Lettera aperta al signorino Marco Travaglio

Senza categoria 2 Comments

A cura di Desirè Giancana  

download

E’ passata poco più di una settimana da quando ti ho visto in Tv, comodamente seduto sulla tua poltrona a parlare di mafia. La nostra mafia. Già, perchè per quanto vi sforziate di comprenderne tutti i più microscopici meccanismi, la mafia è “cosa nostra” e non è facile da capire. Bisogna viverla, respirarla da vicino. Tu sei di Torino, città lontana dalla mia amata Sicilia. In quella puntata tu parlavi dell’arresto del superlatitante Totò Riina. In quegli anni tu ancora studiavi all’università e ti eri da poco iscritto all’albo dei giornalisti professionisti. Ma ti occupavi di altro, non di lotta alla mafia. Di mafia allora se ne parlava poco, troppo poco. E chi osava faceva una brutta fine. Nel ventennio 70/90 tanti tuoi colleghi furono brutalmente uccisi dalla mafia. (Mauro Rostagno, Beppe Alfano, Peppino Impastato, Mauro De Mauro, Mario Francese, Giuseppe Fava, Carmine Pecorelli, Giovanni Spampinato). Ma quelli erano altri tempi. Ed era proprio di questo che ti volevo parlare.

Siamo alle soglie del 2015. E’ facile, anzi di moda, parlare di mafia. Ancor più di antimafia. Sfilano in passerella nei giorni in cui ricade l’anniversario delle stragi, qualche strada intitolata a qualche eroe morto di mafia. Perchè qui Marco si muore di malattia e anche di mafia. Quanti paladini della giustizia ho visto sfilare in questi anni, pronti a sputare sentenze per raccogliere qualche applauso. Ma sputare sentenze è facile da dietro uno schermo. Io invece voglio raccontarti di quegli anni da dentro, perchè io c’ero. Come te studiavo all’università, ma di Palermo, dove vivevo. Il mio paese di origine è Castelvetrano, paese dove sorge il più grande parco archeologico d’Europa, ma che invece viene ricordato per bel altro. Ma tu lo sai già. Perciò chi più di me può indignarsi di fronte al tuo visino sorridente mentre parli di uomini che l’hanno combattuta davvero la mafia, in prima linea. Loro, quelli che tu deridi in puntata descrivendoli come degli incapaci, corrotti e magari mafiosi, sono quelli che dopo 23 anni di latitanza sono riusciti a mettere le manette a Totò Riina. Loro sono quelli che, mentre tu ti esercitavi a scrivere pezzi come vice-corrispondente da Torino, vivevano notte e giorno chiusi nelle balene, isolati dal mondo e facevano la pipì nelle bottiglie per non farsi scoprire. Vivevano ogni istante con la paura di fare il “botto”. Per mesi non vedevano le loro mogli e figli. Strisciavano di notte sulle montagne di Aspra come dei vermi per non farsi beccare. Mangiavano scatolette e non si lavavano per giorni e non per la carriera, nè per la gloria, ne certamente per soldi. Solo perchè ci credevano. E ci credono ancora.

Qui a Castelvetrano non li vedi, ma si sentono. Ma adesso è un’altra storia caro Marco. Adesso il popolo è consapevole, i cittadini collaborano, si fanno cortei, i pentiti cantano, la tecnologia aiuta e si sa come funziona la mafia (grazie al lavoro certosino di quei carabinieri che per primi scoprirono il sistema dei pizzini e l’organizzazione delle “famiglie”). Oggi le associazioni antimafia informano e lottano a fianco dei militari. A quei tempi no Marco. Le forze dell’ordine erano SOLE e lavoravano in condizioni pietose e per una manciata di spiccioli. Poi arrivi tu e racconti a tutta l’Italia di un capitano che a gennaio 93 arresta Riina però ad aprile dello stesso anno, secondo te, farebbe scappare volontariamente Nitto Santapaola dal suo covo di Terme Vigliatore. Mi è sembrata un’incongruenza talmente enorme che sono andata  a fare delle ricerche trovando in internet delle sentenze che documentano quei fatti. Così ho scoperto che hai mentito: il capitano Ultimo fu a Terme Vigliatore il 5 di aprile, ma Santapaola non fuggì per niente. Nei giorni successivi i suoi picciotti venivano intercettati mentre parlavano di Santapaola che se ne stava lì senza il minimo turbamento. Soltanto dopo perquisizioni di polizia effettuate in quel sito DOPO il 15 aprile, perquisizioni di cui si sente parlare nelle intercettazioni, il boss cambiò il covo,  soltanto dopo un mese. Perché dunque hai mentito? Me lo puoi spiegare? E poi della storia che tu racconti sempre, secondo la quale Ultimo non avrebbe perquisito il covo di Riina senza un motivo, ne vogliamo parlare?  Forse tu dimentichi che un capitano non decide autonomamente cosa e quando fare. Sopra di lui c’è un maggiore, un colonnello e un generale. Ma soprattutto sopra di lui ci sono procuratori e vertici dello Stato. A loro competeva la decisione e l’ordine di non perquisire, e se hanno dato tale ordine vuol dire che qualche motivo per adottare quella strategia ci doveva essere, non trovi?.

