Censurati.it

Padroni di niente, servi di nessuno

Anticipazione: Estratto da l’Ilva

ilvaPremessa: Veleni d’Italia è una nuova rubrica che vuole dare voce a chi vive a ridosso di fonti di veleni ma che non rappresenta nessun colore, per questo non ha voce. La nostra prima tappa è l’Ilva di Taranto. Questo è l’estratto da un piccolo ebook che stiamo preparando, un’intervista ad un tarantino che è voluto rimanere anonimo. Un cittadino normale, non operaio ILVA ma che ne riconosce l’importanza economica e che però ne riconosce la pericolosità per la sua salute. Un cittadino lontano da bandiere e manifestazioni, come lo sono tanti. Ecco a voi le sue parole.

1) Cos’è per un cittadino di Taranto l’Ilva?

Anzitutto ringrazio lei e la testata per cui scrive, poiché dopo circa dieci mesi di battage mediatico su Taranto e Ilva qualcuno si è ricordato di intervistare non un politico, un sindacalista, un lacché, bensì un cittadino, uno dei tanti che (pur non lavorando in Ilva) vivono quotidianamente l’esperienza fisicamente e psicologicamente lacerante del Siderurgico leggendo, studiando, informandosi, riflettendo e partecipando, come singolo inquadrato non in gruppi e associazioni bensì nella comunità cittadina, alle attività di lotta. Non senza, me lo lasci dire, un certo orgoglio che vedo risvegliarsi un po’ ovunque.

“Cos’è per un cittadino di Taranto l’Ilva”: una domanda importante, difficile… Ilva è la Grande Madre dalle cui mammelle generose Taranto, non senza avidità, succhia latte dal lontano 1961, data di avviamento del tubificio, prima unità operante del IV Polo Siderurgico voluto, in un momento di grande sviluppo industriale per il Paese, in un’area legata, dall’Unità d’Italia in poi, all’industria di Stato. Ma facciamo, se me lo consente, un po’ di storia. Tre sono stati, negli ultimi 150 anni, i poli dello sviluppo economico tarantino (escludendo la pesca e il commercio, naturalmente, dato che parliamo di sviluppo industriale): Marina Militare, cantieri navali, produzione dell’acciaio. Lo Stabilimento, ancora oggi dai tarantini così chiamato e scritto con la maiuscola, quasi in segno di deferenza, viene ufficialmente inaugurato il 10 aprile 1965 dall’allora Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Il quale, nel discorso di inaugurazione (vibrante amor di Patria da ogni poro…), rammenta “il lavoro paziente, quotidiano, anonimo, meritorio e prezioso, di migliaia di operai, trentacinque dei quali, anzi, nel corso dei lavori, hanno immolato in quest’opera la loro vita…”. Già, perché la storia dei morti dell’Ilva (allora Italsider) parte da lontano. Trentacinque decessi già solo in fase di realizzazione degli impianti. Il motivo è facilmente ravvisabile, a mio sommesso avviso e per usare un’espressione tanto ignobile quanto in voga oggigiorno, in un “materiale umano” espressione di un tessuto sociale che di industria, tolti i cantieri navali, sapeva poco e niente. Agricoltori e pescatori perlopiù, come tali privi della dovuta formazione in un momento storico della Repubblica in cui, dopo la grande esperienza giuslavorista degli Anni ’20-‘40, le tutele per i lavoratori in termini di sicurezza erano alquanto circoscritte. Ad oggi, la scia di sangue non si è fermata.

Naturalmente Ilva non è solo sinonimo di morte, sia essa dovuta ad incidenti sul lavoro o a malattie professionali con un’incidenza spaventosa sulla popolazione (ma per quest’ultimo punto si dovrebbe parlare non solo di Ilva, ma anche di Eni, Cementir, Marina Militare…). Il Siderurgico ha portato a Taranto, unica città di immigrazione in un Sud che saltava sui treni diretti alla Fiat di Torino, un benessere economico che non intendo mettere in discussione. Ma si è trattato, nonostante tutto, di un benessere effimero. Il dramma dell’allora Italsider fu quello di fagocitare, per logiche facilmente intuibili nei rapporti tra colossi e pigmei economici, ogni possibilità di sviluppo in senso alternativo alla produzione di acciaio. Già il Sud grosso modo non conosce, di per sé, una radicata cultura dell’imprenditorialità, perlomeno non secondo i canoni cui ci ha abituati il poderoso tessuto imprenditoriale del Nord Italia: si immagini cosa può accadere in una città che conosce esclusivamente l’impresa di Stato. L’unica possibilità, in tal senso, consiste nell’indotto: un anello di realtà imprenditoriali vassalle del colosso dell’acciaio. Fuori da ciò, pressoché nulla. Il discorso è complesso e non può chiaramente esaurirsi in un braccio di ferro tra Siderurgico e città, ma in linea di massima rende l’idea. Dunque Ilva è, per Taranto, la grande speranza di un balzo in avanti, forse anche (almeno per gli intellettuali e, forse, per una tipologia oramai semi-inesistente di “operaio soldato”, in parte esistita agli albori dell’industria dell’acciaio e per la quale il senso del dovere personale era talora congruente con il sentimento patrio) il sogno del contare qualcosa sullo scacchiere nazionale ed europeo: peccato che nessuno, fino al 26 luglio scorso, avesse raccontato alla cittadinanza, figlia coccolata e al contempo vittima dell’acciaio, questa storia fatta di immortali principi di progresso e di importanza capitale della città per l’intera nazione.

