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Errori e depistaggi: la replica del blogger Enrico Tagliaferro a Travaglio e alle “agende rosse”

4ca36d58951aa7f641f8c7672d26946e[1]Premessa: questa intervista è pubblicata da Qelsi, ma su gentile concessione del nostro Segugio, Enrico Tagliaferro, la condividiamo.

FONTE: QELSI

Enrico Tagliaferro, scrittore indipendente, nel suo blog personale “Segugio” si occupa prevalentemente di criminologia e cronaca giudiziaria. Nel 2010 il suo libro “Prego, dottore!”, è stato acquisito agli atti del processo Mori-Obinu su richiesta della difesa degli imputati. Recentemente un articolo pubblicato sul Giornale, intitolato “Agenda rossa, ora rispunta la pista americana” e firmato da lui e Gian Marco Chiocci, non è piaciuto a Salvatore Borsellino e al suo legale, che hanno formulato ipotesi di “depistaggio”.
Di questo ed altro si parla nell’intervista che Tagliaferro ha rilasciato in esclusiva per Qelsi.

Enrico Tagliaferro, secondo l’avvocato di Salvatore Borsellino, Paolo Repici, saresti uno di coloro che tentano di “condizionare gli operatori del processo Borsellino quater dall’esterno”. Cos’hai da dire a tua discolpa?
Per discolparsi da qualcosa, deve prima esistere la colpa! Vediamo innanzitutto di chiarire l’accaduto. Viviano di Repubblica, quindi non uno qualsiasi, ma un pezzo da 90 del giornalismo sulla mafia, visiona un video dei Vigili del Fuoco girato in Via D’Amelio poche decine di minuti dopo l’attentato del 19 luglio e scorge in un fotogramma “una sorta di quaderno rosso” – definizione dell’oggetto data da Lorenzo Baldo di Antimafia 2000 – sotto il paraurti di un’autovettura distante 15-20 mt dal punto in cui esplose la bomba, ed ipotizza possa verosimilmente trattarsi della famosa agenda rossa del giudice. A fianco dell’oggetto sono visibili i resti carbonizzati di una vittima dell’attentato. Viviano lo identifica erroneamente come il cadavere di Paolo Borsellino, quando invece si trattava del corpo di un’agente della scorta. Proprio questo errore, facilmente individuabile esaminando con un po’ d’attenzione la mappa storica della scena del delitto, rende l’idea del grado di approssimazione dello “scoop” di Repubblica. Si trattava in buona sostanza di ipotesi non adeguatamente verificate e, quel che è peggio, accompagnate dal solito titolo sensazionalistico, che dava per certo che quell’oggetto fosse l’agenda rossa del dr. Borsellino. Ma, si sa, gli autori raramente sono responsabili dei titoli, perché i titoli vengono di norma decisi in redazione dai titolisti, spesso in ossequio a criteri di marketing.

