Avanti, Sergio! Coraggio

Giustizia No Comments

di Ulderico De Laurentiis tratto dal suo blog personale uldericodelaurentiis.it

“L’unico golpe che vediamo è quello perpetrato contro i cittadini della Repubblica,quelli che non hanno una casaquelli che non hanno un lavoro e quel golpe non lo hanno fatto e non lo fanno i carabinieri” (Ultimo)

 

Hai preso un gruppo di “soldati straccioni”, creato il Crimor e con questi hai arrestato Totò Riina. Il sistema ti ha accusato di concorso in favoreggiamento aggravato a Cosa nostra. 

Poi sei andato al NOE, Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri, a Roma e da Vice Comandante non hai scelto la scrivania, ma la caccia agli Eco-Mafiosi e politici corrotti. Il sistema ti ha tolto la scorta.

Intanto hai fondato anche una Casa Famiglia per il recupero e il reinserimento di minori disagiati o figli di famiglie segnate dal crimine. E intanto il sistema ti esautora dal comando.

Poi l’indagine su Cpl-Concordia, arrivando fino ai Casalesi, ma spuntano fuori anche i nomi del Potere: i nomi dei signori del Sistema. E ti mandano via da carabinieri, all’AISE – Ufficio per gli affari interni dei servizi. Poi Consip…

Infine nei Servizi non potevi non essere accusato di Golpe.

Il Sistema funziona così… come tu stesso hai dichiarato quando ti hanno sciolto il Crimor:”La nostra presenza costituirà per il futuro un’accusa permanente verso quella burokrazia egemone che non ha saputo combattere, ma ha saputo distruggere quelli che combattevano.”

Il Sistema al Potere non tollera le accuse. Il Sistema accusa. Il Sistema distrugge.

Il Sistema ha Paura.

Avanti Sergio! Coraggio.

Ancora…

Trilussa di borgata. Terrorismo for dummies

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Er monno è come ‘n palazzo o un arbergo, de quelli enormi, pieni de finestre, ‘na specie de grattacielo.
Ogni cammera corisponne a ‘na nazione e c’ha un livello differente d’illuminazione, in certe se distingueno bene persone e cose, in cert’antre nun ce se vede gnente, quarchiduna sta in penombra; ma stateve certi che puro nella stanza ando’ fa sempre giorno, cor cazzo che potete controllà sotto a’letto o drento l’armadi…
Certi giorni così, de botto, ‘i padroni de l’arbergo appiceno la luce a tutta callara dentro ‘na stanza scura.
Allora la gente pò vede tutte le porcherie, le violenze e l’ingiustizie che ce se fanno drento; e cominceno a strillà: “A zozzi, a bojaccia, a ‘nfame!” e cominceno a disse tra de loro : ”Tocca fà quarcosa, bisogna fermalli, je dovemo portà la democrazia a sti poracci!”.
Quanto so fregnoni…
Nun penseno che drento a tutte l’antre stanze scure succedeno le stesse cose, si nun fanno pure de peggio.
E drento all’angoletti più anniscosti de le stanze belle, nove e sbrilluccicanti nun è che le cose so’ tutte rose e fiori.
Ma noi, la gente, sempre a dì: ”hai visto che roba, tocca esportajela sta democrazia!”.
Li padroni der palazzo, nun è che appiceno le luci a caso, drento quelle stanze c’hanno l’impicci loro: o er ‘governatore de la cammera’ nu je permette de fà passà i tubbi der gasse, o è amico de li nemichi, o è nemico de l’amichi, lo sanno solo loro (noantri puro potressimo, ma toccherebbe aprì l’occhi…).
Allora che fanno li padroni der palazzo?
Se metteno d’accordo co li peggio criminali, matti fracichi, assassini e tajagole, basta che so nemichi der nemico… Je danno armi e quatrini e je prometteno che la stanza sarà la loro si riescheno a conquistalla.
A st’infamoni je fanno pure da ufficio stampa, da ‘pubbriche relazioni’, li fanno passà pe eroi, pe partigiani, pe idealisti; e si quarchiduno dice er contrario lo cojoneno, lo fanno passà pe scemo der villaggio, pe nostalgico o pe estremista.
Sta tattica de solito funziona, ma l’operazione ha da esse un furmine. ‘Na vorta finito er cammio de regime, s’arismorceno le luci della cammera e bonanotte ar secchio!
Però quarche vorta er governatore de la cammera è più tignoso de quello che ‘i padroni s’aspettaveno.
Allora le cose vanno pe le lunghe e là sò cazzi…
Li tajagole, ‘i sorci de chiavica a la lunga se fanno conosce pe quello che sò, cominceno a fà stragi, scempi, massacri e distruzioni, e dopo un po’ l’ufficio stampa nun abbasta più e la gente comincia a vede le cose come stanno, che ‘i sorci… Sorci so e sorci resteno.
Allora sempre più spesso se sente dì: ”sta a vede ch’era mejo er puzzone…”.
‘N antro probrema è che li matti… Matti so e matti resteno.
E come cani ‘nservatichiti nun ce penseno du vorte a mozzicà le mano che j’hanno dato da magnà.
Cominceno a fà danno pure a casa de ‘i padroni e de l’amichi der padrone.
Sto genere de danni poi, finché succedeno a casa de l’antri, so normali: “So servaggi, s’ammazzeno tra de loro, è ‘r prezzo de la democrazia…”
Ma si succedeno a casa nostra o de quelli ‘come noi’ hai da vede come strignemo er culo.
La fortuna de li padroni è che, abituati come semo a spegne er cervello, nu’ je la famo popo a fà due più due, e così se senteno le mejo cazzate: lo scontro de civirtà, le guere de religione, le religioni de l’odio, sò tutti bastardi…
E tutti se strigneno intorno a ‘i governanti che dichiareno: ”Popolo bello, popolo caro, semo in guera, anzi sete in guera!” e se fanno belli, fanno ‘i sarvatori de ‘a patria, e guadagneno popolarità.
Nisuno che je dicesse:
” A ‘nfami, ma fino a mo che cazzo avete fatto? C’avete rincojontio de fregnacce, so decenni che l’allevate sti sorci, l’avete creati voi, l’avete campati voi pe potevve fà li cazzacci vostri e de ‘i padroni der palazzo.
Tutti sti morti so corpa vostra, tutte st’anime innocenti, e sò corpa nostra che v’avemo lassato fà, che nun avemo aperto l’occhi, pe interesse o pe menefreghismo, sete zozzi de sangue, sete fracichi de sangue, sti boja che nun sete antro!
E quarche goccia de sangue cade pure su le mano nostre.
Armeno smettetela co ste facce da cazzo de circostanza e pijateve le responsabilità vostre.
E noi pijamose le nostre!”
MP