2) Abbiamo assistito in questi mesi al ricatto che i tarantini hanno dovuto subire, trovandosi a scegliere tra la salute ed il lavoro. Abbiamo anche assistito, grazie ai tg, a cortei di persone che chiedevano solo di lavorare. Rispecchiano la situazione di Taranto? Veramente Taranto è disposta a “vendere” la propria salute?

Il ricatto viene da lontano e si articola primariamente nella più odiosa delle forme: quella del ricatto occupazionale, che ha preso piede, nello specifico, a seguito dell’intrusione del privato nell’industria locale dell’acciaio, dovuta allo splendido dono fatto dallo Stato alla famiglia Riva. Correva l’anno 1992, annus terribilis per l’Italia tutta: nell’arco di 365 giorni fu avviato lo smembramento del Siderurgico nel quadro della ristrutturazione dell’IRI in chiave di privatizzazione dell’industria di Stato. Era il 22 luglio 1993 quando il CdA di IRI S.p.a., presieduto da tal Romano Prodi, autorizzava la società Ilva (caposettore per il comparto della siderurgia pubblica) ad avviare un iter di scissione in due tronconi principali: laminati piani comuni (Taranto-Novi Ligure) e laminati speciali (Terni). C’era già stato il raddoppio degli impianti, con l’occupazione schizzata al numero impressionante di oltre 23.000 dipendenti (parliamo del solo stabilimento di Taranto) e il nuovo amministratore delegato Ilva, il giapponese Nakamura, iniziava a sbandierare la ricetta nipponica del binomio “risanamento-privatizzazione”, anche nell’ottica di fronteggiare un probabile contenzioso comunitario che da qualche tempo era nell’aria. Il contenzioso, puntuale, arrivò: la CEE aveva fatto una stima relativa a una sovracapacità produttiva internazionale di acciaio pari a circa 30 milioni di tonnellate, un eccesso di produzione il cui ridimensionamento, in via teorica, sarebbe costato un olocausto di circa 50.000 posti di lavoro del settore siderurgico in tutta Europa, di cui circa 14.000 solo in Italia. A ciò si aggiunga che l’IRI doveva, all’industria siderurgica nazionale in crisi, circa 3.000 miliardi di lire a titolo di rimborsi fiscali, ciò che avrebbe rappresentato una indubbia boccata di ossigeno per Ilva S.p.a. Questo il quadro generale, ai tempi: sovracapacità produttiva a livello internazionale, mancanza di liquidità del settore siderurgico nazionale, migliaia di posti di lavoro a rischio.