L’ARTICOLO DI REPUBBLICA E DEL GIORNALE, SOLO IPOTESI E CONSIDERAZIONI SVILUPPATE IN BUONA FEDE

Ma quello di Viviano è stato un errore compiuto in buona fede, senza malizia. Lui ha visto un oggetto molto somigliante, per forma e colore, all’agenda di Borsellino, immortalato in un’area dove a suo giudizio poteva verosimilmente trovarsi quell’oggetto, e ne ha dato concitatamente informazione. Forse troppo, concitatamente. Ma questo è quanto è accaduto. E tale informazione non può logicamente rappresentare in alcun modo un “depistaggio”, potendo essa soltanto non essere vera, ovvero facilmente smentibile per semplice verifica, così come poi è avvenuto nell’arco di poche ore.
I depistaggi veri hanno ben altre peculiarità. A maggior ragione con riferimento al mio caso personale: l’avere in seguito espresso una mera opinione sulla scoperta di Viviano, non può costituire colpa alcuna.
Ma per tornare a quello di Viviano, se tutti gli errori giornalistici dovessimo classificarli come depistaggi, allora ve ne sarebbe un’infinità, ed anche ben più gravi, e centinaia di cronisti potrebbero essere messi al torchio dall’Autorità Giudiziaria come presunti inquinatori dei procedimenti. E proprio in tema di vicende di mafia, altri giornali sono caduti in errori certo non meno gravi di quello commesso da Viviano.
A cosa ti riferisci?
Di esempi, con riguardo a questa vicenda, ne potrei citare molti. Uno tra tutti: il Fatto Quotidiano, nel febbraio 2010, ruzzolò, dedicando l’intera prima pagina, con titoli cubitali, ad una “sola”, ossia ad una “lettera” risultata poi artefatta, prodotta in aula da Massimo Ciancimino: la famosa lettera di don Vito e Provenzano con cui, nella versione fiabesca, la mafia cercava di estorcere l’uso di un canale televisivo a Berlusconi. Si trattava in realtà di un fotomontaggio, cioè di una patacca, e non c’era bisogno di periti per dirlo ma bastava esaminarlo con un minimo d’attenzione, quel documento, come feci io che me ne accorsi, e lo scrissi, subito, in un mio articolo pubblicato 2 giorni dopo quello del Fatto. Figuriamoci se, aguzzando la vista, non se ne sarebbe potuto accorgere qualcuno di quella redazione, zeppa com’è di callidi giornalisti d’inchiesta, vicediretti, per giunta, dal principe della categoria. Invece quel fotomontaggio finì riprodotto sulla prima pagina del giornale di Travaglio senza alcuna prudente verifica preventiva, accompagnato da titoli che accreditavano quel collage come “la conferma dei rapporti fra i boss e la creazione del partito azzurro”. Tuttavia, quando un giornale prende uno sfondone, anche con una bufala in prima pagina, bisogna andarci molto piano ad affermare che l’abbia fatto a bella posta, e cioè nella consapevolezza di avere intrapreso un “falso scoop”. Errare è umano, ed è assolutamente normale che accada, così come può essere normale ed umano credere a Ciancimino o prendere per buone le sue carte, specie se prodotte bellamente in giudizio. Almeno sulle prime, ovviamente, mentre poi insistere col credito anche nel caso in cui i falsi comincino a fare mucchio, è cosa diversa.
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Errare è umano, ma talvolta un’informazione può essere manipolata volontariamente. Non pensi?
Ovviamente sì, ma quello è un mondo che non mi riguarda. Ad ogni modo, anche quando una notizia viene distorta scientemente, cioè con dolo, come fece, tanto per fare un altro esempio, secondo sentenze, Marco Travaglio quando espose alla sua maniera certi fatti accaduti nello studio dell’avvocato Taormina, con dettagli non veritieri che gli hanno procurato una condanna per diffamazione, di solito il movente non ha comunque nulla a che vedere con depistaggi o condizionamenti dell’organo giudiziario, mentre in generale l’obbiettivo di tali atti è più quello della mera diffamazione a mezzo stampa. Se bastasse la scarsa attendibilità di un articolo di giornale per condizionare il giudizio di un magistrato, staremmo freschi.
Ma come è possibile che un avvocato possa ritenere che un blogger o un giornalista siano in grado di influenzare e depistare indagini semplicemente commentando un altro articolo o fornendo loro valutazioni?
Beh, questo bisognerebbe chiederlo all’avvocato in questione. Io provo indignazione alla sola idea che qualcuno possa ipotizzare che Viviano volesse o potesse condizionare, con quest’iniziativa, l’attività di un processo, figuriamoci poi arrivare a pretenderne la comparizione in aula per giustificarsi. Non solo è stato fatto questo, ma si è arrivati al punto di chiedere la convocazione anche per me e Gian Marco Chiocci del Giornale, e ciò è tanto più grave in quanto il nostro pezzo si limitava a commentare lo “scoop” di Repubblica attraverso una serie di considerazioni ed opinioni personali ampiamente legittime. Chiocci ed io, infatti, semplicemente abbiamo espresso la nostra perplessità per il fatto che, fra i commenti delle varie parti allo scoop di Viviano, traspariva un’eccessiva fretta di archiviare come “poco plausibile” l’ipotesi avanzata da Repubblica, che secondo noi invece andava verificata. E ciò in quanto comunque fra quell’oggetto e l’agenda una certa somiglianza – per lo meno stando alla fotografia pubblicata da Repubblica – c’era, fatto che a nostro giudizio non si poteva trascurare. Per non parlare dell’autorevolezza della fonte dello “scoop”.