Polemiche sulla rimozione di Ultimo

Giustizia, Mafia No Comments

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Come ormai tutti sanno (nonostante il silenzio assordante di tutti i telegiornali, ad eccezione di TG LA7), al capitano Ultimo è stato tolto il potere di fare indagini, di essere operativo nelle operazioni di polizia giudiziaria.

Ora, molti urlano al vittimismo, dicono che non è vero che hanno voluto colpire lui, ma è una riorganizzazione di tutti i corpi dei carabinieri, ma non era assolutamente nulla di personale contro il colonnello De Caprio.

Ora, ammettiamo che sia vero. L’arma, per riorgazzare i vertici, toglie il potere di investigazione al migliore dei suoi uomini proprio durante le indagini più scottanti? Il generale non è colpevole? Magari no, ma si verifica del tutto incompetente. Perchè riorganizzare non vuol dire mettere un investigatore dietro una scrivania a scaldare una sedia nel pieno delle proprie inchieste.  In un periodo critico come questo, in cui mafia capitale regna sovrana, l’arma ha dato un segnale chiaro: i criminali non vanno indagati. Nè i carabinieri possono investigare.

Oltretutto, se questo riguarda altri corpi dell’arma, è ancora peggio, vuol dire che in molti si sono ritrovati privati di inchieste già iniziate. Ora, a casa mia questa potrebbe essere considerata una operazione di pura inettitudine. E se il generale Sette non andrebbe rimosso per aver ostacolato Ultimo, andrebbe rimosso per inettitudine.

Se, come dicono molti, il generale è stato messo lì per obbedire a ordini di terzi, sarebbe cosa utile aprire un fascicolo sulla motivazione di questo ricambio di ruoli all’interno di TUTTA l’arma, e sul perchè sono stati così necessari e tempestivi questi ordini, proprio a ridosso di indagini così delicate.

Facciamo notare, che il colonnello De Caprio, rimane vice comandante del NOE, (quindi non è cambiato nulla a livello formale) semplicemente non può più fare indagini. Quindi l’unico cambio di riordino nell’arma, è stato un TOGLIERE IL POTERE DI INVESTIGARE. Noi saremo sempre dalla parte di Ultimo, noi combatteremo al suo fianco, noi non saremo mai complici di questo silenzio dei media, che vede tutti coinvolti. Ringraziamo chi, nel discusso mondo dello spettacolo, ha scelto di stare pubblicamente con lui, come Rita Dalla Chiesa, Raoul Bova, Michele Soavi. Ringraziamo i ragazzi del teatro alchemico, che a Rieti hanno messo su un banchetto per raccogliere le firme da integrare alla petizione che un ragazzo della Sicilia onesta, ha voluto creare, per il reintegro del colonnello nel suo ruolo operativo di polizia giudiziaria. Ringraziamo i ragazzi dell’antiracket capitano Ultimo, che onesti e coerenti come sempre, ci aiutano a far circolare la petizione di protesta.

Tutto il resto, tutte le chiacchiere fatte sul “non era lui l’obiettivo, ma ci è capitato per caso”, mi fa tanto pensare alla morte di Mattei, che si trovava su un aereo esploso dopo aver cercato trattare un ricambio di strategie petrolifere. Chi di voi crede che sia stata una esplosione casuale, quella dell’aereo di Mattei, ha la stessa mente criminale di chi pensa che l’esautorazione di Ultimo sia solo una regola da rispettare.