Sorvolando sui dettagli, per ovvie ragioni di spazio, giungiamo al punto di rottura: l’ombrello pubblico si ritira e Ilva S.p.a. subisce il piano di privatizzazione avviato con la sistematica distruzione di quel capolavoro che fu l’Istituto per la Ricostruzione Industriale, ad opera (repetita iuvant) anche di Romano Prodi. È il 1995: l’1 maggio, data significativa che sembra voler preannunciare le tensioni dei decenni successivi, il Gruppo Riva acquista lo stabilimento Ilva di Taranto con circa 11.800 unità lavorative effettive. Ma il bello è che lo acquista a prezzi stracciati, pressoché un regalo. Gianni Dragoni, in “Ilva. Il padrone delle ferriere”, ha sintetizzato al meglio quanto accaduto: “Per vendere l’ex Italsider di Taranto, nel 1993, il gruppo Iri guidato da Romano Prodi crea una nuova società, l’Ilva Laminati piani, ripulita dalla zavorra dei debiti, circa 7000 miliardi di vecchie lire che restano nella vecchia Ilva messa in liquidazione alla fine del 1993. In pratica questo è il modello della bad company, che verrà replicato nel 2008 dal governo Berlusconi con la divisione in due di Alitalia. All’Ilva Riva entra in possesso di un gruppo con impianti nuovi che in seguito al boom dei prezzi produce utili al ritmo di 100 miliardi di lire al mese: è il terzo produttore in Europa di laminati piani, dietro giganti quali la francese Usinor Sacilor e l’inglese British Steel. Per tutto questo Riva paga un prezzo di 1460 miliardi di lire «salvo conguaglio» stabilisce il contratto messo a punto dopo un serrato braccio di ferro con lo Stato venditore rappresentato dall’Iri, dove nel frattempo è tornato come presidente Michele Tedeschi. Dentro l’Ilva ci sono anche debiti finanziari netti per 1500 miliardi di lire, un indebitamento basso rispetto alle dimensioni della società, e il fatturato è di quasi 9000 miliardi di lire. Con l’acquisizione il gruppo Riva triplica la produzione e quadruplica il giro d’affari a circa 11.500 miliardi. «L’età del ferro non è mai finita» dice euforico l’industriale. In quel momento l’Ilva genera profitti per circa 100 miliardi di lire al mese, ha circa 17.300 dipendenti, gli impianti principali sono a Taranto, Novi Ligure e Genova. Oltre agli interventi sull’occupazione, tra riduzione dell’organico e le manovre che abbiamo visto per piegare chi resiste, come l’isolamento nella palazzina Laf, lancia un’offensiva contro l’Iri chiedendo uno sconto di circa 800 miliardi, invocando soprattutto problemi ambientali, cioè la necessità di adeguare gli impianti con investimenti nell’ecologia per ridurre l’inquinamento. In questo braccio di ferro, a metà del 1996 Riva sospende anche il pagamento del «conguaglio forfettario» di 228,66 miliardi dovuto all’Iri, secondo il contratto, per i profitti accumulati nei primi 98 giorni del 1995, quando la società era ancora dello Stato, utili rimasti però dentro l’azienda privatizzata. La controversia è affidata a un collegio arbitrale composto da tre giuristi. Riva sceglie come proprio arbitro Guido Rossi, il professore, ex senatore della Sinistra indipendente e già presidente della Consob. L’Iri designa Gustavo Visentini, figlio del famoso ex ministro delle Finanze Bruno Visentini. Il presidente del collegio è un avvocato milanese esperto di diritto penale societario, il professor Alberto Crespi. Il verdetto arbitrale del 2000 stabilisce che Riva deve pagare poco più di 180 miliardi di lire: il prezzo complessivo pagato per l’Ilva sale così dai 1460 miliardi «salvo conguaglio» stabiliti nel contratto a 1649 miliardi di lire, circa 852 milioni di euro. In apparenza l’imprenditore viene «condannato» a pagare, dunque è perdente nell’arbitrato. Il verdetto in realtà gli è favorevole, anche se non viene accolta la sua richiesta di uno sconto di 800 miliardi che aveva suscitato scalpore. E l’Iri, dove il direttore generale è Pietro Ciucci, attuale presidente dell’Anas e amministratore delegato della società Stretto di Messina, resta con un palmo di naso.”

Venendo alla seconda parte della domanda, particolarmente impegnativa… Vede, sulla bilancia ci sono due piatti: su uno viene posto l’interesse strategico nazionale alla produzione di acciaio, principalmente necessario per la lavorazione finale presso altri stabilimenti del Gruppo Riva; sull’altro vengono poste le vite di 190.000 persone. C’è una enorme paura nell’aria. Il tarantino medio, per le ragioni sopra esposte, non riesce a concepire una città senza Siderurgico: è quasi come ventilare a un senese l’ipotesi di una chiusura definitiva del Monte dei Paschi. Una parte di Taranto, ed è dura da dire, non è disposta a rischiare, paventando persino il rischio di un tumore come preferibile alla certezza della fame e dell’emigrazione. Ma si deve anche contestualizzare: come si fa a parlare, nel 2013, di indispensabilità dell’industria siderurgica (di per sé già in crisi) per la città di Taranto, quando dei circa 12.000 lavoratori attualmente impiegati presso lo stabilimento più o meno 1/4 sono tarantini con residenza? A ciò si aggiunga che questa è una città che annovera nel suo parterre des rois non solo Ilva, ma anche Cementir, Eni, Marina Militare (che ha le sue buone responsabilità tanto in ordine alla disintegrazione dell’ecosistema, quanto con riguardo alla sottrazione di gran parte del territorio, inutilmente demanializzata ancora oggi), e che pure ha un tasso di disoccupazione pari al 40% e vede spuntare come funghi bet points e casinò alla buona ad ogni angolo di strada: ma questo lo sanno i pontefici del “settore strategico nazionale” che con toni otto-novecenteschi più consoni alla Corea del Nord straparlano (a distanza di sicurezza) di quella che, ai nostri stessi occhi, appare sempre più una sorta di enclave in lotta contro il mondo – e ciò che più conta, perché fa male, in lotta contro se stessa?

 

3) Cosa rende l’Ilva così tossica e pericolosa?

