In Inghilterra il Processo Mori non sarebbe mai stato istruito. Ecco perchè.

mori001La common law è un un modello di ordinamento giuridico, di matrice anglosassone, basato sui precedenti giurisprudenziali. Significa che in Inghilterra, America, Canada, Australia e molte ex colonie inglesi non hanno un sistema di leggi scritte, come noi, o di codici. La politica è totalmente estranea al regolamentare il potere giudiziario, in quanto la magistratura si regola da sè, prendendo come legge una sentenza di un caso analogo e precendente.mIn caso non ci siano sentenze precedenti, il giudice ha anche potere legislativo, in quanto la sua sentenza influenzerà le sentenze successive.

Anche in Italia, nonostate i codici scritti, per fare un lavoro d’indagine ineccepibile sarebbe buona norma analizzare i casi precedenti, per trovare analogie e punti d’incontro, specie se la vicenda riguarda due vicende molto simili e due membri di una stessa squadra. Oggi, il caso oggetto di indagine è il ruolo di Mori nella cosiddetta “trattativa” nell’aver avvicinato Vito Ciancimino per fargli da tramite con Cosa Nostra, come afferma suo figlio, e non per convincerlo a diventare collaboratore di giustizia, come da sempre afferma il Generale. Il precedente è il celeberrimo caso Siini-De Donno, che analizzeremo cercando di calarci nei panni di un giudice inquirente di un sistema a Common Law, evidenziando i tratti comuni delle due vicende. Il fatto verrà ricostruito con l’ausilio dell’Ordinanza di Archiviazione promossa dalla Dott.ssa Gilda Lo Forti il 27 Gennaio 1999.

 

CASO DE DONNO – SIINO ( a cura di Enrico Tagliaferro)

Nel novembre 97, mentre si scatenava, tanto per cambiare, uno dei tanti attacchi mossi dalla procura di Palermo contro il ROS, partì una campagna stampa, che faceva da eco agli uffici della procura, mirata a far credere che il Capitano De Donno aveva cercato di convincere Angelo Siino a dire il falso in danno ad alcuni PM di Palermo, in cambio di denaro.

La prova regina sarebbe stata un nastro registrato di una conversazione fra De Donno e la signora Siino, la quale naturalmente confermava le parole del marito al 100%: De Donno aveva cercato di corromperli per indurli a testimoniare il falso. Cito, uno fra tanti, l’articolo del Corriere della sera del 19-11-97: ” Devi accusare Lo Forte, altrimenti mi incastra “, dove si poteva leggere: “Devi accusare Lo Forte, altrimenti mi incastra” (… )

La voce incisa sul nastro e’ quella del capitano del Ros, Giuseppe De Donno. Sta parlando con Carmela Bertolino, la moglie di Angelo Siino. L’ufficiale non sa che la donna sta registrando la telefonata. Ora la trascrizione completa di quella conversazione e’ riportata nella relazione che il procuratore generale Vincenzo Rovello e il procuratore capo Giancarlo Caselli hanno inviato al ministro della Giustizia, il contenuto di quelle telefonate dimostra, al di la’ di ogni ragionevole dubbio, che il capitano del Ros, prima di denunciare in prima persona il procuratore aggiunto Guido Lo Forte, aveva cercato in tutti i modi di convincere Siino ad accusare il vice di Caselli facendo pressioni sulla moglie e sul figlio del pentito. Le pressioni su né Siino sarebbero dunque documentate. (cit articolo del corriere della seta sopra linkato)

Se qualche scettico come noi, in quel momento, avesse ipotizzato che l’interpretazione di quelle registrazioni era probabilmente forzata, e che conoscendo il capitano De Donno e la sua serietà tutt’al più egli avrebbe potuto proporre, sotto il profilo finanziario, la normale “paga” di stato concessa ai pentiti se Siino avesse deciso di collaborare nella giusta forma, ma che non avrebbe mai corrotto nessuno e tanto meno invitato qualcuno a dire il falso, sarebbe stato accusato di fare disinformazione. E invece, pensa un po, era proprio così. Quando quei nastri furono consegnati ai magistrati di Caltanissetta, si scoprì che De Donno in essi invitava semplicemente la moglie di Siino a convincere il marito a diventare collaboratore di giustizia a tutti gli effetti, e quando quella le domanda che cosa il marito avrebbe dovuto dire, De Donno le risponde soltanto che avrebbe dovuto dire la semplice verità.