Chi non l’ha già fatto, firmi la petizione. Non rimanga a guardare. Non siate passivi nella storia. Facciamola noi. Ora il colonnello non ha più potere di combattere. Tocca a noi. AVANTI!

clicca qui e firma qui la petizione

Lettera aperta al signorino Marco Travaglio

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A cura di Desirè Giancana  

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E’ passata poco più di una settimana da quando ti ho visto in Tv, comodamente seduto sulla tua poltrona a parlare di mafia. La nostra mafia. Già, perchè per quanto vi sforziate di comprenderne tutti i più microscopici meccanismi, la mafia è “cosa nostra” e non è facile da capire. Bisogna viverla, respirarla da vicino. Tu sei di Torino, città lontana dalla mia amata Sicilia. In quella puntata tu parlavi dell’arresto del superlatitante Totò Riina. In quegli anni tu ancora studiavi all’università e ti eri da poco iscritto all’albo dei giornalisti professionisti. Ma ti occupavi di altro, non di lotta alla mafia. Di mafia allora se ne parlava poco, troppo poco. E chi osava faceva una brutta fine. Nel ventennio 70/90 tanti tuoi colleghi furono brutalmente uccisi dalla mafia. (Mauro Rostagno, Beppe Alfano, Peppino Impastato, Mauro De Mauro, Mario Francese, Giuseppe Fava, Carmine Pecorelli, Giovanni Spampinato). Ma quelli erano altri tempi. Ed era proprio di questo che ti volevo parlare.

Siamo alle soglie del 2015. E’ facile, anzi di moda, parlare di mafia. Ancor più di antimafia. Sfilano in passerella nei giorni in cui ricade l’anniversario delle stragi, qualche strada intitolata a qualche eroe morto di mafia. Perchè qui Marco si muore di malattia e anche di mafia. Quanti paladini della giustizia ho visto sfilare in questi anni, pronti a sputare sentenze per raccogliere qualche applauso. Ma sputare sentenze è facile da dietro uno schermo. Io invece voglio raccontarti di quegli anni da dentro, perchè io c’ero. Come te studiavo all’università, ma di Palermo, dove vivevo. Il mio paese di origine è Castelvetrano, paese dove sorge il più grande parco archeologico d’Europa, ma che invece viene ricordato per bel altro. Ma tu lo sai già. Perciò chi più di me può indignarsi di fronte al tuo visino sorridente mentre parli di uomini che l’hanno combattuta davvero la mafia, in prima linea. Loro, quelli che tu deridi in puntata descrivendoli come degli incapaci, corrotti e magari mafiosi, sono quelli che dopo 23 anni di latitanza sono riusciti a mettere le manette a Totò Riina. Loro sono quelli che, mentre tu ti esercitavi a scrivere pezzi come vice-corrispondente da Torino, vivevano notte e giorno chiusi nelle balene, isolati dal mondo e facevano la pipì nelle bottiglie per non farsi scoprire. Vivevano ogni istante con la paura di fare il “botto”. Per mesi non vedevano le loro mogli e figli. Strisciavano di notte sulle montagne di Aspra come dei vermi per non farsi beccare. Mangiavano scatolette e non si lavavano per giorni e non per la carriera, nè per la gloria, ne certamente per soldi. Solo perchè ci credevano. E ci credono ancora.

Qui a Castelvetrano non li vedi, ma si sentono. Ma adesso è un’altra storia caro Marco. Adesso il popolo è consapevole, i cittadini collaborano, si fanno cortei, i pentiti cantano, la tecnologia aiuta e si sa come funziona la mafia (grazie al lavoro certosino di quei carabinieri che per primi scoprirono il sistema dei pizzini e l’organizzazione delle “famiglie”). Oggi le associazioni antimafia informano e lottano a fianco dei militari. A quei tempi no Marco. Le forze dell’ordine erano SOLE e lavoravano in condizioni pietose e per una manciata di spiccioli. Poi arrivi tu e racconti a tutta l’Italia di un capitano che a gennaio 93 arresta Riina però ad aprile dello stesso anno, secondo te, farebbe scappare volontariamente Nitto Santapaola dal suo covo di Terme Vigliatore. Mi è sembrata un’incongruenza talmente enorme che sono andata  a fare delle ricerche trovando in internet delle sentenze che documentano quei fatti. Così ho scoperto che hai mentito: il capitano Ultimo fu a Terme Vigliatore il 5 di aprile, ma Santapaola non fuggì per niente. Nei giorni successivi i suoi picciotti venivano intercettati mentre parlavano di Santapaola che se ne stava lì senza il minimo turbamento. Soltanto dopo perquisizioni di polizia effettuate in quel sito DOPO il 15 aprile, perquisizioni di cui si sente parlare nelle intercettazioni, il boss cambiò il covo,  soltanto dopo un mese. Perché dunque hai mentito? Me lo puoi spiegare? E poi della storia che tu racconti sempre, secondo la quale Ultimo non avrebbe perquisito il covo di Riina senza un motivo, ne vogliamo parlare?  Forse tu dimentichi che un capitano non decide autonomamente cosa e quando fare. Sopra di lui c’è un maggiore, un colonnello e un generale. Ma soprattutto sopra di lui ci sono procuratori e vertici dello Stato. A loro competeva la decisione e l’ordine di non perquisire, e se hanno dato tale ordine vuol dire che qualche motivo per adottare quella strategia ci doveva essere, non trovi?.