Forse ti sfugge il concetto di “militare” ed “eseguire ordini”. Io, al contrario tuo, non sputo sentenze. Perciò non avrò la presunzione di raccontare una verità che non conosco e che forse, da come esponi i fatti, pare che neppure tu conosca così bene.  Ma il pubblico televisivo farà sempre difficoltà a capire come stanno realmente le cose, perchè in quelle trasmissioni ci sei sempre solo tu a raccontare la tua verità. Non c’è contraddittorio. Che strano, eppure siamo in democrazia, credo. Io penso che se la trattativa c’è stata (e io lo credo possibile) c’è da capire fra chi c’è stata. Non certo con i carabinieri. Quelli sono solo fedeli servitori non tanto dello Stato, quanto delle LEGGI dello Stato. Anche se lo Stato di per se stesso poi, una volta raggiunto l’obiettivo, li getta in pasto ai lupi. E tu sei uno dei lupi che parla di loro da dietro uno schermo. Ma non conosci loro e la realtà in cui operavano. Tu in Sicilia, se ci sei stato, ci sei venuto da vacanziere. Troppo poco per conoscere la mafia degli anni 90 e troppo poco per scrivere libri sulla mafia. Ma, ripeto, questo ormai è di moda. Parli di mafia e diventi famoso. Ma chi è contro la mafia deve dimostrarlo sul campo. E soprattutto deve avere rispetto di quelle persone che hanno rischiato la vita, anche per te. Per tutti noi. Non posso accettare che quella sezione (la Crimor), comandata da Ultimo, dopo anni di sacrifici che tu neppure immagini lontanamente, sia derisa da un giornalista strappa applausi, e soprattutto in assenza di contraddittorio.

Sulla trattativa? Perchè non attacchi lo Stato? Quelli in alto intendo. Quelli che dopo la morte di Giovanni Falcone, non si degnarono neppure di mettere un miserabile divieto di sosta sotto l’abitazione della madre di Paolo Borsellino. Per spiegare meglio il concetto prendo a prestito le parole di Ultimo: “Ribadisco il mio pensiero: se c’è stata una trattativa tra lo Stato democratico e Riina o altri mafiosi, è gravissimo, ma la cosa più grave di questa è che la rivendicazione del fatto che c’è stata una trattativa, non la fa Riina che è in carcere e tutti i mafiosi che hanno perso e che sono tutti detenuti, ma la fanno PEZZI dello Stato al posto e nell’interesse oggettivo dei Corleonesi e dei mafiosi” (Tratto dall’intervista di Antonella Serafini ne “I censurati). E ancora sulla mancata perquisizione dopo l’arresto di Riina: “Oltre al processo non ho niente da aggiungere se non che l’omissione, se esiste, l’ha fatta il sostituto procuratore di turno, che era il dott. Patronaggio. Dovete chiederlo a lui. E parlo della stessa persona che in un’udienza del processo che ho subìto, ha avuto parole di rimprovero verso me e verso i miei carabinieri perchè avevamo messo Riina sotto la foto del Generale Dalla Chiesa. Incredibile”.  Questo però tu Marco non l’hai detto. Eh già. Non conviene ascoltare le parole di uno che ti racconta le cose non per sentito dire, ma perchè c’era. Il suo nome, che doveva restare segreto, è stato dato in pasto a quei famosi lupi ed ancora oggi, il colonnello Sergio De Caprio ha la taglia della mafia sulla testa, per averla combattuta come si deve, taglia documentata e tuttora in vigore. Poi come premio, come talvolta succede ai migliori, è stato trasferito e la sua sezione smantellata. Erano stati talmente bravi che qui non ne avevamo più bisogno. Si è vero c’era ancora libero Provenzano, ma intanto la sezione Crimor fu smantellata. Poi, dopo 5 anni, l’arresto  ”di lu zu Binnu”. Ora rimane solo la primula rossa, l’invisibile. Matteo Messina Denaro è latitante da 21 anni. Immagino che sia sempre per colpa dei carabinieri che non si riesce a catturarlo. Chissà…..”Ai posteri l’ardua sentenza”.