MARTELLI E LA PROCURA FECERO BENE A RICHIEDERE IL SUPPORTO DELL’FBI.

Nell’esprimere tali ovvie considerazioni, abbiamo anche fornito un memo in merito alla collocazione storica dei reperti raccolti in Via D’Amelio, attività per la quale furono incaricati, su richiesta assolutamente condivisibile, vista la gravità dell’evento, del PM dr. Tinebra e del Ministero di Grazia e Giustizia, anche agenti dell’FBI che insaccarono uno per uno tutti i reperti giacenti in Via d’Amelio dopo l’esplosione, sacchi che furono poi lasciati nelle disponibilità della stessa FBI per le attività forensi. E’ tutto agli atti. Non capisco cosa ci sia di male nello scrivere questo; e dove sarebbe il depistaggio?

BENE ANCHE LA PROCURA DI CALTANISSETTA PER LA TEMPESTIVITA’ NEL CHIARIRE I DUBBI SULLE IMMAGINI DELL’AGENDA

Quindi la procura di Caltanissetta ha agito bene e tempestivamente, così come si era auspicato nel nostro articolo, attivando tutta una serie di verifiche nel giro di poche ore che hanno indotto a ritenere che quella non fosse l’agenda rossa di Borsellino. Una volta chiarito il tutto, la stessa Procura si è espressa in modo estremamente chiaro e ragionevole: “non c’è stato alcun depistaggio e non vogliamo neppure pensarlo”, hanno comunicato.
E ci sembra che la Procura non sia stata la sola a pensarla così….
Infatti. Della stessa idea si sono dichiarati il legale di parte civile di Rita Borsellino e di altri familiari di vittime di mafia, Francesco Crescimanno, e la procura di Palermo, che non si sono associati all’istanza di Repici. Anzi, stando ai resoconti di talune fonti, si sarebbero persino “opposti”. Ciò mi pare piuttosto significativo.
Soltanto il legale di Salvatore Borsellino e quello del governatorato di Leoluca Orlando Cascio, vale a dire del Comune di Palermo, hanno voluto ipotizzare un tentativo di condizionanento.
Un po’ forte come ipotesi, non credi?
Proprio così. E attenzione: la parola “tentativo”, presuppone la coscienza dell’atto, dal che, almeno per quanto riguarda la mia, di coscienza, essa non può che percepire, di fronte a cotanta ipotesi, il fastidioso prurito della calunnia. Tale ipotesi infatti non è stata solo azzardata nei confronti di Viviano, ma persino nei confronti di chi, come me, aveva semplicemente espresso alcune opinioni e considerazioni sullo “scoop” del giornalista di Repubblica, senza toccare, modificare o peggio manipolare, in alcun modo, i fatti.