Forse ti sfugge il concetto di “militare” ed “eseguire ordini”. Io, al contrario tuo, non sputo sentenze. Perciò non avrò la presunzione di raccontare una verità che non conosco e che forse, da come esponi i fatti, pare che neppure tu conosca così bene.  Ma il pubblico televisivo farà sempre difficoltà a capire come stanno realmente le cose, perchè in quelle trasmissioni ci sei sempre solo tu a raccontare la tua verità. Non c’è contraddittorio. Che strano, eppure siamo in democrazia, credo. Io penso che se la trattativa c’è stata (e io lo credo possibile) c’è da capire fra chi c’è stata. Non certo con i carabinieri. Quelli sono solo fedeli servitori non tanto dello Stato, quanto delle LEGGI dello Stato. Anche se lo Stato di per se stesso poi, una volta raggiunto l’obiettivo, li getta in pasto ai lupi. E tu sei uno dei lupi che parla di loro da dietro uno schermo. Ma non conosci loro e la realtà in cui operavano. Tu in Sicilia, se ci sei stato, ci sei venuto da vacanziere. Troppo poco per conoscere la mafia degli anni 90 e troppo poco per scrivere libri sulla mafia. Ma, ripeto, questo ormai è di moda. Parli di mafia e diventi famoso. Ma chi è contro la mafia deve dimostrarlo sul campo. E soprattutto deve avere rispetto di quelle persone che hanno rischiato la vita, anche per te. Per tutti noi. Non posso accettare che quella sezione (la Crimor), comandata da Ultimo, dopo anni di sacrifici che tu neppure immagini lontanamente, sia derisa da un giornalista strappa applausi, e soprattutto in assenza di contraddittorio.

Sulla trattativa? Perchè non attacchi lo Stato? Quelli in alto intendo. Quelli che dopo la morte di Giovanni Falcone, non si degnarono neppure di mettere un miserabile divieto di sosta sotto l’abitazione della madre di Paolo Borsellino. Per spiegare meglio il concetto prendo a prestito le parole di Ultimo: “Ribadisco il mio pensiero: se c’è stata una trattativa tra lo Stato democratico e Riina o altri mafiosi, è gravissimo, ma la cosa più grave di questa è che la rivendicazione del fatto che c’è stata una trattativa, non la fa Riina che è in carcere e tutti i mafiosi che hanno perso e che sono tutti detenuti, ma la fanno PEZZI dello Stato al posto e nell’interesse oggettivo dei Corleonesi e dei mafiosi” (Tratto dall’intervista di Antonella Serafini ne “I censurati). E ancora sulla mancata perquisizione dopo l’arresto di Riina: “Oltre al processo non ho niente da aggiungere se non che l’omissione, se esiste, l’ha fatta il sostituto procuratore di turno, che era il dott. Patronaggio. Dovete chiederlo a lui. E parlo della stessa persona che in un’udienza del processo che ho subìto, ha avuto parole di rimprovero verso me e verso i miei carabinieri perchè avevamo messo Riina sotto la foto del Generale Dalla Chiesa. Incredibile”.  Questo però tu Marco non l’hai detto. Eh già. Non conviene ascoltare le parole di uno che ti racconta le cose non per sentito dire, ma perchè c’era. Il suo nome, che doveva restare segreto, è stato dato in pasto a quei famosi lupi ed ancora oggi, il colonnello Sergio De Caprio ha la taglia della mafia sulla testa, per averla combattuta come si deve, taglia documentata e tuttora in vigore. Poi come premio, come talvolta succede ai migliori, è stato trasferito e la sua sezione smantellata. Erano stati talmente bravi che qui non ne avevamo più bisogno. Si è vero c’era ancora libero Provenzano, ma intanto la sezione Crimor fu smantellata. Poi, dopo 5 anni, l’arresto  ”di lu zu Binnu”. Ora rimane solo la primula rossa, l’invisibile. Matteo Messina Denaro è latitante da 21 anni. Immagino che sia sempre per colpa dei carabinieri che non si riesce a catturarlo. Chissà…..”Ai posteri l’ardua sentenza”.

Dedicato a RAM, volato giù da quella maledetta montagna il 12 luglio 2007, a soli 34 anni, in nome del popolo italiano.

In memoria di tutti i carabinieri, poliziotti e magistrati morti di mafia (solo negli anni 70/80/90)

