensiva consegnata al Gip nel 2005 per il processo/farsa a cui è stato costretto.

Riportiamo testuale “[…]Queste evidenze spengono e avrebbero dovuto spengere ogni oscura congettura, ogni inquietante perplessità evocata dalla Pubblica Accusa, sull’ operato mio e del Generale Mario Mori, e invece la Pubblica Accusa ha ritenuto di cancellarle, di escluderle dagli atti, di non considerarle, scegliendo di valutare come testimone privilegiato Brusca Giovanni rispetto al Procuratore Giancarlo Caselli che nella vicenda è stato il massimo ed unico responsabile dell’ azione Penale.[…]

Evidenti prove cancellate e escluse dagli atti e non considerate dal PM, fregandosene dell’articolo art. 358 c.p.p., secondo cui (ci piace ricordarlo per gli smemorati partigiani) i PM devono “svolgere altresì accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini”.

Mi viene in mente una puntata del noto telefilm “L’ispettore Coliandro”. C’era un magistrato infiltrato dalla camorra, con un commento di un membro della squadra di polizia che diceva “capito come fanno? Li allevano da piccoli. Gli pagano gli studi all’università, gli fanno passare il concorso in magistratura e poi li fanno lavorare per loro, favorendoli nei processi e con le fughe di notizie”

Sicuramente non sarà questo il caso, ma io sopra ho riportato i fatti, la mia associazione di idee con un telefilm di pura fantasia è solo una conseguenza. Non so se nel caso di Palermo io debba pensare a un’imperizia o a una malafede. Ma non so delle due cose quale sia la più grave. Ad oggi, i fatti sono: reati in Procura, dichiarazioni mendaci, omissioni, documenti contraffatti. Dal mio punto di vista potrei anche pensare, magari sbagliando, che l’assenza dalle aule dei tribunali e la presenza nei comizi sia il tentativo del PM Ingroia ad un suo futuro ingresso in politica. In fondo pare che commettere reati e urlare alla “persecuzione giudiziaria” sia una cosa che va di moda. E di solito funziona.

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