Anche questa è storia che nasce da lontano, dalla gestione di Stato come Italsider (IV Polo Siderurgico, attivo da mezzo secolo). Lo Stato ha enormi responsabilità, che non vanno taciute; ma è altresì innegabile che il procedimento in corso per disastro ambientale (ex multis) vede come imputati i Riva, avendo ad oggetto la gestione privata degli ultimi 18 anni. Da un punto di vista strettamente “ambientale”, lo stabilimento è estremamente pericoloso per le problematiche relative alla diffusione incontrollata di polveri sottili, diossina (sostanza che lascia dietro di sé una impronta idonea a ricondurre al diffusore), PCB, mercurio, piombo e molte altre amenità. Secondo i periti incaricati dalla Procura di Taranto, l’esposizione continuata agli inquinanti dell’atmosfera emessi dallo Stabilimento ha causato e causa a tutt’oggi nella popolazione “fenomeni degenerativi di apparati diversi dell’organismo umano che si traducono in eventi di malattia e di morte”, con una stima approssimativa di trenta decessi all’anno. Alcuni dati di un certo interesse che fotografano, sempre secondo le perizie disposte dalla Procura ed accolte dal GIP Todisco, la situazione ambientale ed epidemiologica alla data del 26 luglio 2012:

– 386 decessi (la famosa “minchiata” con cui si sciacquava la bocca il latitante Fabio Riva) e 237 casi di tumore maligno con diagnosi da ricovero ospedaliero (18 casi per anno) attribuibili alle emissioni industriali (pag. 219 perizia epidemiologica);

– 247 eventi coronarici con ricorso al ricovero (19 per anno) attribuiti alle emissioni industriali (ibid.);

– 937 casi di ricovero ospedaliero per malattie respiratorie (74 per anno) (in gran parte tra i bambini) attribuiti alle emissioni industriali (ibid.);

– 17 casi di tumore maligno tra i bambini con diagnosi da ricovero ospedaliero attribuibili alle emissioni industriali (pag. 220, stessa perizia).

Di recente sono state avviate indagini sanitarie nel comprensorio di Statte, aventi ad oggetto il monitoraggio dei livelli di piombo nel sangue dei cittadini. Non parliamo dell’incidenza di specifiche tipologie tumorali, di per sé relativamente rare (penso all’endometriosi), o del sospetto di uno sviluppo di tumori del sangue per via ereditaria, di tumori alla prostata che colpiscono bambini di pochi mesi, o ancora di casi di malformazione alla nascita verificatisi sporadicamente in determinati quartieri.

Tornando alle perizie giudiziarie, qualche dato sulle emissioni. Nel 2010 lo stabilimento tarantino ha emesso dai propri camini oltre 4 mila tonnellate di polveri, 11 mila tonnellate di diossido di azoto e 11 mila e 300 tonnellate di anidride solforosa (oltre a: 7 tonnellate di acido cloridrico; 1 tonnellata e 300 chili di benzene; 338,5 chili di IPA; 52,5 grammi di benzo(a)pirene; 14,9 grammi di composti organici dibenzo-p-diossine e policlorodibenzofurani (PCDD/F). (pag. 517 perizia chimica). A ciò si aggiunga che i livelli di diossina e PCB rinvenuti negli animali abbattuti e accertati nei terreni circostanti l’area industriale di Taranto sono riconducibili alle emissioni di fumi e polveri dello stabilimento Ilva di Taranto (pag. 521 perizia chimica). Si consideri che parliamo di migliaia e migliaia di capi abbattuti, provvedimento drastico cui ha fatto seguito il divieto di pascolo ex art. 2, ordinanza Regione Puglia 176/2010, che recita: “[…] divieto di pascolo sui terreni non aventi destinazione agricola ricadenti entro un raggio di non meno di 20 km attorno all’ area industriale di Taranto”: ciò ha comportato la disintegrazione e l’abbandono all’oblio di piccole e medie imprese di allevatori e produttori alimentari per i quali, con tutta evidenza, non valgono le sacrosante omelie sul “lavoro bene primario” cantate ogni due per tre per i lavoratori dello stabilimento. La stessa Ilva quantifica, inoltre, le sostanze non convogliate emesse dai suoi stabilimenti in 2148 tonnellate di polveri; 8800 chili di IPA; 15 tonnellate e 400 chili di benzene; 130 tonnellate di acido solfidrico; 64 tonnellate di anidride solforosa e 467 tonnellate e 700 chili di Composti Organici Volatili (pag. 528, stessa perizia). Va altresì considerata la fuoriuscita (quantificabile in 544 tonnellate all’anno di polveri) di gas e nubi rossastre dagli impianti (c.d. slopping), fenomeno ampiamente documentato dai periti chimici e dai carabinieri del NOE di Lecce.

A ciò si aggiunga, last but not least, la diffusione incontrollata di polveri sottili dai Parchi Minerali, enormi cumuli di polveri stockate in assenza di qualsivoglia reale misure di sicurezza che non sia la riduzione in altezza e la risibile bagnatura e filmatura degli stessi con acqua e gel, cui va sommata l’ultima geniale trovata dell’azienda per evitare di affrontare il problema nell’unico modo possibile (vale a dire la costosissima operazione consistente nella traslazione e copertura dei Parchi, con annesso rifacimento e messa a norma dei nastri trasportatori dai docks agli impianti): la fantomatica rete di contenimento, un enorme acchiappamosche, poderoso ritrovato della tecnica (nelle intenzioni alto 27 metri, nella pratica di altezza a occhio e croce pari a circa 10-15 metri) idoneo, secondo le dichiarazioni rese dall’azienda stessa, a “contenere la diffusione di polveri pesanti dalla zona dei parchi minerali verso l’esterno, soprattutto verso il quartiere Tamburi. La rete, con la sua porosità, oltre che a rallentare la velocità del vento, effettua anche un’azione di intrappolamento delle polveri.”