Pietro Scaglione (5 maggio 1971), procuratore capo di Palermo.
Gaetano Cappiello (2 luglio 1975), agente di pubblica sicurezza.
Giuseppe Russo (20 agosto 1977), tenente colonnello dei carabinieri.
Filadelfio Afaro(11 gennaio 1979), vice Brigadiere della squadra mobile di Palermo.
Boris Giuliano (21 luglio 1979), capo della squadra mobile di Palermo.
Calogero Di Bona (28 agosto 1979), maresciallo ordinario in servizio presso ilCarcere dell’Ucciardone di Palermo.
Cesare Terranova (25 settembre 1979), magistrato.
Lenin Mancuso (25 settembre 1979), maresciallo morto insieme a Cesare Terranova.
Emanuele Basile (4 maggio 1980), capitano dei Carabinieri.
Gaetano Costa (6 agosto 1980), procuratore capo di Palermo.
Vito Jevolella (10 ottobre 1981), maresciallo dei carabinieri di Palermo.
Alfredo Agosta (8 marzo 1982, maresciallo dei carabinieri di Catania del Nucleo di Polizia Giudiziaria dei Carabinieri del Tribunale di Catania. Molto noto nella città dove operava per essere un investigatore scrupoloso e preparato.
Strage della Circonvallazione (16 giugno 1982): Salvatore Raiti, Silvano Franzolin, Luigi Di Barca e Giuseppe Di Lavore, carabinieri.
Antonio Burrafato (29 giugno 1982), Vice Brigadiere di Polizia, si stava apprestando ad andare a lavoro. Giunto a piazza Sant’Antonio alle ore 15.30 a poche decine di metri dal carcere, un commando di quattro uomini lo uccise usando esclusivamente armi corte
Strage di Carini (3 settembre 1982): Carlo Alberto Dalla Chiesa, generale dei Carabinieri e prefetto del capoluogo siciliano; e Domenico Russo, agente di polizia, uccisi brutalmente mentre andavano a cena a Mondello.
Calogero Zucchetto (14 novembre 1982), agente di polizia della squadra mobile di Palermo.
Giangiacomo Ciaccio Montalto (26 gennaio 1983), magistrato di punta di Trapani.
Mario D’Aleo (13 giugno 1983), capitano dei carabinieri.
Pietro Morici (13 giugno 1983), carabiniere.
Giuseppe Bommarrito (13 giugno 1983), carabiniere.
Strage di via Pipitone Federico (29 luglio 1983): Rocco Chinnici, capo dell’ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, Mario Trapassi, maresciallo dei carabinieri; Salvatore Bartolotta, carabiniere.
Giuseppe Montana (28 luglio 1985), funzionario della squadra mobile, dirigente della sezione contro i latitanti mafiosi.
Ninni Cassarà (6 agosto 1985), dirigente della squadra mobile di Palermo, e il suo collega Roberto Antiochia, agente di polizia.
Natale Mondo, (14 gennaio 1988), agente di polizia ucciso perché si era infiltrato nelle cosche mafiose.
Antonino Saetta (25 settembre 1988), giudice.
Antonino Agostino (5 agosto 1989), agente di polizia.
Emanuele Piazza (16 marzo 1990), agente di polizia strangolato e sciolto nell’acido
Rosario Livatino (21 settembre 1990), giudice di Canicattì.
Antonino Scopelliti (9 agosto 1991), giudice
Serafino Ogliastro (12 ottobre 1991), ex agente della polizia di Stato.
Giuliano Guazzelli (14 aprile 1992), maresciallo dei carabinieri.
Strage di Capaci (23 maggio 1992): Giovanni Falcone, magistrato; Antonio Montinaro, agente di polizia facente parte della scorta di Giovanni Falcone; Rocco Dicillo, agente di polizia facente parte della scorta di Giovanni Falcone;Vito Schifani , agente di polizia facente parte della scorta di Giovanni Falcone.
Strage di Via D’Amelio (19 luglio 1992): Paolo Borsellino, magistrato; Emanuela Loi, agente di polizia facente parte della scorta di Paolo Borsellino Walter Cosina, agente di polizia facente parte della scorta di Paolo Borsellino; Vincenzo Li Muli, agente di polizia facente parte della scorta di Paolo Borsellino; Claudio Traina, agente di polizia facente parte della scorta di Paolo Borsellino; Agostino Catalano, agente di polizia facente parte della scorta di Paolo Borsellino.

A cura di Desirè Giancana

pubblicato già su dbtalk.it

Il Cavaliere , l’ Arma e la Cavalleria che non c’è più

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carabinieri_220283E’ la storia di un Carabiniere, un tenente colonnello dei carabinieri, un uomo, uno di noi.

Il tenente colonnello Alfredo Gaballo, uno di noi, dopo tante battaglie, dopo gli anni che lo videro entrare 1° classificato nell’ accademia militare di Modena, dopo gli anni passati alla compagnia speciale di Roma, dopo gli anni passati al comando della compagnia, dopo gli anni passati al ROS, decide di affidare al TAR le valutazioni sulla sua mancata promozione a colonnello e dopo tante battaglie e tante parcelle versate agli avvocati vince il ricorso e indossa i gradi di colonnello dei carabinieri.

Tutto qua? No il bello viene ora. Dopo qualche mese arriva una lettera dove c’è scritto che è stato uno scherzo, dove c’ è scritto che deve levarsi i gradi da colonnello e rimettere quelli da tenente colonnello , ma soprattutto che deve restituire i soldi degli stipendi da colonnello che ha ricevuto in questi mesi.

Non è fantastico?

La prima Arma dell’ Esercito Italiano non l’ avrebbe fatto mai, la prima Arma dell’ Esercito Italiano non si sarebbe comportata   come un fidanzato squallidone che richiede indietro l’ anello di fidanzamento donato alla sua ragazza. Non l’ avrebbe fatto mai.

