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Padroni di niente, servi di nessuno

Ecco perchè non possiamo condividere le conclusioni della requisitoria del PM di Matteo

di matteo2Questa è una nota di Enrico Tagliaferro, pubblicata questa mattina su Facebook. La riposto integralmente perchè si collega direttamente con le 10 domande che gli abbiamo posto pochi giorni fa ed è una fedele ricostruzione della vicenda.  La Nota si divide in parti: la prima (in corsivo) è un articolo di Antimafia 2000 che parla della requisitoria, la seconda, documenti alla mano, è l’analisi del Segugio.

 

MAFIA: PM DI MATTEO, MORI E OBINU NON VOLLERO CATTURARE BOSS PROVENZANO

5 aprile 2013

Palermo. C’era “la volonta’ di Mario Mori e di Mauro Obinu di proteggere la latitanza del capomafia Bernardo Provenzano”. Prosegue così la requisitoria del pm Nino DI Matteo nel processo a carico dei due ufficiali dei Carabinieri accusati di favoreggiamento aggaravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss Provenzano, poi arrestato nell’aprile 2006. In particolare, il magistrato cita le relazioni di servizio del colonnello dei Carabinieri Michele Riccio.

Di Matteo ribadisce che dalle relazioni emerge la chiara “volontà degli imputati di proteggere la latitanza del capomafia” in “esecuzione di pregressi accordi con istituzioni”. Secondo i rappresentanti dell’accusa, oltre al pm Di Matteo in aula ci sono anche il Procuratore aggiunto Vittorio Teresi e il pm Francesco Del Bene, gli ufficiali sotto processo, il 31 ottobre 1995, nonostante le “chiare indicazioni” del confidente Luigi Ilardo, detto ‘Gino’, non sarebbero intervenuti per catturare il capomafia Bernardo Provenzano.

Il magistrato ha quindi letto in aula alcune delle dichiarazioni fatte dal colonnello Riccio ai magistrati. Secondo Di Matteo, Riccio “ha subito indicato al colonnello Mori quale era il casolare di Mezzojuso e le indicazioni per arrivarci che erano molto semplici. Nelle relazioni di servizio di Riccio tutto questo e’ indicato con precisione”. In particolare, nella relazione del 31 ottobre 1995, cioe’ il giorno in cui si sarebbe dovuto catturare Provenzano, ma scritta il 2 novembre, il colonnello Riccio “descrive tutte le informazioni, precise sia sui luoghi che sulle persone, che potevano servire ai militari per catturare il latitante”.

“Per la prima volta c’e’ un’indicazione specifica a cui Mori dice di avere creduto di un soggetto che dice di avere incontrato Provenzano, di sapere dove si trova e il comandante operativo dei Ros dei carabinieri – si chiede il pm Di Matteo – Invece, Provenzano ha potuto proseguire a Mezzojuso la sua lunga e indisturbata latitanza di Provenzano”.

 

ECCO PERCHE’ NON POSSIAMO CONDIVIDERE LE CONCLUSIONI DELLA REQUISITORIA DEL PM DI MATTEO
Bisogna in primis rimarcare che le accuse di Di Matteo si fondano, come ammette lo stesso PM, sulle testimonianze di Riccio. Costui innanzitutto è quello che tecnicamente si definisce come “teste ostile”, in quanto ha palesi ragioni di rivalsa contro il generale Mori, con il quale a suo tempo entrò in conflitto per ragioni disciplinari e di infrazioni di servizio e del codice. Prima di questi episodi il Riccio non denunciò mai in nessun modo l’esistenza di una circostanza così grave, e cioè di una presunta protezione della latitanza di Provenzano da parte dei suoi superiori.

Le accuse a Mori da parte di Riccio iniziano dunque soltanto nella “stagione della rivalsa”, e questo è un primo punto già bastevole per generare “ragionevoli dubbi” (terminologia ben nota a chi conosce il diritto, quindi a pochi) sulla veridicità delle accuse e sulla colpevolezza degli imputati. Questo quadro si è incrudito nel marzo 2011, allorquando è stata misurata con sentenza definitiva la moralità del Riccio, condannato a 4 anni e 10 mesi di reclusione per detenzione e spaccio di stupefacenti e quant’altro.

