Diritto e castigo

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Pubblichiamo, così come ci è stata inviata.

Maurizio ha 43 anni, il 14 settembre è stato operato per un carcinoma al
colon retto.
Un cancro “fetente” per chi se lo becca in così giovane età. La dottoressa che faceva parte dell’equipe dopo qualche giorno dall’intervento mi dice:” avvocato è andata bene, siamo stati molto fortunati, lo abbiamo preso appena in tempo ancora qualche giorno e sarebbe andato tutto a rotoli, gli sarebbero rimasti solo due anni di vita se non fossimo intervenuti subito. Il Signore ci ha aiutati”. La dottoressa è contenta nel dirmi queste cose. Ora, per tre mesi Maurizio deve vivere con una sacca esterna, poi dovrà fare un altro intervento per la ricanalizzazione intestinale. Questi tre mesi sono delicati, sono necessarie cure e attenzioni molto particolari.
Pratica di Ileostomia, così si chiama il trattamento post-operatorio di questi tre mesi.
Maurizio è in carcere, è detenuto. Il suo fine pena è 2015.
In carcere, a Vigevano, si sta male, come in tutte le carceri. Ma lì di più, perchè è un vecchio carcere per i 41 bis. A settembre, quando lui è ancora all’Ospedale San Paolo presento l’istanza al Magistrato di Sorveglianza di Pavia per richiedere la detenzione domiciliare a casa della cugina, l’unica nella sua famiglia che lo segue; la mamma ed i suoi fratelli non vogliono saperne nulla di lui. Anche la cugina per un pò si era allontanata da lui, poi, grazie a Dio a giugno sono riuscito a farli riavvicinare ed ora guai a chi le tocca suo cugino.
Il Magistrato di Sorveglianza rigetta la prima istanza, quella d’urgenza perchè nel certificato dell’ospedale è scritto che non deve sottoporsi a radio o chemioterapia.
Però è scritto anche che deve sottoporsi per tre mesi alla pratica di
ileostomia per poi fare un altro intervento. L’ospedale non spiega cosa significhi questa pratica.
Maurizio, la cugina, non se la passano bene economicamnete. Non possono permettersi un medico di parte che vada in carcere a fare una perizia.
Vado a Pavia a parlarne con il Magistrato, le presento una seconda istanza allegando uno studio che ho trovato in internet: 25 pagine che descrivino dettagliatamente cosa vuol dire Pratica di Ileostomia. Il Magistrato legge, mi guarda parplessa, forse ha capito che c’è stata leggerezza. Però ormai lei ha rigettato e la legge vuole che la decisione finale passi al Tribunale di Milano che dovrà defnitivamnete stabilire se Maurzio può farsi qusti tre mesi a casa (per poi tornare in carcere, la mia istanza non era un escamotage per falro uscire prima, ma solo il tenetativo di salvaguardare il suo diritto alla salute).
Il Tribunale fissa l’udienza al 21 gennaio 2010.
Assurdo.
Vado in Tribunale, presento una nuova istanza al Presidente per far anticipare l’udienza, allegando lo studio sull’ileostomia di cui ho detto prima.
IL tribunale anticipa d’urgenza l’udienza al 21 novembre 2009.
Pochi giorni fa sono stato a Vigevano a trovare Maurizio. Si trascinava, il direttore ha disposto che uno dei suoi due compagni di cella lo piantoni perchè lui non può fare nulla. Si è presentato da me, per il colloquio, con il suo compagno che lo teneva sotto braccio. Stava male, mi ha fatto vedere la sacca esterna, è ulteriormente dimagrito. La doccia deve fargliela il suo compagno di cella. Vive in una cella umida, di 10 mq con altre tre persone, di cui una ha il materasso sul suolo perchè un’altra branda lì dentro non ci entra.
Sono uscito dal carcere.
Ho scritto alla Direzione del carcere, al direttore sanitario, al Magistrato di Sorveglianza di Pavia, ho riunito tutti questi scritti e ho presentato una nuova istanza al Presidente del Tribunale di Milano per far nuovamente anticipare l’udienza. Oggi sono andato a controllare: istanza rigettata per sovraccarico di lavoro del Tribunale. Maurizio dovrà attendere fino al 24 novembre.
E non è detto che il Tribunale gli conceda i domiciliari.