Purtroppo ora si chiama Forza Armata , la formidabile armata, divisa dall’ Esercito Italiano, quell’ Esercito dove militano ancora i nostri cuori di soldati, i cuori dei carabinieri soldato. Era l’ Arma a cavallo, era la cavalleria d’ elite , era l’ Arma. Non facciamola morire togliendo i sogni, le speranze e i pochi soldi ai suoi uomini. Lasciamo questa missione all’ Agenzia delle Entrate.

ultimo

 

RIINA HA UN CERVELLO ELETTRONICO, ANZI, BIONICO.

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Conversazione realmente accaduta tra i due boss mafiosi. Fascicolo della DIA prot. 5653.

RIINA = lo … il Signore forse mi ha dato un cervello … il cervello non so che cervello … ma sarà elettronico … se non ci crede nessuno;

LORUSSO = Si dice bionico … si dice elettronico … però bionico è più di elettronico … bionico è più di elettronico … bionico è da fantascienza … bionico è da fantascienza … ;

RIINA = … si, si fantascienza … ;

LORUSSO = Da fantascienza si dice bionico … ;

L’elogio della povertà

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La poverta’ e’ la condizione naturale dell’Uomo, o almeno cosi’ dovrebbe essere.

Prima che la pubblicita’ iniziasse a marciare col passo dell’oca nelle nostre teste, era evidente a tutti che l’uomo saggio non e’ colui che ha tutto, bensi’ colui che a tutto puo’ rinunciare. In questa rinuncia vi e’ la sostanza della nostra liberta’.

Noi poveri, meravigliosi straccioni! Anche qui nell’Occidente dorato e moralmente miserabile, perche’ la poverta’ non e’ solo economica e materiale ma spirituale. Anche noi, che abbiamo di tutto di piu’, in realta’ non siamo che poveri automi narcotizzati e ipnotizzati, vestiti di nulla, al guinzaglio dei bottegai globali con le mani pulite e la faccia da galera.

E in questa strana dittatura, il cui ambasciatore e’ Topolino e il cui mantra silenzioso e subliminale e’ produciconsumacrepa, la poverta’ diventa il crimine piu’ orrendo.

La poverta’ e’ la nostra ricchezza e la nostra liberta’, una immane sfida contro i prepotenti della Terra, una tremenda testimonianza del disastro dell’ideologia senza volto e senza anima. Merita quindi un grande elogio la poverta’, motore inarrestabile del riscatto di un’Umanita’ senza piu’ dignita’, senza piu’ misura, senza piu’ equilibrio: senza piu’ scampo.

Alla banda di bruti che governano i nostri destini, che conoscono il prezzo di tutto e il valore di nulla, contrapponiamo la nobilta’, la dignita’, lo sguardo fiero, invincibile e rivoluzionario della stirpe dei senza re.

[Tritemius]

Le intercettazioni di Riina: Berlusconi, il pizzo, Don Ciotti…manca qualcosa

Giustizia, Mafia No Comments

10896057_sotto-le-due-cupole-chiesa-religione-mafia-0di Enrico Tagliaferro 

Roma, 31 agosto 2014 – Repubblica e Il Fatto stanno “ricicciando” le intercettazioni di Riina nel carcere di opera di un anno fa, una al giorno.

Chissà se ricicceranno anche questa:

8 novembre 2013, Riina è a passeggio, e dice:

RIINA: « Brusca dice che io gli ho detto… perché Brusca fa una dichiarazione cattiva, “mi ha detto Riina che gli ha presentato un papello”… ma questo papello non si trova,non c’è…;

LORUSSO: Va bene, ma dire una cosa di quella è facile, perché siccome la storia di questo papello circola, circola, circola…chiunque si può avventare… a dire, sì il papello, si, ma mi hanno chiesto del papello…;

RIINA: Perché, perché, perché… l’importanza…,sono andati a fare tutte le indagini sui miei figli, le mie sorelle, a mia moglie, a mia madre…

LORUSSO: e non hanno trovato nessun riscontro a tutte queste cose…

RIINA: «A mio fratello, a tutti, ai bambini…bambini, ai picciridduzzi…tutti… hanno un fascicolo messo lì … non risulta nulla, non risulta… perciò questo (Giovanni Brusca, ndr) è un PALLISTAè un PALLISTA che io gli ho detto questo, questo papelloquestopapello…, gli ho fatto un papello.  Io gli ho detto a lui… a questo becco… interessati per tuo padre perché io in Cassazione non posso fare nienteQuesto gli ho detto: interessati, interessati… per suo padre. No che gli ho dato il papello!».

Al minuto 44 dell’intercettazione Riina aggiunge che il papello  «fu una cosa detta da lui(Brusca, ndr),  studiata da lui, sentimento suo», e subito dopo dice il Lorusso: «Ciancimino, padre e figlio, fotocopia di qua e di là… normografo…ha preso qualche … inc …. Da qualche parte …  ha fatto un collage e solo un collage…».

E ancora,sempre l’8 novembre:

LORUSSO: … non c’era nessuna trattativa, non è che c’era una trattativa… in passato.

RIINA: Si si…

LORUSSO: C’era una connivenza, così, tra mafia e politica, quando poi la politica ha tradito la mafia l’ha punito.Questo era… quindi questo…

RIINA: Minchia, c’era il padre, il figlio…c’erano i padri ed i figli.

