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Padroni di niente, servi di nessuno

In Italia sancito il diritto al reclutamento dei kamikaze

Da oggi l’Italia è un Paese più libero. Grazie ad un altro magistrato di Milano…
Da oggi l’Italia è un posto più libero. Presto si rischierà l’arresto se qualcuno dovesse avere l’ardire di accendersi una sigaretta in un bar, ma finalmente gli è riconosciuto il sacrosanto diritto di poter reclutare kamikaze da mandare in Iraq. A sancirlo è stato un giudice per le udienze preliminari della Repubblica Italiana. Già, perché cinque islamici sono stati assolti dal reato di terrorismo internazionale dal gup (giudice per l’udienza preliminare) Clementina Forleo nell’ambito di un processo più ampio avviato nei confronti di un gruppo di islamici accusati di esser legati alle strategie terroristiche dello sceicco Abderrazak, che sarà processato a parte, a febbraio, dalla Corte d’Assise di Milano. Gli imputati erano accusati di formare e inviare kamikaze in Iraq ed in effetti è quanto è stato appurato dalle prove. Ma la conclusione del giudice è stata a dir poco impressionante
. Il gup Forleo, infatti, ha riconosciuto che gli imputati avevano come precipuo scopo il finanziamento, e più in generale il sostegno di strutture di addestramento paramilitare site in zone mediorientali, presumibilmente stanziate nel nord dell’Iraq. E anche che, a tal scopo erano organizzati sia la raccolta e l’invio di somme di denaro, sia l’arruolamento di volontari, tutti stranieri e tutti di matrice islamico-fondamentalista. Ma non risulta invece provato che tali strutture paramilitari prevedessero la concreta programmazione di obiettivi trascendenti attività di guerriglia da innescare in detti (cioè in Iraq, ndr) o in altri prevedibili contesti bellici, e dunque incasellabili nell’ambito delle attività di tipo terroristico».

In sostanza il giudice ha riconosciuto che in guerriglia le attività violente sono lecite, purché non siano dirette a seminare terrore indiscriminato verso i civili ed in base a tale assunto, separando le “attività di guerriglia” dalle “attività di tipo terroristico”, ha richiamato la convenzione globale dell’uomo sul terrorismo. Dobbiamo dunque presumere che secondo questo giudice le migliaia di persone uccise barbaramente dai kamikaze in Iraq sarebbero morte per azioni di guerriglia, visto che quelle azioni sono pur sempre assimilabili in un conflitto bellico tra opposte fazioni.

Verrebbe quasi voglia di indignarsi se solo nel nostro Paese la giustizia fosse amministrata in modo serio e responsabile. Ma evidentemente questo non è il nostro caso e ce ne eravamo accorti da tempo: l’Italia, culla del diritto, ne sta divenendo sempre più la tomba. Che senso ha porsi la questione dei magistrati che sono costretti ad applicare le leggi se i risultati sono queste cervellotiche “interpretazioni” che ne fanno? Ormai siamo giunti al punto di accettare passivamente questi atti, limitandoci ad immaginare cosa arriveranno ad inventarsi la prossima volta per sterminare una volta di più il buonsenso ed umiliare il loro ministero, visto che non possiamo nemmeno pensare di invocare sacrosante ispezioni disposte dal ministero di Grazia e giustizia, che altrimenti verrebbero bollate come l’ennesimo tentativo da parte del Governo di violare l’indipendenza dell’operato dei magistrati. Le procure sono ormai un fortino inviolabile dove si è perso il senso della realtà. O semplicemente si è perso il senso del diritto. Paolo Carotenuto

Dal sito di www.Repubblica.it:
“Guerriglia non è terrorismo”
Il magistrato: combattere non significa per forza colpire i civili
Una sentenza che sta provocando forti polemiche
(…)
Ma vediamo meglio cosa dice il giudice: in particolare, nell’ordinanza disposta nei confronti dei due imputati rinviati a Brescia, Drissi Noureddine e Hamraoui Kamel Ben Mouldi. E’ qui che il giudice milanese entra nel merito della contestazione mossa a loro come agli altri tre, e la smonta sotto più profili stabilendo, in definitiva, che non è provato che il gruppo in questione avesse obiettivi “trascendenti quelli di guerriglia”.
Secondo l’accusa, tutte le persone coinvolte nell’inchiesta facevano parte di un’organizzazione tesa a inviare kamikaze in Iraq, e che per questo commetteva una serie di reati: dalla falsificazione di documenti al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. A giudizio, oltre ai due islamici per i quali sarà ora Brescia a decidere, c’erano anche Bouyahia Maher, Toumi Alì Ben Sassi, e Mohamed Daki, tutti arrestati nel 2003.
Al termine del processo, il giudice Forleo riconosce che gli imputati “avevano come precipuo scopo il finanziamento, e più in generale il sostegno di strutture di addestramento paramilitare site in zone mediorientali, presumibilmente stanziate nel nord dell’Iraq”. E anche che, a tal scopo ” erano organizzati sia la raccolta e l’invio di somme di denaro, sia l’arruolamento di volontari, tutti stranieri e tutti di matrice islamico-fondamentalista”. Ma “non risulta invece provato – aggiunge il giudice – che tali strutture paramilitari prevedessero la concreta programmazione di obiettivi trascendenti attività di guerriglia da innescare in detti (cioè in Iraq, ndr) o in altri prevedibili contesti bellici, e dunque incasellabili nell’ambito delle attività di tipo terroristico”.
Non solo. Il giudice Forleo ricorda alcune norme internazionali, come l’articolo18/2 della Convenzione globale dell’Onu sul Terrorismo. Testo in cui, in sostanza, si dice che in guerriglia le attività violente sono lecite, purchè non siano dirette a seminare terrore indiscriminato verso i civili.
Affrontate le questioni di principio, il giudice prende le distanze dall’accusa anche nel merito della valutazione e della pericolosità attribuita all’organizzazione Ansar Al Islam, la struttura che per i più altro non è che una costola di Al Qaeda. Dando una lettura diversa anche a quelle intercettazioni disposte nelle indagini milanesi che avevano fatto scattare più volte l’allarme. Così, se due indagati parlano di una “grande bomba che sta arrivando”, per il magistrato non si stanno riferendo ad un attentato da mettere a punto, come hanno sempre sostenuto in procura, ma “all’imminente attacco americano in Iraq”.
Secondo Forleo, la cellula non era nemmeno legata all’organizzazione di Al Zarqawi. E neppure “risultano legami penalmente rilevanti di tali gruppi con quelli, pur della stessa matrice ideologica, responsabili di attacchi di pacifica natura terroristica, non potendo al riguardo farsi leva sulla presunta analogia della ‘potenziale progettualità operativa degli spostamenti di uomini e risorse”. (24 gennaio 2005)

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