CI DICANO ANCHE PER CHI AVREMMO TENTATO DI DEPISTARE

E allora la dicano tutta: per conto di chi avremmo tentato di depistare? All’opinione pubblica bisogna parlar chiaro. Sennò non capisce. Mezze frasi e messe parole, allusive, appartengono più a quella cultura che i miei attuali antagonisti sostengono di voler combattere. Ma se questa cultura la si vuol sconfiggere bisogna parlare chiaro, assumendosi le responsabilità di ciò che si afferma.
Vorrei infatti ricordare a coloro che si sono attivati per la citazione in giudizio, quali possibili “depistatori”, di giornalisti e blogger che hanno espresso le loro opinioni, giuste o sbagliate che siano, in merito ad un fotogramma estratto da archivi autentici, che l’art. 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, recita: “Ogni persona ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza ingerenza alcuna da parte delle autorità pubbliche”.
Allora mi chiedo: in soldoni, quale era lo scopo dei miei detrattori? Forse proprio quello di negarmi tale diritto, ingiungendomi di comparire a Caltanissetta – per me sono 3000 km, dal Piemonte alla Sicilia e – speriamo – ritorno – per “giustificare”, dinnanzi alla Pubblica Autorità, una mia serie di opinioni scritte, il tutto dopo avermi marchiato mediaticamente come “catapultato” nell’inferno dei depistatori dei processi per la strage di Via D’Amelio?
Assimilato a Scarantino, insomma! (ndr: ride) Ma poiché è solare che io ho depistato, sia nei fatti che nelle intenzioni, un bel nulla, – tanto che ritengo sarebbe un’offesa all’intelligenza dei miei accusatori il ritenerli inconsapevoli di tale solare evidenza – è chiaro che io non posso che considerare detto tentativo come una specie di “reazione trasversale”; insomma, io, avendo la coscienza perfettamente a posto, sto vivendo questa cosa, a tutti gli effetti, come una sorta di tentativo di intimidirmi. Così io l’ho percepita. E su ciò che penso in merito alla natura di tale tentativo, preferisco mordermi le labbra e sorvolare.
Ma per quanto riguarda le accuse offensive che sono state insinuate contro di me, intendo ovviamente tutelarmi da esse, ove persistano, con ogni mezzo che la legge mi mette a disposizione.
Parliamo dell’agenda rossa. Se ne parla da 21 anni, persino un Carabiniere, Giovanni Arcangioli, è stato processato e poi prosciolto perché reo di essersi impossessato della borsa di Paolo Borsellino dopo l’attentato di via D’Amelio. Interrogato a riguardo, ha sempre detto di non aver trovato l’agenda rossa all’interno della borsa. Che idea ti sei fatto?
Immagina di essere un cittadino straniero che giunto ieri in Italia sente parlare per la prima volta dell’agenda rossa del nostro eroe di Stato. Incuriosito, fai domande sulle possibili sorti di quell’oggetto. A quel punto scopri che, innanzitutto, c’è una sentenza definitiva della sesta sezione penale della Corte di Cassazione, la numero 389 del 2009, che afferma che “gli unici accertamenti compiuti in epoca prossima ai fatti portavano ad escludere addirittura che la borsa presa in consegna dal capitano Giovanni Arcangioli contenesse una agenda, come da quest’ultimo sempre sostenuto”.
Si aggiunga che Arcangioli ha rinunciato alla prescrizione del reato perché voleva la dichiarazione della sua piena innocenza. La stessa Cassazione osserva che “meno che mai si può ritenere la sottrazione ad opera di quest’ultimo dall’interno della borsa, d’altronde del tutto inverosimile se si considera lo spazio di tempo ristrettissimo a sua disposizione e il teatro del fatto in cui era convenuta dopo l’attentato tutta una folla di operatori di polizia
Questo dice la nostra corte suprema, liberando, come tu hai detto, il capitano, oggi colonnello, da tutte le accuse.