LORUSSO: «Questo smonta poi tutto il teorema della trattativa Stato-mafia, viene smontato da queste affermazioni. Perché se si prende per buono queste affermazioni, allora si deve dire non c’era nessuna trattativa, bensì, c’era una connivenza come sempre è stata, come si dice che sempre è stata in tutto il mondo tra politica e mafia, e ad un certo punto una parte ha tradito e l’altra parte voleva punire… Questo è quello che ruota in tutto il castello accusatorio della trattativa stato-mafia.

Se invece si deve dire che c’era la trattativa stato-mafia… allora…». 

RIINA: «No, ma non c’è. perché poi non ha fatt…

LORUSSO: Non c’è niente a sostegno, né dell’una cosa, né dell’altra cosa.

RIINA: O c’è andato questo, o c’è andato quello. Chi c’è andato a trattare?…

LORUSSO: Eh, esatto. Ma non c’è niente, né a sostegno di una cosa… parole.

RIINA: Quello è stato assolto un sacco divolte… il generale…perciò…».
LORUSSO: «Il generale… Mori».
RIINA: «E’ Mori, noialtri… non è checi fa di arbitro, ci fa i fatti.».

LORUSSO: Le prove documentali sono tutte contro questi teoremi, i fatti sono tutti contro, contro queste affermazioni della procura

RIINA: E loro vorrebbero fare entrare il porco per il di dietro…

 

Travaglio er cazzaro

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ma leeevateF U O R I – L A – M A F I A – D A L L O – S T A T O !!!
“Riina – spiega Marco Travaglio, vicedirettore de Il Fatto Quotidiano – ha minacciato di morte Di Matteo sapendo di essere intercettato. Queste non sono minacce, ma una condanna a morte. 
La costituzione – ha concluso TRAVAGLIO – è stata violata per vent’anni mentre il papello di Riina è stato RISPETTATO PUNTO PER PUNTO”.

Si, bisognerebbe solo capire a quale papello “rispettato punto per punto” si riferisce Travaglio. Il foglietto A4, quello che pare compilato al bar, e che si trova agli atti del superprocessone della trattativa parla di revisione del maxiprocesso, che con la fava che è stato revisionato, di annullamento del 41bis, che con la fava che è stato annullato (anzi, è stato irrobustito), di revisione della legge rognoni-la torre, che con la fava che è stata revisionata, di concessione dello status di dissociato ai mafiosi, che con la fava che è stato concesso, di divieto di carcerazione dopo ai 70 anni (solo domiciliari) che con la fava anche quello, di traduzione dei carcerati nelle carceri vicine alle abitazioni dei familiari, che manco per scherzo, di alleggerimento dei sequestri dei patrimoni agli amici intestatari, che invece è stato incrudito e quindi manco a parlarne, di possibilità di arresto cautelare solo in caso di flagranza di reato (ahahah, una barzelletta), di libero scambio della posta dei carcerati con i famigliari senza censura, (e sempre con sta fava, e quando mai…), di abolizione delle accise dai carburanti in sicilia, come ad Aosta (fava anche qui, anzi, una bella pernacchia). Quindi i casi possono essere soltanto tre: o Travaglio delira, o ci prende per il culo con una bufala de-luxe, o ritiene che quello agli atti sia un papello falso mentre quello vero lo conosce solo lui.

(non sia mai che ci si venga a dire di non citare le fonti. Quanto scritto qui sopra è una risposta del Segugio Enrix a un articolo delirante dei professionisti dell’antimafia)

Quel giudice che sfatò il segreto del Pulcinella (trasferito a Palermo)

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mario-fontana-255452_tn[1]Saverio Masi non è attendibile dice Fontana nelle motivazioni del Processo Mori. Impossibile. Insomma, come può non essere attendibile uno che va a testimoniare al Processo Mori e parla di una storia avvenuta tre anni dopo che il Generale non faceva più parte del ROS? Uno che viene trasferito da Napoli a Palermo, vuole entrare subito nel nucleo ricerche di Provenzano e ovviamente gli dicono di no, preso dal risentimento intanto che scioglieva un comune sulle Madonie per mafia si mette ad indagare da solo su Provenzano e si imbatte casualmente in due prove della trattativa ovvero i verbali di Riccio del 1995 (che grazie alle perizie sappiamo che nel 1995 non esistevano, perchè prodotti successivamente) e delle sbobinature di dichiarazioni di Siino, che grazie agli atti sappiamo parziali e mai sbobinate del tutto data la natura incline alla menzogna del teste (le cassette originali poi sono depositate al tribunale di Caltanissetta)?

Siamo nel 2001, sono passati 6 anni e Masi trova solo questi due documenti attendibili, non i 6 anni di indagini fatte dai suoi colleghi dopo. Masi prosegue dicendo che alcuni rilievi – intestazioni di utenze principalmente – lo portarono a Ciminna, in quanto lì si trovava un contatore intestato alla mamma dei fratelli intestatari del casolare di Mezzojuso descritto dal Riccio. Masi però si dimentica di far cenno ad un evento legato a Ciminna e i suoi casolari che nel 2001 accendeva le caserme di Palermo: il “mancato” arresto di Provenzano da parte della squadra Catturandi di Palermo, che arrestò sulla base delle intercettazioni ambientali Benedetto Spera, latitante e favoreggiatore di Provenzano.