La Direttrice del carcere di Bollate ha recentemente scritto un bellissimo
libro sulla condizione delle carceri. Credo sia la prima direttrice che descrive in maniera critica e severa la pessima condizione umana in cui vivono le persone-detenute. Il libro si intitola “Diritti e Castighi”… nel caso di Maurizio per ora esistono solo i castighi…chissà se un giorno gli verrà riconosciuto il suo piccolo, grande diritto….in fondo ha un semplice cancro al colon-retto.
Francesco Ferrandino

La trattativa c’è. La stanno facendo adesso

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ingroia-e-di-matteoIo l’avevo sottovalutato. Parlo di Massimo Ciancimino. Mi dicevo “ecco il figlio scemo del boss pezzo da novanta”. Mi devo ricredere. Uno che prende in giro tutta l’Italia, e una procura, quella di Palermo, facendo la trattativa del tipo “io non vado in galera e in cambio vi do qualcosina”, alla fine la procura si ritrova non con una bufala, ma con una fotocopia di bufala, in attesa che Ciancimino si decida a dare qualcosa in più, come ha promesso. Che darà l’anno prossimo, visto che è un annetto che promette il papello e ancora non ce l’ha in mano nessuno, l’originale.
Insomma, il bastone e la carota, in attesa del processo per riciclaggio dei soldi sporchi del padre, lui se ne sta tranquillo a casa, libero di rilasciare dispacci di agenzie alla minima scoreggina che gli passa per il cervello. Ma il problema non è più lui, a questo punto. E’ diventato il vip, giornali, tv, tutti a pendere dalle sue labbra, procura inclusa. Ed è gravissimo che nessuno non faccia un aut aut del tipo “o mi dai tutto quello che hai SUBITO o ti risbattiamo in galera!”, ma no, troppo facile trattare un mafioso da mafioso. Guanti di velluto ci vogliono. Così magari ci da quello che vogliamo noi, e pure quello che vogliono i giornali. Ecco: Ciancimino ci ha insegnato a non sottovalutare nemmeno gli scemi. Anzi, soprattutto gli scemi, perchè Riina non l’abbiamo mai sottovalutato, e nemmeno don Vito, ed è per questo che uno è stato preso e l’altro pure. Nessuno si chiede come mai Borsellino dopo la strage di Capaci fosse escluso dalle indagini su Mafia e Appalti e testardamente decise di riaprire quell’inchiesta insabbiata alla procura di palermo vedendosi in segreto con le uniche persone di cui si fidava, e cioè il ROS che aveva lavorato con Falcone, alla caserma di Carini, proprio perchè non si fidava della Procura. Insomma, nel paese del tafazzismo imperante, ci sono tanti giornalisti e tanti uomini istituzionali a cui piace proprio sentirsi presi in giro. Se a farlo è Provenzano, o Riina, o Vito Ciancimino, ci posso anche stare.. sono intelligenti, come criminali. Ma che lo faccia Massimo Ciancimino è troppo, dai. Non offendiamo la nostra intelligenza. A meno che non abbiamo sbagliato i calcoli e lui sta agendo per mano dei corleonesi interpretando questo personaggio da VIP della Corona’s. In fondo, basterebbe vedere il videopizzino di Riina ad Annozero. Un flash, a cui nessuno ha dato importanza, in cui si vede Riina che dice “ascoltate Ciancimino”, e subito dopo Ciancimino parla dai riflettori di Annozero. Quale posto migliore..

Ultimo: Annozero è il miglior esercito di Riina.