Per i critici citiamo, senza tagli, il testo del dispositivo di archiviazione del giudice di Caltanissetta. Si confrontino dunque i fatti accertati dal magistrato con il fango di quella campagna stampa, e proviamo a pensare di quanto ignobili fossero le falsità addebitate a de Donno da Siino e dai Magistrati, in fase istruttoria.

 ESTRATTO:

“Nel presente procedimento si era ventilato, persino, che De Donno avesse offerto a Siino la somma di ottocento milioni: la Bertolino ha chiarito che il De Donno le aveva offerto tale somma quale compenso per la ipotesi che il marito decidesse di collaborare con l’A.G., e che tale offerta non era affatto ricollegata alle dichiarazioni che il Siino avrebbe potuto rendere nei confronti del magistrato, così eliminando ogni residuo dubbio sul tenore delle dichiarazioni in precedenza rese alla Guardia di Finanza di Palermo .

E’, inoltre, stata consegnata, in data 7.11.97, dalla predetta Bertolino alla Guardia di Finanza di Palermo, la registrazione di due conversazioni telefoniche svoltesi, nel 1993, tra ella stessa ed il De Donno, registrazioni della cui esistenza il Siino aveva riferito ai Pm di Palermo (che ne avevano disposto, per l’appunto, il sequestro), ventilando che dalle stesse si traessero elementi di conferma alle ipotetiche pressioni esercitate da De Donno sul Siino.

Anche dalla trascrizione di tale conversazione, operata dai consulenti del PM in sede a seguito della ordinanza emessa da questo Ufficio in data 27.01.99, tuttavia, non si ricavano affatto elementi a sostegno della ipotesi delle indebite pressioni, laddove si consideri che alla domanda della Bertolino circa ciò che avrebbe dovuto riferire il marito, l ’Ufficiale risulta avere risposto “ deve dire quelle cose che sa, signora” aggiungendo: “…il discorso è che lui dovrebbe piglia’ questo coraggio a due mani per raccontare quelle situazioni che lui ha vissuto in prima persona……… quelle situazioni che lui conosce e che solo lui può spiega’ perchè lui le ha vissute………”

B: E lei pensa che mio marito tutte queste cose le sappia, capitano?

D: Ma lui sa le cose che ha vissuto ……..e quelle deve raccontare…e io con lui ci ho parlato

D: “ lui deve raccontare situazioni che ha vissuto personalmente. Perchè ci sono delle situazioni nel mondo del lavoro in cui è entrato in contatto con degli uomini politici, …è entrato in contatto con persone spregiudicate…quelle situazioni che lui ha vissuto……

Anche dalla seconda conversazione si traggono elementi di analogo tenore; ed invero anche, laddove è inequivoco il riferimento ai magistrati requirenti titolari del processo a carico del Siino, non vi sono affatto richieste di false accuse, pur esprimendo l’Ufficiale la convinzione che nessun interesse abbiano i detti magistrati ad un’eventuale collaborazione del Siino: “ quelli lì tirano avanti per la loro logica e cercano di farlo condannare perchè è quella la loro logica…..senza tentare altre soluzioni ………hanno interesse anche che suo marito comunque venga condannato per quel problema che dicevo l’altra volta……per quel discorso di quelle cose che lui conosce..che interessano un po’ di persone…ad alcune persone interessa che lui venga condannato e che di queste cose non se ne tenga conto”

Dai passi delle conversazioni soprariportati, appare chiaro ed inequivoco come l’invito alla collaborazione, insistentemente formulato, afferisca sempre -ed esclusivamente – a fatti e circostanze direttamente conosciuti dal Siino per averli egli stesso vissuti, senza che mai si rinvenga un minimo cenno a elementi di accusa non veritieri, falsi o frutto di accordo con l’Ufficiale stesso. Peraltro, non è revocabile in dubbio che la pervicacia del De Donno, nel sollecitare la collaborazione del Siino, sia in realtà fortemente indicativa della certezza che il medesimo Siino abbia diretta conoscenza di fatti di particolare rilievo da rendere noti all’A.G., e se tale ferreo convincimento del De Donno lo si rapporta alla presente vicenda processuale, non può che trarsene un ulteriore indizio per affermare che il Siino, nell’ambito del suo rapporto confidenziale, ebbe a rivelare al De Donno fatti di particolare delicatezza (“Ma lui sa le cose che ha vissuto ……..e quelle deve raccontare…e io con lui ci ho parlato”), indipendemente dal fatto che le circostanze narrate al De Donno siano o meno state conformi a realtà.