Per un mese il Ros – nella persona di Parente -, le Procure di Palermo e Caltanissetta e la Polizia litigarono pubblicamente sulla colpa del mancato arresto di Provenzano che, stando ad un intercettazione di Spera in carcere “Stava lì, a pochi metri”. La polizia però, arrestati Nicola la Barbera e Spera non abbandonarono il campo di Ciminna e proseguirono le intercettazioni a due favoreggiatori Doc di Provenzano: Tolentino ed Episcopo. E anche qui possono sorgere dubbi sull’attendibilità di Masi: non fa mai cenno – quando dice di aver seguito questi due – ad incontri con i colleghi poliziotti, che restarono all’ascolto fino al loro arresto nel 2005, durante l’operazione Grande Mandamento.

Masi parla di non essere riuscito a mettere le cimici in un non meglio precisato casolare perchè “non c’era alimentazione”, eppure sappiamo dai rapporti della catturandi che delle cimici a Ciminna erano piazzate proprio per intercettare i due criminali di cui parla, in particolare nella masseria di Tolentino, in casa di Tolentino e di Episcopo. Lo sappiamo perchè ci sono anche le intercettazioni dei due mentre mangiano e commentano l’identikit di Provenzano al Tg, mentre uno detta e l’altro batte a macchina i pizzini nella masseria, mentre contano i soldi, mentre confrontano il trattamento di Spera da quello del “ragioniere”… Eppure Masi non parla mai di essersi imbattuto nella polizia, fatto strano, data la scarsa estensione del paese. E neppure nelle cimici dei colleghi, seppure ben nascoste. Lo sappiamo perchè l’ultimo ascolto fu spezzato da Episcopo che ne scoprì una giocando a scrostare l’intonaco della masseria del compare con un cacciavite.

La storia poi dell’intralcio del Ros mentre lui, unico Carabiniere integerrimo tentava seriamente di mettersi sulle tracce di Provenzano appare poi difficile da credere, soprattutto alla luce della seconda ondata di dichiarazioni, quelle della denuncia del maggio 2013 dove raccontava della sorella disoccupata e del posto offertole per mettere a tacere il fratello, a cui poi toccarono mille trasferimenti per poi terminare al nucleo scorte. Appare incredibile perchè sappiamo, grazie ad alcune dichiarazioni del ROS, che Ciminna era sotto intercettazioni già dal 1998 e a mettere le cimici intorno alla masseria di Nicola la Barbera era stato nondimeno che il Capitano Ultimo e la sua squadra. La furente lettera aperta ai giornali che il comandante del ROS Parente del febbraio 2001 per la mancata cattura di Provenzano costituisce sufficiente prova del grado di infiltrazione del ROS nella piccola località siciliana.

Tralascerei poi la storia su Angeli perchè più di supporto al processo della Trattativa che al Processo Mori, incentrato sulla mancata cattura di Provenzano. Comunque surreale per un Carabiniere che si mette alla caccia di Provenzano da solo, s’intenda: Masi ricerca i verbali di 6 anni prima su Provenzano – ignorando completamente quelli più recenti e che potrebbero contenere delle svolte d’indagini – ma si fida delle voci di corridoio su un collega trasferito senza neppure sforzarsi di accedere ad un verbale. Eviterei anche di rimarcare come il caposcorta di un PM sia stato ammesso a testimoniare ad un processo dove il suo protetto è l’accusa. Tralascerei anche il commento alla denuncia 2013, con il dettaglio alle macchine da scrivere di Provenzano o l’aver visto Matteo Messina Denaro ed essersi nascosto in un cespuglio, perchè dello stesso tenore del racconto precedente. Potremmo anche fare ipotesi sulla natura dello stop perentorio alle indagini di Masi, visto la coincidenza di persone e tempi con l’inchiesta delle Talpe in Procura, condotta proprio da un superiore di Masi, il Col. Sottili, nel 2003. Sui compari poi saltati fuori a posteriori ho già parlato, specialmente del Sig. Anonimo andato in onda a Servizio pubblico.

Mi soffermerei invece sull’amarezza che provocano in me queste vicende, riflettendo sulla velocità con cui le notizie alterate o farlocche prendano piede e, si riflesso, sugli ostacoli che la verità incontri cercando di sfatare il mito. Non solo nelle vicende torbide dell’antimafia, sia chiaro. I recenti casi di Stamina per la sanità, i programmi per farci ammalare di scellerate case farmaceutiche mediante vaccini o altre bufale che girano hanno dimostrato quanto il teorema del complotto sia più facile da diffondere che la notizia corredata da prove, vista sempre come un insabbiamento della verità. Finchè continueremo a ripetere a pappagallo quanto visto o sentito dire senza non dico documentarci, ma quantomeno usare un po’ di logica, esisteranno sempre queste persone che tenteranno di cavalcare l’onda della credulità. Speriamo solo che esistano altrettanti giudici Fontana per sfatarli tutti.

 

 

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