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annozeroOFFESE ALL’ANTIMAFIA. Ultimo: Annozero è il miglior esercito di Riina. Il Capitano Ultimo che nel 1993 ha arrestato Riina parlaCondividi
Oggi alle 0.52

Tema della puntata una presunta trattativa fra mafia e istituzioni. Il Capitano Ultimo, che nel 1993 ha arrestato Riina, parla a Tgcom: “E’ fase stragista mediatica di nuovi Corleonesi”. Polemiche dopo la puntata di Annozero in cui si è parlato di una presunta trattativa fra mafia e istituzioni. A guardare la trasmissione di Michele Santoro anche Capitano Ultimo, l’ufficiale dei carabinieri che il 15 gennaio del 1993 ha arrestato Totò Riina: “Annozero e le star che lo promuovono sono il migliore esercito di Riina Salvatore – ha detto Ultimo a Tgcom – lo si capisce in maniera nitida guardando la puntata sulla mafia”. Ultimo: Annozero è il miglior esercito di Riina. “E’ importante – aggiunge l’ufficiale dell’Arma che da anni vive sotto scorta – che ciò che resta della società civile si unisca contro questa nuova fase stragista mediatica dei nuovi Corleonesi”. “Alla fine quelli che hanno combattuto la mafia saranno, oltre agli attori di Annozero, il figlio di Ciancimino, i figli di Riina e magari anche quelli di Provenzano e Brusca”, aggiunge con amarezza. “Chissà, magari li troveremo anche tutti insieme a fare lezione di legalità nelle scuole. Che si indaghi su Riina Salvatore e sui suoi nuovi alleati mediatici. Onore a tutti i combattenti caduti contro la mafia”, conclude il carabiniere.Durante la puntata Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo condannato per mafia e deceduto nel novembre 2002, ha parlato della presunta trattativa fra Stato e Cosa nostra. Contrariamente a quanto accertato finora in via giudiziaria, secondo Massimo Ciancimino, la trattativa sarebbe cominciata prima della strage di via D’Amelio, costata la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti della scorta, e dopo la strage di Capaci del 23 maggio 1992, in cui morirono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta

Il caso Marlane

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Nel 2000, cercando materiale per mettere sul neonato censurati, mi sono imbattuta in un newsgroup che parlava di insabbiamenti. E leggo un comunicato. Un comunicato di alcuni operai della ditta Marlane (Marzotto), di Praia a Mare. Parlava di eccessiva dose di decessi nella loro fabbrica. Gli ho scritto, ho chiesto di incontrarci.. e sono venuti. Non so perchè, visto che ero fresca di sito, non mi conosce nessuno adesso, figuriamoci allora, però.. forse per non lasciare niente di intentato. E conosco un sindacalista di base della fabbrica. Ci vediamo alla stazione termini, e mi portano tutti i fascicoli del caso. Chiesi come mai non ne hanno parlato ai giornali, loro rispondono “abbiamo chiesto a tutti, ma quando capiscono la portata e la gravità, spariscono”.

Decido di sposare la causa della Marlane, faccio esaminare tutti gli elementi chimici che trattavano gli operai, chiedo informazioni utili anche a mia sorella, ingegnere chimico. Insomma, faccio i miei accertamenti e rilevo che tutto quello che mi è stato detto da quei due operai (uno dei quali era in cura cono chemioterapia) era vero.

In quel mese di ricerche, ho cominciato a ricevere una serie di telefonate, con accento spiccato calabrese. Del tipo “è lei la giornalista che si sta occupando della Marlane?” – “Si” – e agganciavano. Poi seguivano altre telefonate, sempre con quella voce (o almeno quella cadenza) in cui mi dicevano “signora serafini, sappiamo dove vive”. Oppure “tutto bene a casa?”. Una fonte calabrese mi disse che ero entrata in un campo minato, e di uscirne possibilmente incolume. Però pensavo sempre dentro di me.. che era impossibile che mi accadesse qualcosa, in fondo sono una sconosciuta, a chi interessa se mi occupo di pinco pallo? Ma le telefonate continuavano, era un po’ inquietante, tanto che ero arrivata a un punto in cui, confesso, ho pensato: “mollo tutto”. Cominciavo anche ad avere paura, ma a un certo punto mi telefona uno degli operai della Marlane. Era appena uscito dall’ospedale per la chemio, se non ricordo male, e mi disse “grazie perchè ALMENO TU non ci hai abbandonato”. Capite che, messa davanti a una frase del genere, non ce l’ho fatta a mollare. Ho messo da parte la paura, ho traslocato e sono andata avanti. Stavolta però chiamo Alessandro Sortino, delle Iene, in modo da poter essere coperta, nel senso che… se succede qualcosa a me, almeno c’è qualcun altro che ci lavora. Tempo dopo, il fascicolo dell’inchiesta era sulla scrivania di Sortino, che vede la gravità, e in due giorni realizza il primo servizio per la Marlane.