SI CONTINUA A SOSPETTARE DI ARCANGIOLI ACCANITAMENTE, NONOSTANTE SIA STATO PROSCIOLTO NEL GRADO SUPREMO DI GIUDIZIO

Ma qualcuno vorrebbe ancora tirarlo per i capelli in questa vicenda.
Eppure Salvatore Borsellino…
Al tempo, sto giustappunto arrivando a parlarti del clima di sospetto da cui Arcangioli non riesce a liberarsi.
Intanto Salvatore Borsellino viveva in Lombardia, frequentava meno il fratello magistrato e quindi non poteva conoscere altrettanto bene le consuetudini quotidiane del magistrato.
In realtà leggiamo le dichiarazioni in merito di due testimoni fra i più autorevoli, più qualificati ad esprimersi: la sorella ed il figlio di Paolo Borsellino. Rita Borsellino ci ha detto che “noi familiari” abbiamo “ribadito sempre e in ogni occasione che Paolo non si separava da quell’agenda e che portava sempre con sé, talvolta anche fuori dalla sua borsa, tenendola in mano“. Un quadro analogo è stato dipinto da Manfredi Borsellino: “…come abbiamo detto tante volte, mio padre non teneva in modo particolare alla sua borsa da lavoro, ma all’agenda, quella rossa, sì. E SPESSO LA PORTAVA IN MANO, FUORI DALLA BORSA. … NIENTE DI STRANO, DUNQUE, CHE ANCHE NEL MOMENTO DELL’ESPLOSIONE POTESSE AVERLA IN MANO o che l’avesse lasciata per qualche minuto sul cruscotto.” Quindi il figlio di Paolo Borsellino ipotizza che l’agenda sia stata comunque trafugata dalla scena del delitto. Alle sentenze giudiziarie ed alle testimonianze più autorevoli, aggiungiamo questa dichiarazione del Procuratore Lari di Caltanissetta: “sembra estremamente difficile che se Borsellino avesse avuto in quelle mani, che non ci sono più, fra quelle braccia, che non ci sono più, un’agenda di carta, questa sia sopravvissuta a quell’esplosione”.
Ora, sintetizzo: dalla somma di queste considerazioni, che sono centrali rispetto all’argomento trattato e di natura oggettiva, una persona laica e distaccata nel giudizio a che conclusioni dovrebbe pervenire, secondo te? Sarebbe o no ragionevole ritenere che l’agenda potrebbe essere stata trafugata o distrutta, da posizioni e circostanze diverse che non dalla borsa del magistrato?
Direi di sì, e soprattutto pare plausibile che sia carbonizzata nell’esplosione.
Ecco, per l’appunto. Ma non dirlo troppo forte, perché potresti ritrovarti anche tu citato per depistaggio.
Invece i “trattativisti”, pur in mancanza di dati oggettivi sull’effettiva posizione dell’agenda rossa quel 19 luglio al momento dell’esplosione, e più per aver visto il video di un capitano dei carabinieri che deambulava in Via d’Amelio con la borsa di Paolo Borsellino stretta tra le mani, incurante delle telecamere e degli obbiettivi che lo riprendevano – cioè proprio come notoriamente si comporta chi sta trafugando da una borsa un’importante agenda, proprio – , si sentono perfettamente autorizzati a scrivere e ribadire, come dato certo, acquisito, incontrovertibile, che “L’agenda rossa era nella borsa del giudice Borsellino portata via per sempre dagli uomini delle istituzioni che pullulavano sulla scena della strage”. Punto, e fine. Ecco, Travaglio dixit, naturalmente senza perdere l’occasione per fare dileggio dei colleghi, lui che di bufale e sciocchezze non ne racconta mai e ne sa ancor più dei giudici di Cassazione e del figlio e della sorella di Paolo Borsellino, perché a lui bastano il suo fiuto leggendario ed un pizzico di facoltà medianiche, quelle che gli consentono con autorevole fermezza di separare i buoni dai cattivi.
I buoni, fra i quali possiamo trovare persino i mafiosi, perché no, che poverini, vengono spesso accusati ingiustamente, quando invece, ad esempio, in Via D’Amelio, lui ci rassicura, “una cosa sola è certa: non c’erano uomini della mafia”. E I cattivi, che invece spesso e volentieri sono carabinieri.
Ma soprattutto lui ritiene di vedere magicamente, pur distante nel tempo e nello spazio, che cosa succedeva a Palermo, quel 19 luglio, in quella via oscurata dal denso fumo dell’esplosione.