Peccato che il problema reale non sia tanto rappresentato dalle polveri pesanti, ivi citate, quanto da quelle sottili, che questo possente parto della scienza non sarebbe in alcun modo capace di risolvere. Che ciò sia un problema, e non di poco conto, lo dimostra una semplice passeggiata nel contiguo rione Tamburi: quel rione, così simile alla Manchester descritta da Engels, che l’ineffabile ex-ministro Clini e l’altrettanto ineffabile ministro Lorenzin prospettano sic et simpliciter di spostare… Bene, qualora vi si recasse non farebbe fatica a constatare, oltre alla ‘pesantezza’ dell’aria, anche i cromatismi, del tutto particolari, con un predominio del rosa-rosso (a Taranto vantiamo, tra le altre cose, l’unico cimitero rosa al mondo: questo perché la gente, oramai, non perde tempo e tinteggia le cappelle direttamente di rosa, ritenendo misura inutile l’utilizzo di vernice bianca, posto che entro pochi mesi le polveri, depositandosi sulle tombe, le fanno virare nuovamente su una tonalità rosée-rouge a metà strada tra il confetto e le big babol). Lo constata semplicemente dando un’occhiata ai guard-rails a bordo strada, che ogni tanto il Comune di Taranto, sempre solerte in queste cose, provvede a sostituire a fini di make-up, ma soprattutto limitandosi a un gesto semplicissimo, cioè a dire passando un dito su una qualunque superficie, sia essa muro, balcone, ringhiera o persino tavolo da cucina: noterà, non senza sorpresa, che le rimarrà una traccia di polvere di colore nero-rossastro sul polpastrello. Immagini che cosa portano dentro di sé, nell’organismo, gli abitanti dei Tamburi. Ciononostante, posso assicurarle che a fronte di tutto questo è possibilissimo, ancora oggi, ascoltare discorsi allucinanti di persone che minimizzano (se proprio non escludono alla radice) le conseguenze di tale esposizione alle polveri o che, addirittura, decantano la bellezza plastica ed eroica di quei bambini che, un tempo, ignari del pericolo si lanciavano con improvvisati slittini dai cumuli dei Parchi, allora non sottoposti a vigilanza stringente come quella attuale…

 

4) Seguendo la parabola dell’informazione, sembra quasi che l’Ilva sia un problema recente di Taranto. Da quanto invece i cittadini riscontravano questo problema? Quando si è iniziato a puntare il dito contro l’Ilva e perchè?

Per dare il polso della situazione, evidenziando le menzogne (anche storiche) di una certa stampa vergognosamente appiattita su posizioni filo-governative, basti sapere che la prima condanna di un dirigente dell’allora Italsider, di proprietà statale, risale al lontano 1982. Il problema non è tanto il fatto che si tratti o meno di lotte recenti (cosa non vera, poiché una più o meno vaga percezione del pericolo rappresentato dal Siderurgico per l’ambiente e la salute si aveva già negli Anni ’70 del secolo scorso), quanto la mancanza di informazione da una parte – per ovvie lacune scientifiche e per voluta distorsione della realtà da parte dei soggetti interessati -, il vuoto legislativo in materia di reati ambientali dall’altra, obiettivo conseguito da poco ed in costante evoluzione. Ora, molto semplicemente, dopo decenni di insabbiamenti, di mazzette, di strizzate d’occhio ed elemosine alla città la bolla è esplosa e gli oligarchi dell’industria pesante e i soloni della “strategia nazionale” a oltranza dovranno fare i conti con una città che non è più disposta a morire in silenzio – semmai, se proprio deve crepare, lo farà urlando.

 

5) Come si è arrivati allo stallo popolazione contro i Riva?

A seguito del costante, reiterato, sfacciato muro contro muro che il privato ha deliberatamente causato, avallato e mantenuto con protervia lungo 18 anni di redditizia attività sul territorio e sulla pelle della gente. Un confronto fatto di sordità, di mancata volontà di comunicazione, di una gestione improntata a logiche che non è esagerato definire neocolonialistiche (sappia, tuttavia, che il mio non è il solito piagnisteo “meridionale” sul “Nord assassino e colonizzatore”, le cose essendo un tantino più complesse: di conseguenza, gli eventuali “separatisti” neo-borbonici ed altre lunghe barbe stanche e anacronistiche che per ventura leggono questa intervista chetino le proprie voglie e i relativi entusiasmi), caratterizzata, almeno stando alle attuali risultanze procedimentali, da un’amministrazione dello Stabilimento a dir poco “libera”. Si considerino, ad esempio, le modalità con cui si estrinsecavano, secondo il teorema dell’accusa, i rapporti con determinati pezzi del mosaico “cosa pubblica”, ma anche la gestione a dir poco estrosa dei rapporti con i lavoratori, di cui la nota vicenda della palazzina LAF, la manifestazione del 30 marzo 2012 foraggiata dall’azienda (con tanto di striscioni professionali e kit trombetta-panino pro capite) e i blocchi stradali strumentali alla medesima costituiscono solo alcuni esempi paradigmatici e macroscopici.