Non vi è prova alcuna, quindi, che il Maggiore De Donno abbia tentato,attraverso indebite pressioni, minacce o blandizie, di indurre il Siino a muoverefalse accuse nei confronti del dott. Lo Forte o di altri magistrati risultando, al contrario, che egli richiese insistentemente la narrazione di ciò che il Siino “sapeva”.”

 

ANALOGIE CON IL CASO MORI

Appare del tutto evidente in questo passaggio l’analogia con il Processo Mori. In primis, la stessa squadra del ROS che si trova in qualche modo sempre accusata di “trattative sporche” nei confronti di Cosa Nostra e DA pentiti di Cosa Nostra. Sono analoghi gli anni, 1992 per il Generale Mori, 1993 e 1995 per De Donno. Sono identiche le finalità di inchiesta, le indagini sul Caso “Mafia e Appalti” (primo movente su cui si è indagato per la strage Falcone e possibile movente omicidio Borsellino) uniti alla cattura di Totò Riina prima e Bernardo Provenzano poi.

Erano gli stessi i soggetti denunciati e dei quali si è appurata la totale estraneità dei fatti, in quanto Mori e Obinu erano superiori di De Donno e tutti sono stati ascoltati nel processo De Donno per confermare le deposizioni dell’ufficiale. Sono clamorosamente identici perfino gli atteggiamenti dei pentiti, con il rilascio dichiarazioni calunniatorie, di volta in volta con numerose ed evidenti contraddizioni e con il preciso intento di infangare quel nucleo investigativo che stava facendo tanti danni all’interno delle gerarchie mafiose arrivando a mostrare ai giudici prove “fabbricate” ad arte. Identico è pure l’impatto mediatico di questo processo e la campagna stampa volta a farci credere che tutti i nostri problemi sono dovuti ad una fantomatica “trattativa”. Ad un giudice operante in un paese anglosassone queste considerazioni non sarebbero mai e poi mai sfuggite ed il processo Mori o non sarebbe stato istruito o sarebbe già chiuso.

In Italia, persino quando rubano un pollo esiste la prassi di guardare nei casi precedenti, per tentare di riconoscere nel modus operandi del ladro un furto già compiuto ed accorciare l’indagine. Nel processo Mori è clamoroso non solo come questo controllo non ci sia stato, ma ci si sia soffermati solo sulle eclatanti dichiarazioni di Ciancimino e sulle sue “prove”. Sorvolando il discorso che le prove del processo Mori si smontano da sole o comunque ci pensa il loro autore a smontarle (su cui si sono scritte valanghe di parole ed a cui rimando), la cecità investigativa che ricopre questo caso è immensa. Le indagini sin dall’inizio si sono mosse in un’unica direzione, nonostante ci fossero tutti gli elementi per poter archiviare questa vicenda, e con essa le dichiarazioni di Ciancimino, in pochissimo tempo.

Resta da capire perchè. Perchè questo caso, la cui trama è identica, non è stata presa in considerazione come precedente per capire un certo atteggiamento mafioso nei confronti del ROS? Perchè una procura dovrebbe fidarsi più delle parole del figlio di un mafioso, dalla dubbia credibilità e con interesse a ledere la credibilità del ROS, che del lavoro d’indagine di un altra procura, quella di Caltanissetta? Perchè dopo la Procura di Caltanissetta ha provato la falsità delle dichiarazioni di Siino, lo stesso è stato riammesso a Palermo a testimoniare contro lo stesso Carabiniere (De Donno – che è pure lo stesso che lo ha arrestato)? Oppure, perchè viene ascoltato e preso per oro colato quello che dice un Carabiniere (Riccio) di dubbia integrità morale e condannato per detenzione e spaccio di stupefacenti,  le cui dichiarazioni iniziano solo dopo la sua condanna, piuttosto che dar fede alle parole di un Generale di comprovata onestà?

Questi sono solo alcuni dei punti oscuri di questo processo che si accodano a quelli già evidenziati dal Segugio analizzando la requisitoria, ma che fanno sorgere in me un dubbio ancora più grande: possibile che come ce ne siamo accorti noi, comuni blogger e smanettoni di sentenze, NESSUNO IN TUTTA LA PROCURA A PALERMO SIA MAI INCAPPATO IN QUESTE VISTOSISSIME SIMILITUDINI?

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Contabile per vocazione, motociclista per passione, blogger per hobby. Votata ai dettami della Netiquette, di cui chiede il rispetto. Twitter: @kiraketziahaso Email: kezia@censurati.it