ANCHE LA STORIA DEL MANCATO ATTENTATO ALL’OLIMPICO E’ COMPLETAMENTE DIVERSA DA COME CERCA DI PROPORLA TRAVAGLIO

Voglio sperare però che non siano lo stesso fiuto o le stesse facoltà medianiche che lo scorso 19 luglio 2012, dai microfoni della commemorazione della strage di Via D’Amelio aperti a tutto il web, lo indussero a raccontare che “a gennaio del 94, quando tutto è pronto per la bomba che deve sterminare i carabinieri del servizio d’ordine alla fine di Roma-Udinese [allo stadio Olimpico ndr], arriva all’ultimo momento un ordine da Palermo che richiama i picciotti: non c’è più bisogno di sparare, fine delle stragi, inizio della pax mafiosa.”, perché quella era una bufala peggio di quella dell’agenda rossa adagiata sotto il paraurti della Citroen BX. Bufala raccontata tra l’altro quando ormai da mesi erano depositati, nel tribunale di Caltanissetta, gli atti pubblici d’inchiesta dove si poteva leggere, anche grazie alle testimonianze di Spatuzza, che il telecomando della bomba all’Olimpico quel 23 gennaio fu premuto eccome, soltanto che per fortuna non funzionò.
Quindi nessunissimo “ordine” di rientro ai “picciotti” da Palermo, quel giorno, perché invece, come scrivono i PM nisseni, “solo per caso, una strage, quella dell’Olimpico di Roma, non arriva a conclusione: sarebbe stata la più terribile di tutte, avrebbe condotto alla morte almeno di un centinaio di persone, per la maggior parte (e deliberatamente) giovani carabinieri”. Altro che “pax mafiosa”. I magistrati di Caltanissetta proseguono sostenendo che “le stragi sarebbero continuate, e che la strage dell’Olimpico venne preparata con cura da Cosa Nostra, non riuscendo solo per caso fortuito. E sarebbe stata la strage più grave di tutte“.
Si trattava quindi, per tornare a Travaglio, di una bella stupidaggine che oltretutto fuorviava dal costrutto teorico della Procura di Caltanissetta, che vedrebbe invece quell’attentato come programmato e perpetrato – soltanto fallito per una fortuita disfunzione del telecomando – in quanto proprio “a gennaio 1994”, “i decreti vengono rinnovati”, vale a dire quei famigerati decreti ex 41 bis tanto invisi a Cosa Nostra. Ciò nonostante nessuno si è certo sognato di dare del depistatore a Travaglio per quella sbandata, e tanto meno io, perché io certe sparate non le definirei mai “depistaggi”, bensì, molto più banalmente, semplici minchiate giornalistiche. Capita. Magari sarebbe meglio evitare di farlo capitare nel luogo o nel momento della memoria della morte di Paolo Borsellino, però.
A denunciare i presunti tentativi di depistaggio, come detto, è stato l’avvocato Repici. Non è anomalo, addirittura ironico, che tali denunce arrivino da quella parte di “antimafia” che da anni organizza convegni, apre blog, lancia accuse con l’intento di indirizzare le indagini e influenzare la Procura?
Mmmhhh, tu ora vorresti da me qualche esempio concreto di simili tentativi di influenza. Beh, il mio blog “Segugio” strabocca di demolizioni e rilievi di false accuse e false testimonianze, o false informazioni, provenienti dai sostenitori della teoria della “trattativa”, ma chissà perché per quei miei articoli non sono mai stato citato a comparire. Forse perché sarebbe imbarazzante, discuterne in un’aula. Potrei comunque citare uno degli esempi più noti, quello della querelle sul telecomando della bomba di Via D’Amelio.. Proprio chi oggi ci accusa di capziosità verso l’organo giudiziario, ha sostenuto e professato per anni come verità certa una teoria di Gioacchino Genchi, di cui Repici tra l’altro è legale, secondo la quale quel telecomando sarebbe stato premuto dal Castello dell’Utveggio, dove vi sarebbe stata una sede dei Servizi.
Quindi tanto suggestivo per gli amanti di complottismi e servizi deviati, quanto falso.