6) La Consulta ha deciso che la salva Ilva non è anticostituzionale, mentre il Tribunale di Taranto ed il GIP avevano sollevato 17 dubbi di anticostituzionalità. La decisione della Consulta arriva anche dopo accorati (ed a tratti disperati) appelli dalle mamme tarantine, soprattutto dalle madri di quei numerosi bambini malati di tumore, che hanno trovato spazio quasi esclusivamente sulle pagine internet. Come è stata accolta questa notizia tra la gente?

La mia sensazione è che sussista, anche in questo caso, uno spartiacque tra pro-Ilva e anti-Ilva e, nel mezzo, varie sfumature di grigio. A seconda dell’appartenenza ad uno o all’altro “blocco” la percezione della notizia è stata diversa. Lo schieramento ambientalista (cui non appartengo, come non appartengo ad alcuno schieramento che non sia quello del disgusto e del fronte cittadino, di quei cittadini – s’intende – che vogliono campare), composto di tante anime spesso in disaccordo tra loro, naturalmente non ha accolto positivamente il provvedimento della Consulta. Dall’altra parte abbiamo personaggi che, in base a curiose interpretazioni storico-politiche e persino ideologiche, od anche solo sulla scorta di personali preoccupazioni di ordine socio-economico (“che fine faremmo senza Ilva o anche senza la sola area a caldo?”), esultano e si ergono sul pulpito di chi, a conti fatti, intona il te deum del “ve l’avevo detto”. Nel mezzo, le onde degli indecisi, generalmente quelli che in un modo o nell’altro la prendono dove il sole non batte o perché nello stabilimento ci lavorano, pure intimamente lacerati tra il bisogno ineludibile di lavorare e la consapevolezza di avere parecchie chances di lasciarci la pelle, o perché temono che una chiusura o un ridimensionamento degli impianti e della loro capacità produttiva possano infliggere un colpo mortale alla già dissestata economia locale. Su tutto questo, è ovvio, gli oligarchi marciano tronfi e trionfanti, sia pure dietro le gabbie dorate dei domiciliari scontati in lussuosi appartamenti.

 

7) Il sindaco di Taranto ha indetto un referendum sull’Ilva, che sappiamo che ha avuto scarsa affluenza. Perchè? Cosa porterà o cosa non porterà a Taranto questo referendum?

Il referendum, come ampiamente prevedibile, non ha portato a nulla. A latere il mancato raggiungimento del quorum (sebbene il dato partecipativo, in sé, non sia trascurabile), già nel 2011 il TAR Lecce fu chiaro: il referendum per la chiusura è improponibile e non avrebbe alcun valore legale, il contenuto esula dalla competenza referendaria. Si è optato per un referendum consultivo, al fine di “dare un segnale”, “far sentire la voce della cittadinanza” e altre frasi fatte. Preciso di aver votato per una questione di coscienza, ma anche di essere pienamente consapevole di essermi trovato davanti a una scheda che rappresentava l’ennesimo inutile contentino elargito da un Comune (generalmente “non pervenuto”) alla popolazione dopo le grandi agitazioni dello scorso anno, culminate in dicembre con una manifestazione che vide scendere in piazza, in una città storicamente dormiente, qualcosa come 20-25 mila persone. A mio modesto parere referendum simili, privi di reali sbocchi pratici, servono esclusivamente a titillare le voglie democratiche della gente: e per quanto “dare un messaggio” sia cosa buona e giusta, abbiamo visto come sono andate a finire altre tornate elettorali di taglio omogeneo e con ben maggiori possibilità di attuazione. Se mi domanda un parere circa la strategia da adottare nelle forme di lotta la mia risposta è questa: studiare, conoscere la materia, discutere, dibattere, marciare. Sono dell’avviso (consapevole che la magistratura può e deve fare il suo nel proprio ambito) che la piazza pacifica sia l’unico motore del cambiamento possibile e che le dinamiche referendarie siano da relegare nel campo delle inutili illusioni, magari anche strumentali al mantenimento dello status quo.

8) C’è qualcosa che potrebbe salvare sia l’occupazione che la salute di Taranto? Qualcuno ha mai presentato soluzioni concrete – tipo cambio forni, filtri speciali o qualche nuova tecnologia – che potrebbe risolvere entrambi i problemi senza portare a dover scegliere tra la vita ed il futuro?