Dedicato a RAM, volato giù da quella maledetta montagna il 12 luglio 2007, a soli 34 anni, in nome del popolo italiano.

In memoria di tutti i carabinieri, poliziotti e magistrati morti di mafia (solo negli anni 70/80/90)

Pietro Scaglione (5 maggio 1971), procuratore capo di Palermo.
Gaetano Cappiello (2 luglio 1975), agente di pubblica sicurezza.
Giuseppe Russo (20 agosto 1977), tenente colonnello dei carabinieri.
Filadelfio Afaro(11 gennaio 1979), vice Brigadiere della squadra mobile di Palermo.
Boris Giuliano (21 luglio 1979), capo della squadra mobile di Palermo.
Calogero Di Bona (28 agosto 1979), maresciallo ordinario in servizio presso ilCarcere dell’Ucciardone di Palermo.
Cesare Terranova (25 settembre 1979), magistrato.
Lenin Mancuso (25 settembre 1979), maresciallo morto insieme a Cesare Terranova.
Emanuele Basile (4 maggio 1980), capitano dei Carabinieri.
Gaetano Costa (6 agosto 1980), procuratore capo di Palermo.
Vito Jevolella (10 ottobre 1981), maresciallo dei carabinieri di Palermo.
Alfredo Agosta (8 marzo 1982, maresciallo dei carabinieri di Catania del Nucleo di Polizia Giudiziaria dei Carabinieri del Tribunale di Catania. Molto noto nella città dove operava per essere un investigatore scrupoloso e preparato.
Strage della Circonvallazione (16 giugno 1982): Salvatore Raiti, Silvano Franzolin, Luigi Di Barca e Giuseppe Di Lavore, carabinieri.
Antonio Burrafato (29 giugno 1982), Vice Brigadiere di Polizia, si stava apprestando ad andare a lavoro. Giunto a piazza Sant’Antonio alle ore 15.30 a poche decine di metri dal carcere, un commando di quattro uomini lo uccise usando esclusivamente armi corte
Strage di Carini (3 settembre 1982): Carlo Alberto Dalla Chiesa, generale dei Carabinieri e prefetto del capoluogo siciliano; e Domenico Russo, agente di polizia, uccisi brutalmente mentre andavano a cena a Mondello.
Calogero Zucchetto (14 novembre 1982), agente di polizia della squadra mobile di Palermo.
Giangiacomo Ciaccio Montalto (26 gennaio 1983), magistrato di punta di Trapani.
Mario D’Aleo (13 giugno 1983), capitano dei carabinieri.
Pietro Morici (13 giugno 1983), carabiniere.
Giuseppe Bommarrito (13 giugno 1983), carabiniere.
Strage di via Pipitone Federico (29 luglio 1983): Rocco Chinnici, capo dell’ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, Mario Trapassi, maresciallo dei carabinieri; Salvatore Bartolotta, carabiniere.
Giuseppe Montana (28 luglio 1985), funzionario della squadra mobile, dirigente della sezione contro i latitanti mafiosi.
Ninni Cassarà (6 agosto 1985), dirigente della squadra mobile di Palermo, e il suo collega Roberto Antiochia, agente di polizia.
Natale Mondo, (14 gennaio 1988), agente di polizia ucciso perché si era infiltrato nelle cosche mafiose.
Antonino Saetta (25 settembre 1988), giudice.
Antonino Agostino (5 agosto 1989), agente di polizia.
Emanuele Piazza (16 marzo 1990), agente di polizia strangolato e sciolto nell’acido
Rosario Livatino (21 settembre 1990), giudice di Canicattì.
Antonino Scopelliti (9 agosto 1991), giudice
Serafino Ogliastro (12 ottobre 1991), ex agente della polizia di Stato.
Giuliano Guazzelli (14 aprile 1992), maresciallo dei carabinieri.
Strage di Capaci (23 maggio 1992): Giovanni Falcone, magistrato; Antonio Montinaro, agente di polizia facente parte della scorta di Giovanni Falcone; Rocco Dicillo, agente di polizia facente parte della scorta di Giovanni Falcone;Vito Schifani , agente di polizia facente parte della scorta di Giovanni Falcone.
Strage di Via D’Amelio (19 luglio 1992): Paolo Borsellino, magistrato; Emanuela Loi, agente di polizia facente parte della scorta di Paolo Borsellino Walter Cosina, agente di polizia facente parte della scorta di Paolo Borsellino; Vincenzo Li Muli, agente di polizia facente parte della scorta di Paolo Borsellino; Claudio Traina, agente di polizia facente parte della scorta di Paolo Borsellino; Agostino Catalano, agente di polizia facente parte della scorta di Paolo Borsellino.

A cura di Desirè Giancana

pubblicato già su dbtalk.it