I GIUDICI DI CALTANISETTA: DA GENCHI SOLO UN’IPOTESI INVESTIGATIVA PRIVA DI RISCONTRO

Io più volte ho contestato tale tesi, con una semplice, logica, domanda: perché mai, servizi o non servizi, piazzarsi a 2 km dalla bomba per premere quel telecomando, rischiando di fallire o fare pasticci, quando erano disponibili molti luoghi tecnicamente più idonei prossimi al luogo dell’attentato, compreso un palazzo in costruzione proprio lì di fronte? Naturalmente questa mia domanda è stata per anni inascoltata, sino a che i magistrati di Caltanissetta hanno comunicato la conclusione delle loro indagini: “occorre però dire che le indagini svolte hanno fatto concludere per l’infondatezza della ricostruzione investigativa avanzata dal dott. GENCHI, che appare una delle tante “ipotesi investigative” prive di riscontro (e che, anzi, sembrano collidere con tutti gli altri elementi di prova raccolti) che vengono poi recepite sui mass-media come se fossero verità acquisite e che, invece, lungi dal fare emergere la verità, la coprono di una ulteriore cortina fumogena. (…) . Sono stati acquisiti, infatti, elementi di prova che, come vedremo, dimostrano che il telecomando è stato azionato nel modo più semplice, da vicino, da luoghi certamente meno suggestivi del Castello Utveggio ma da dove si aveva certezza di non fallire.” Ma guarda la coincidenza, esattamente ciò che io ho sempre detto e scritto. Pero il depistatore sono io, eh, mica chi gridava un giorno sì e l’altro pure che il pulsante era stato premuto dall’Utveggio, forte della credibilità conferitagli dal cognome illustre, sicuramente ben più illustre del mio.
Tutto chiaro. Ma rimane il ruolo dei servizi…
Sì, ma quale? Forse è utile richiamare un’altra circostanza: tre anni fa Francesco Viviano, insieme alla collega Alessandra Ziniti, scrisse il libro “I misteri dell’agenda Rossa”, per Aliberti Editore. Sulle pagine web dell’editore ed in alcuni altri siti, comparvero alcuni spazi dedicati al lancio del libro, dove veniva dato un certo risalto a questo dettaglio: “Ciancimino ha anche fatto il nome di questo “agente” speciale, non si sa ancora di quale Stato, che si faceva chiamare “signor Franco”.Il suo nome, come viene documentato in questo libro che pubblica un MANOSCRITTO di Vito Ciancimino con il nome del “signor Franco”, sarebbe Keller Gross .(DA “IL TESTAMENTO DI CIANCIMINO JUNIOR di Francesco Viviano (I misteri dell’agenda rossa) 07/08/2010)