Sono state avanzate molte proposte in tal senso. Non sono un tecnico e non posso entrare nei dettagli per questioni di incompetenza, ma il dubbio che personalmente mi attanaglia è questo: è possibile bonificare senza fermare gli impianti? La soluzione individuata dall’Autorità giudiziaria si muoveva secondo lo schema della “pelle di leopardo”: blocco ragionato di determinati impianti a fini di risanamento, mentre gli altri impianti avrebbero dovuto marciare a regime ridotto onde non paralizzare del tutto la produzione. Niente: la guerra condotta a livello legislativo (c.d. Aia Clini), o meglio, a livello di quella decretazione d’urgenza cui il governo Monti ci ha ampiamente abituato, nonché a livello giudiziario a botte di ricorsi e opposizioni fino allo smacco della Consulta ha vanificato la portata di quei provvedimenti. La base di qualunque progetto di risanamento, per restare ancorati a tempistiche più recenti, è rinvenibile nelle oltre 400 prescrizioni contenute nelle perizie sopra citate, solo in parte accolte dalla “nuova AIA” (che tale non è, poiché si tratta di una riformulazione dell’AIA Prestigiacomo, probabile contropartita elargita dal governo Berlusconi a Riva per la partecipazione alla cordata salva-Alitalia). Chiariamoci: Ilva s.p.a. non è sempre rimasta inerte, ha anzi avviato, nell’ultimo decennio, alcune opere di risanamento e messa a norma. Ma si rimane sempre in superficie, sull’epidermide: il problema non è risolvibile dando un colpo al cerchio e uno alla botte, è di natura strutturale ed investe gli impianti in quanto tali. Faccio un esempio concreto: dopo il sequestro giudiziario Ilva s.p.a. ha fatto un gran clamore circa la solerzia con cui ha provveduto ad avviare i lavori di rifacimento dell’AFO/1 (Altoforno 1), tuttavia non preoccupandosi minimamente di comunicare al mondo che tale impianto era già parte, per così dire, di un “piano di ammortamento” a causa della sua vetustà. Ben diverso, e non a caso, è stato l’atteggiamento assunto nei confronti dello stop ingiunto dall’Autorità giudiziaria a fini di rifacimento dell’AFO/5, il più grande, il cuore pulsante dell’area a caldo… Capisce qual è il punto? Far quasi passare un ordine del giudice per iniziativa propria e adempierlo con solerzia, onde bombardare mediaticamente gli allocchi (perché di allocchi si tratta, se ci cascano) col messaggio dell’Ilva buona, dell’Ilva operosa, dell’Ilva che si attiva e collabora con la magistratura per il bene del territorio. Dell’Ilva che investe un miliardo in sicurezza e che organizza persino gli open days (frequentati perlopiù da famiglie di lavoratori dello stabilimento e organizzati secondo percorsi ben definiti)… Comprende bene che la percezione, costante oramai da anni, è quella di una mastodontica, inveterata e inossidabile prassi volta alla presa per il culo della cittadinanza destinataria di provvedimenti insulsi come il finanziamento all’oratorio X, l’istituzione del premio per la ‘cultura’ Y, l’inaugurazione delle fontanelle del cimitero (atto di benevolenza degno di rilievo e, senza alcun dubbio, di alto valore simbolico per la cittadinanza…) e via dicendo. Tutto questo mentre ai Tamburi un’ordinanza contingibile e urgente del Sindaco vieta ai bambini di giocare nelle aiuole (quali aiuole poi, mi domando?) e di toccare il terreno, contaminato da berillio, mercurio, nichel e cadmio; tutto questo, mentre al cimitero San Brunone vengono persino bloccate le sepolture, poiché smuovere il terreno comporta pericolo per la salute degli operatori cimiteriali e di chiunque vi assista. Ci rendiamo conto? Non possiamo nemmeno più seppellire i nostri morti! Li hanno ammazzati da vivi ed ora li ammazzano una seconda volta, da morti.

9) A livello di autorità locali, come rispondono alle domande della popolazione? Come hanno risposto al ricatto dei Riva sulla scelta tra salute e lavoro?