Un servizio che farà parlare, perchè Praia è piccola, gli operai sono tosti e vanno avanti con le loro battaglie, anche mediaticamente adesso c’è il precedente che “anche le iene ne hanno parlato”. E così prima rai 3, poi in seconda serata, rai 1, poi qualche giornale, il manifesto in particolare… insomma, finalmente si parla di queste morti nel colorificio più grande del mondo, di proprietà della famiglia Marzotto (ne parlerà mai Beatrice Borromeo, di quello che fa la sua famiglia? Perchè Borromeo è il cognome del padre, ma la madre è la signora Marzotto, una delle azioniste della Marlane, appunto).

Insomma… tra una causa di risarcimenti e l’altra fatte a titolo personale, nel frattempo si attendeva la fine delle indagini.  Una fine che ora è arrivata, ed ha portato a un rinvio a giudizio. E qui, passo la parola a loro, gli operai della Marlane, che ci hanno spedito un comunicato in merito alle ultime vicende del caso. Amici è stato bellissimo lavorare per voi!

LA MARLANE DEI VELENI
Sono occorsi oltre dieci anni di lotte ai lavoratori dello SLAI Cobas per vedersi riconosciute le rivendicazioni sulle svariate decine o centinaia di morti per patologie tumorali registratesi fra i lavoratori della Marlane Marzotto di Praia a Mare. L’inquinamento del terreno di pertinenza, del mare adiacente la fabbrica, i fanghi di depurazione smaltiti presso discariche abusive – ne fanno fede i verbali dei Carabinieri comminati ai camion che li trasportavano – e molto probabilmente delle falde acquifere, tutto è passato al vaglio attento degli organi inquirenti. Ora è ufficiale: oggi la Procura di Paola ha reso noto di aver chiuso le indagini ed ha annunciato il rinvio a giudizio per i dirigenti ed i tecnici indagati. Fondamentalmente due i capi d’imputazione, truffa e omicidio colposo, tuttavia sul secondo capo la quasi totalità dei legali nominati propendono per modificarlo in omicidio volontario con dolo eventuale. Grande soddisfazione nei lavoratori denuncianti che, resistendo con coraggio a ricatti e minacce d’ogni genere, per molti anni hanno tenuto testa alle prevaricazioni della multinazionale del tessile valdagnese. I decessi e gli ammalati sono tanti e ancora molti coloro che al termine di una incubazione di decenni potrebbero soccombere vittime del male che non perdona. Ben tre archiviazioni si sono succedute nel corso degli anni e tutte e tre sono state fatte oggetto di opposizione fidando in una giustizia degna di tale nome. Poi è stato un crescendo, nonostante l’atteggiamento poco professionale di patrocinatori dalla dubbia deontologia. Ora il caso Marlane finalmente è approdato agli onori della cronaca, conquistandosi quello spazio mediatico che la gravità del caso meritava e non da ora. Eppure tutti sapevano. Lo sapevano i sindacati confederali locali più attenti a curare l’indotto che l’interesse generale ed i politici dai vari colori, lo sapevano i lavoratori della fabbrica ai quali il bisogno da sempre ha consigliato il silenzio, lo sapevano le istituzioni puntualmente rese edotte su ciò che avveniva in questa fabbrica “apportatrice di benessere”. Eppure di soldi pubblici questa fabbrica ne ha macinati tanti, al punto da far dire ad un funzionario dell’Ispettorato: “Se avessero dato a tutti i cittadini praiesi i soldi spesi per l’azienda ne avrebbero fatto un paese di milionari”. Della massa di denaro quasi nulla è stato destinato alla salvaguardia dei lavoratori, nonostante le varie leggi succedutesi nel tempo a loro tutela. Lo SLAI Cobas, unico sindacato coerentemente a fianco degli operai in lotta nel processo che seguirà si costituirà parte civile, orgoglioso del successo ottenuto per la prima volta in Italia in un’azienda del settore tessile.

Alberto Cunto
Coordinatore Prov.le Slai Cobas
Praia a Mare, 30.09.09 h.16.30