LA BUFALA DEL “SIGNOR FRANCO

E ancora: “ESCLUSIVO: IL MANOSCRITTO INEDITO DI VITO CIANCIMINO DA UN NOME AL ‘SIGNOR FRANCO’” «In questo MANOSCRITTO INEDITO di Vito Ciancimino viene rivelata per la prima volta l’identità del signor Franco(o ‘Carlo‘, ndr), alias Keller Gross. Il nome di quest’uomo, probabilmente appartenente ai servizi segreti, appare in un lista insieme a personaggi dell’ex Alto Commissariato dell’epoca per la lotta alla mafia».(Il Fatto Quotidiano, 18 luglio 2010). Fonte: «I MISTERI DELL’AGENDA ROSSA» (Aliberti editore) di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti.
Ora, debbo dire che quando vidi quel foglietto, quel famoso pizzino che riportava il nome di “Keller Gross” e di “De Gennaro”, scrissi subito che mi puzzava di falso, e di fotomontaggio, e ne avevo ben ragione, come fu poi dimostrato. Si trattò anche in quel caso, da parte di Viviano e Ziniti, di un errore, e non indotto da un fotogramma autentico male interpretato, ma dalle trame di un abile pataccaro.
Ma almeno in quel caso nessuno pretese la convocazione giudiziaria degli autori di quel libro, per depistaggi o affini. E tanto meno Salvatore Borsellino.
Due pesi, due misure?
Già. Chissà perché, Salvatore Borsellino, oggi così risentito per l’errore sull’agenda rossa, all’epoca si guardò bene dal criticare Francesco Viviano per avere avventatamente preso per buono quel foglietto, ed averlo messo al centro del suo libro.
Anzi, il libro è tranquillamente reclamizzato ancora oggi, nelle pagine di Aliberti, sempre per mezzo di quello strumento, quel falsissimo biglietto che costò a Ciancimino Junior l’arresto per calunnia. Quindi qui oggi avremmo un depistaggio – così si definisce un errore, sul suo dizionario, quando questo è commesso in danno alle sue teorie -, mentre là invece – così si definisce un falso sul suo stesso dizionario quando invece questo, alle sue teorie, sarebbe dovuto servire da supporto – era un errore, o un “incidente di percorso”, o forse uno scherzo. Anzi, uno scherzo di cattivo gusto, perché a detta dell’Ing. Borsellino, quella patacca, al Ciancimino, gli sarebbe stata “messa in mano” (sic). Però mi deve perdonare l’Ing. Borsellino, se mi corre l’obbligo di rammentargli che bisognerebbe fare un po’ di attenzione a cosa ti mette in mano certa gente strana, specie se si tratta di carte con parti manoscritte di proprio pugno, che ti possono portare dritto all’incriminazione. E comunque quando ti “mettono in mano” certi bigliettini, bisognerebbe usare un po’ di cautela prima di produrli come elementi d’accusa a carico di rispettabili persone terze, e magari, caso mai, non mentendo ai magistrati sulla loro reale provenienza. Spero che almeno su questo il fratello di Paolo Borsellino vorrà riflettere.
Persino un intento nobile come quello della lotta alla mafia, che dovrebbe unire tutti gli italiani, sembra dividersi in fronti politici. Che idea ti sei fatto a riguardo?
Questo è uno degli aspetti verso cui sono più sensibile. Questa storia della trattativa sta spaccando il paese. Ma se da un lato io posso capire i parenti delle vittime o gli addetti ai lavori, giornalisti ed anche magistrati, quando per passione, per ideali, nutrono forti aspettative verso le teorie per loro più appaganti, ed in un certo senso li rispetto sotto il profilo umano perché comprendo le ragioni del loro trasporto, dall’altro devo amaramente constatare che da parte di molte di queste persone non esiste assolutamente altrettanto rispetto verso chi, come me, è scettico nei confronti di tali teorie giudiziarie “emergenti” a causa dell’elevato numero di incongruità, per non dire di falsità, individuate sino ad oggi.
Chiunque contesta la teoria della trattativa, oggi, rischia di essere tacciato, con estrema facilità, quale depistatore, o condizionatore, o intruso magari prezzolato. Un clima velenoso, dal quale io auspico si possa prima o poi uscire. Io sono sempre stato predisposto al dialogo rispettoso, senza però essere disponibile a negare un fatto oggettivo o ad avvallare una menzogna “pro bono pacis”. La verità in questa materia è sacra, mi auguro che la disputa per essa non porti alla rissa civile o a qualcosa di peggio. Debbo però constatare, purtroppo, la prevalenza di posizioni radicalizzate.
Mancano figure capaci di mediare, capaci di ricondurre al raziocinio ed alla moderazione, e mancano soprattutto nel mondo del giornalismo e della politica.

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