In primo grado, nel 2007, la condanna era stata molto più pesante, 9 anni e 6 mesi, pertanto nel frangente del suo nuovo status di “collaboratore” e testimone di accusa contro il suo superiore che aveva contribuito ad una tale condanna, il Riccio è riuscito ad ottenere in cassazione un dimezzamento della pena, quasi 5anni di sconto. (Incredibile come in questo paese a un indagato o pregiudicato che accusa ad esempio Prodi non viene neppure concessa la parola, o viene brutalmente arrestato, ma ad un carabiniere infedele condannato che accusa un suo superiore di accuse incredibili, viene concesso invece totale credito).

E’ evidente che già di per sé, l’apporto testimoniale di un personaggio in tale conflitto d’interessi con gli imputati, deve essere assunto con estrema cautela, soprattutto quando espone circostanze non riscontrate o non riscontrabili. Ma nel caso del processo Mori, la situazione è ancora diversa: esistono già gravi indizi e prove circostanziali che Riccio abbia non solo mentito, ma anche falsificato i verbali di sopralluogo. Contestato sul capitolo, il Riccio ha cambiato versione, ammettendo di non essere presente a Mezzojuso quel giorno (contrariamente a quanto aveva dichiarato), e dimostrando quindi la sua predisposizione a dire il falso.
A tal proposito si può leggere questo rendiconto di Armando Plaia, molto ben fatto.

Tra l’altro, nella parte finale dell’articolo, la più interessante, si evidenzia di come gli stessi PM fossero a conoscenza della possibile falsificazione dei verbali, e quindi della probabile falsa testimonianza di Riccio, sin dal 2002, nonché di come nonostante l’autodenuncia di falso ideologico dell’ufficiale Damiano già sporta in tempi non sospetti, gli stess iPM non si siano minimamente preoccupati di aprire un’indagine sull’accaduto, il che rappresenta una grave omissione che produce in modo automatico un vulnus anche sul processo corrente.

Il risultato di tutto questo “paciugo”, è il solito abominio giuridico: mentre infatti in un’aula di tribunale un PM formula accuse gravissime contro due ufficiali del ROS sulla base di un unico apporto testimoniale, in un’altra sezione dello stesso tribunale è in corso un procedimento a carico del Riccio, per calunnia ai danni di Mori e Obinu PROPRIO PER TALE TESTIMONIANZA, sull’opportunità del quale si è già pronunciata la Cassazione. Quindi, udite udite, Di Matteo nella requisitoria si è richiamato ad una testimonianza PER LA QUALE E’ ATTUALMENTE GIA’ PERSINO IN CORSO UN PROCEDIMENTO PER CALUNNIA che la Cassazione ha già dichiarato non potersi archiviare.

Indi, quando “il magistrato cita le relazioni di servizio del colonnello dei Carabinieri Michele Riccio”, cita relazioni in odore di falso, e che sono già agli atti di un procedimento per calunnia approvato dalla Cassazione. Per quanto riguarda i fatti, vorrei portare l’attenzione sulla terminologia usata dal PM così come riferito dall’ADNKRONOS: “Secondo Di Matteo, Riccio”ha subito indicato al colonnello Mori quale era il casolare di Mezzojusoe le indicazioni per arrivarci che erano molto semplici“.” Ecco, ma “quale era il casolare di Mezzojuso”, dove succedeva cosa? Quale casolare? Un covo? Un ostello dove il boss dormiva? Un casolare dove trascorreva i week-end per curarsi dell’orto e del vigneto?

Cerchiamo di non fare i furbi. Quello non era il covo di Provenzano, ma un rustico pieno di pecore dove certo Provenzano non si sognava neppure di soggiornare, ma dove secondo Ilardo si riunivano occasionalmente dei criminali, e qualche volta pure in presenza di Provenzano. Il quale però certo non si incontrava in aperta campagna con i suoi colleghi senza usare le dovute cautele. Il casolare, ben individuabile anche con Google Maps, è un puntino con intorno ettari ed ettari di campi piatti e nessun altra anima viva, al quale nessuno si può avvicinare entro un raggio amplissimo senza destare allarme.

E’ il punto ideale per gestire una fuga, o una rinuncia alla sua accoglienza, in caso di presenze anomale. Una presenza anomala di esseri umani nelle aree circostanti, avrebbe sicuramente messo in guardia il latitante. Quell’operazione, come testimonia Damiano, consisteva in una perlustrazione fotografica con teleobbiettivi, da distanza di sicurezza, per avere un primo approccio con un luogo dove PROBABILMENTE, si sarebbe potuta riscontrare, in quella oppure in un’altra occasione, la presenza del boss: questo era il programma; quindi l’indagine era all’inizio, non si era andati assolutamente lì per catturare nessuno, ma soltanto per organizzare un controllo, un eventuale pedinamento, e quindi l’individuazione di un contesto ove il latitante potesse essere catturato in esenzione di rischi.

