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Padroni di niente, servi di nessuno

Otto (8) anni per una sentenza di divorzio. Paga Pantalone

errori Il paese della Malagiustizia delle separazioni: tribunali italiani e cittadini a confronto. Una storia vera.

Se sei un cittadino italiano e vuoi separarti dal tuo coniuge e hai la malaugurata sorte di avere una controparte litigiosa che non accetta conciliazioni e alcun accordo per “fare presto e bene”, allora sei nel paese giusto: quello della Malagiustizia delle separazioni civili del nostro disonorato Belpaese.

Triste primato il nostro, sempre al negativo, inutile dirlo.

Una storia tra le tante quella che andremo a raccontare : otto anni e mezzo per un cittadino italiano- che ha affrontato separazione giudiziale e divorzio giudiziale- per dirsi libero da quella controparte litigiosa e definitivamente divorziato. E, solo in parte, riconciliato con le istituzioni italiane. Il suo credito morale con il tribunale, a suo dire, è ancora tutto da stabilire.

Un fallimento su tutti i piani, senza alcun dubbio, una patologia la nostra, quella dello stato della giustizia civile e dei nostri tribunali.

Quale paese possa essere ritenuto il nostro se un tribunale come quello di Roma ha occupato otto anni e mezzo di lavoro di almeno una decina di giudici che si sono succeduti, di una cancelleria fagocitata da fascicoli e documenti che non riesce mai a smaltire velocemente e del lavoro di più di un avvocato che si è succeduto in questo lungo percorso di vita burocratica e personale?

Burocrazia, lungaggini, attese senza sosta, tempo perso e in tanto gli anni passano e così la vita delle persone e i drammi personali che non vengono risolti e curati.

Perché anche questo è un punto dolente; la burocrazia italiana è lenta nelle pratiche, nel risolvere “presto e bene” e “secondo giustizia” ma non tiene in assoluto conto dei bisogni psicologici delle persone che ne fanno le spese e dei drammi delle famiglie che si separano.

La storia di quest’uomo l’abbiamo raccontata più volte in queste pagine ed ora siamo lieti di dare un resoconto finale ormai insperato.

Il professionista romano, di cui parliamo, ha trascorso ca va sans dire quattro anni della sua vita per ottenere una sentenza di separazione- con appelli e contrappelli del caso- e altri quattro anni e mezzo per ottenere una sentenza di divorzio definitiva.

I primi anni sono passati combattendo contro una sentenza che aveva riconosciuto la casa coniugale di proprietà dell’uomo, assegnata alla moglie in virtù della presenza di un figlio minore e di un lauto assegno di mantenimento all’ex coniuge che non gli permetteva di avere alcun margine di sopravvivenza con il suo stipendio ridotto ai solo pagamenti all’ex.

Dopo quattro anni, ecco che un nuovo giudice riconosce gli errori fatti in sede Presidenziale e pone un rimedio. Riduce sensibilmente l’assegno di mantenimento nei confronti di una donna che si guardava bene dal andare al lavoro e proteggeva il suo ruolo da “mantenuta prevista dalla legge” e che continuava a appellarsi e a sottrarsi agli obblighi stabiliti dai giudici in corso d’opera.

Ed intanto per il nostro protagonista era cominciata anche la battaglia più difficile quella per vedere il figlio che ormai era stato completamente coinvolto nella separazione dei genitori e pertanto non vedeva più il padre e la famiglia di questo, di buon grado.

Il tribunale non ha mai sanzionato quel genitore che ha impedito di fatto che i rapporti tra padre e figlio non si realizzassero, nonostante che il minore fosse affidato ai servizi sociali territorialmente responsabili e che avevano relazionato ai giudici il potere di condizionamento che la madre aveva assoggettato al figlio, ai danni del padre.

Un padre-bancomat ed escluso dalla vita del figlio questa è stata la vita di quest’uomo per lunghi anni. Sino a qui.

Perché certo è arrivato il divorzio, l’assegno di mantenimento per il coniuge è stato cancellato, resta quello per il figlio ormai maggiorenne e restano le ceneri di un rapporto che non c’è più, quello tra padre e figlio.

Nessuno tra chi era preposto, Il tribunale, i servizi sociali, è stato in grado di arginare il comportamento vessatorio del coniuge più forte nei confronti di quello più debole ed il figlio è cresciuto diventando un uomo, senza la figura di suo padre.

A chi dobbiamo darne conto? Chi vorrà responsabilmente iniziare un dibattito pacato e serio sullo stato della giustizia civile italiana che non sia il caso personale ed unico del Signor B.?

Fino a quando, le istituzioni non metteranno mano ad una riforma del diritto di famiglia e non uniformeranno il nostro paese a quello del resto dei paesi d’Europa, non potremmo altro che dirci davvero che siamo il paese della Malagiustizia delle separazioni.

Questo è il nostro auspicio, riformare il paese più vecchio d’Europa ascoltando i bisogni e le storie delle persone.

(Lisa Biasci)

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