Agevolandolo. Mi spiace dirlo, ma salve poche eccezioni le autorità locali non hanno fatto nulla per la popolazione e le numerose contestazioni, non tutte strumentali a biechi fini “politici”, stanno lì a dimostrarlo. Viviamo la paradossale realtà di una città retta da un Sindaco stimato pediatra che ha dimenticato, con tutta evidenza, il giuramento di Ippocrate e che mentre ingolfa il territorio di rotonde e paletti contro il parcheggio selvaggio (le giuro che è uno spettacolo imbarazzante: il centro è oramai una selva di pali e archetti metallici variopinti) evita accuratamente di battere i pugni sul tavolo, fino a dimenticarsi di costituirsi parte civile in uno dei tanti rivoli dell’avventura giudiziaria Ilva… In tutto questo trova il tempo di autorizzare la costruzione di un ecomostro in una Città Vecchia che si cerca disperatamente di riqualificare (Giulio Carlo Argan, nel 1969, ebbe a dire: “La questione del centro storico tarantino è una questione di importanza nazionale e non soltanto locale. Si tratta di conservare un complesso monumentale che interessa tutto il Paese e alla cui conservazione tutto il Paese deve concorrere”), nonché di farsi fotografare con la pistola alla cintola come l’ultimo epigono della grande epopea del West. Sembra un film di Antonio Albanese, ma è la cruda realtà. La cosa pubblica, qui, è amministrata in maniera molto strana, riassumibile come segue: forti coi deboli, vili coi forti. Sempre. E allora ben venga la marea che monta, ben vengano le manifestazioni, i cortei-fiume, i 1 Maggio autorganizzati, le assemblee in piazza: ben venga tutto questo, poiché è la voce di un popolo stanco, vessato, ammalato, che vede annidato in ogni casa “il male”, “la malattia” che porta via padri, nonni, madri, figli e che vede morire i propri ragazzi per un pezzo di pane volando da un camino o finendo schiacciati sotto un treno-nastri, o persino travolti da un tornado dentro una gru in cui non dovevano trovarsi… Lo Stabilimento, questo Moloch che inizia con la maiuscola per una questione di timore reverenziale usualmente riservato a una divinità terribile e gelosa, ha ingoiato dal ’61 ad oggi circa 500 morti per incidenti sul lavoro. Cinquecento: non è un errore di battitura. Lo scriva. Un’ecatombe. Davanti a ciò, comprende bene, non resta che la marcia, non resta che il popolo, la piazza, la voce unisona di chi, sia pure nel corso di un semplice (ma sudato) concerto, organizzato – va detto sebbene non ne faccia parte – dall’instancabile Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti che dal 2 agosto ad oggi continua ad alimentare le speranze della città, non si stanca di urlare a un’Italia troppo spesso sorda e distante, lontana, distratta poche parole chiare e nette: “Taranto Ribellati, Taranto Libera!” Ed è verissimo e incontestabile, duole dire anche questo, l’abissale distanza del Paese dalle nostre problematiche: un silenzio assordante, rotto qua e là dalle iene dei media, dalle idiozie dei politici o da cortei liguri che plaudono al ministro Clini: quello stesso Clini che anni addietro, rivestendo un ruolo dirigenziale pubblico, riteneva misura urgente e inderogabile la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento genovese proprio per i danni ambientali e sanitari che comportava, mentre nel 2012, a Taranto, si faceva paladino delle sole esigenze produttive nazionali. Ma la nazione in tutto questo dov’era, dov’è? Dov’era il tribuno Grillo, di casa in Val di Susa, nel Sulcis e nello Stretto di Messina – di casa ovunque fuorché qui – quando Taranto veniva blindata con tanto di intervento di elicotteri ed artificieri, dov’era il 2 agosto mentre un pugno di lavoratori assaltava pacificamente il palco di una Triplice terrorizzata dal moto sismico da essa stessa innescato sotto i propri piedi, dov’era quando il 17 agosto in prima fila c’era chi voleva sfondare il cordone di agenti mentre la ragione prevaleva e la città non si faceva fregare da chi voleva a tutti i costi un innalzamento del livello di scontro, dov’era quando a settembre marciavamo ai Tamburi e il 15 dicembre il centro cittadino vedeva una popolazione storicamente addormentata mostrare finalmente il volto vero di un movimento in crescita inarrestabile? Chi gli confezionava la meravigliosa ricetta “confisca-bonifiche-ripartire” (l’avessimo saputo prima, che era così semplice…!) che elargiva da un palco durante una campagna elettorale, conclusa la quale nessuno lo ha più visto da queste parti?

E dov’era la sinistra al caviale, che di operai non sa più nulla, dov’erano i fascisti, dove i nazionalisti, i sindacati, le presunte forze rivoluzionarie del Paese? Ma soprattutto, dove diavolo era la gente comune? A guardare Vespa che ricostruiva grafici di casa Misseri. Ecco dov’erano, tutti. O quasi tutti, perché poi ci sono sempre lodevoli eccezioni: ma la natura di una eccezione, è noto, risiede nel confermare una regola e la regola è quella del non vedo-non sento-non parlo. E men che meno marcio. Allora in tutto questo, da cittadino di una città che all’Italia e all’Europa ha dato tanto e tanto continua a dare (come molte altre città ‘olocauste’, poiché non esiste solo il sacrificio di Taranto ma anche quello – talora anche per vantaggio pubblico – di Porto Marghera, di Ferrara, di Napoli, di Brescia e via dicendo), mi sento di dire solo una cosa: chi fa da sé fa anche per te, Italiano. E quando te ne accorgerai sarai comunque il benvenuto a Taranto, sebbene con dieci mesi di ritardo.

….e questa è solo un’anticipazione!

Commenti Facebook