Ma che credete? Che ogni qual volta che un informatore indica un casolare isolato dove un boss, latitante da decenni, del taglio di Provenzano POTREBBE presentarsi per un incontro, le forze dell’ordine dovrebbero organizzare immediatamente un’operazione in stile militare peraspettare il boss al varco? Ma qualcuno lo conosce il significato della parola “bruciare una pista”? Qualcuno qui pensa forse che quando la catturandi individuò il vero covo di Provenzano, abbia fatto irruzione il giorno stesso? Di norma passano giorni, ed anche lì sono passati, perché una cattura così va pianificata, cercando di evitare che un soffio d’aria nella direzione sbagliata possa consentire al ricercato di sgusciare via per qualche altro anno.

QUESTO E’ UN DATO DI FATTO: se quel giorno Provenzano non si fosse presentato, e quindi un’eventuale retata tanto auspicata da Riccio e dai PM non avesse portato risultati, la pista sarebbe stata definitivamente bruciata. DOVERE DELLE FORZE DELL’ORDINE E’ DI TENERE CONTO DI QUESTO FATTORE DI RISCHIO, AGENDO DI CONSEGUENZA. E sbagliata o giusta che sia questa strategia, questa è la strategia convenzionalmente utilizzata, ed è la stessa utilizzata da ROS in quel frangente; Di Matteo che è un pubblico ministero, non può non sapere che quella è la prassi.

Ripeto: sarà anche sbagliata, forse sarebbe stato meglio, allorquando Ilardo preannunciò il possibile impiego, quel giorno, di quel casolare per una riunione mafiosa, appostare un cecchino e tirare un colpo in fronte a Provenzano ed alle persone che lo accompagnavano. Ma purtroppo non si fa così, di norma, nel nostro paese. QUESTO NON ACCADE, se non nei telefilm. Il ROS non è la CIA o l’FBI. Noi abbiamo protocolli molto diversi. E ribadisco: magari sbagliati, ma che non hanno nulla a che vedere con “”la volonta’ di Mario Mori e di Mauro Obinu di proteggere la latitanza del capomafia Bernardo Provenzano”. Per formulare un’accusa di tale gravità e sproporzione, ci vuole ben altro che non i condimenti di Riccio.

Intanto però gli uomini di Cosa Nostra possono girare per le strade siciliane col sorriso sotto i baffi, ammiccando a questa requisitoria con i cittadini timorosi: guardate che fine fanno i carabinieri troppo furbi: finiscono alla gogna. Quei carabibieri che combattono l’organizzazione con le cimici, con gli appostamenti, che agiscono sotto copertura,  con un duro e rischioso lavoro di inchiesta CONCRETO e capace di produrre risultati contro i veri criminali pericolosi che controllano il territorio, e non basato sulle fandonie, sulle delazioni“chirurgiche” e sui fotomontaggi di mafiosi e pataccari. Altro che favoreggiamento.

 

P.S.: “Provenzano ha potuto proseguire a Mezzojuso la sua lunga e indisturbata latitanza di Provenzano” [sic]

Ma chi diavolo l’ha detto che Provenzano ha proseguito la sua latitanza a Mezzojuso? Fu catturato nel territorio di Corleone, a 50 minuti di auto da Mezzojuso, è noto un suo periodo di residenza in Bagheria, ma di una sua residenza a Mezzojuso non c’è notizia certa. E comunque non certo in quel casolare, che era un punto d’incontro occasionale, fatto che fa quindi pensare che egli non fosse residente neppure nelle vicinanze, altrimenti gli incontri in quel luogo sarebbero stati una grave imprudenza.

Inoltre se egli veramente avesse avuto il suo covo a Mezzojuso, allora a maggior ragione la tattica del“cerchio che si restringe” partendo dal casolare, avrebbe potuto essere efficace. Ma ci fu comunque una fuga di notizie, e Ilardo fu ucciso. Con conseguenti ovvie nuove insinuazioni in danno al ROS, naturalmente, e che diamine.

 

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