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Le (f)regole dell’antimafia

Richiesta Archiviazione ultima pagina - In questo periodo c’è chi sta tentando di riscrivere la storia falsando la verità in nome della giustizia, ma a mio avviso la verità e l’antimafia non possono viaggiare insieme, quindi c’è da ristabilire i ruoli. Premetto che Berlusconi non mi piace. E’ una premessa indispensabile, perchè riguardo i processi di mafia, sembra che far notare le falsità dette e costruite a tavolino, equivalga ad essere berlusconiano. Ma Berlusconi non è che non mi piaccia per il governo o per i fatti di mafia o per le amicizie discutibili o per il suo entourage di serpenti o per la sua discussa moralità. Non sono un giudice, non faccio moralismi e non sto con il dito puntato per le amicizie buone o sbagliate degli altri. Non punterei il dito quindi, ma un fucile alla nuca per un fatto ben più grave: aver portato in Italia la tv modello americano. I tronisti, le veline, il puttanesimo come filosofia di vita, il mercato delle vacche (con il triplice senso della parola) che si offrono per poter ricattare calciatori, giornalisti, professionisti. Insomma, ha portato un sistema che è stato poi lo stesso che ha portato alla sua caduta. Imperatore del nulla con un impero del nulla. Questo il peccato più grave di Berlusconi. Premesso questo, vorrei portare a conoscenza degli utenti di censurati un fatto che ho bene impresso nella memoria nel periodo in cui lavoravo a radio Capital. In una delle innumerevoli interviste, capitò una telefonata a un politico pezzo grosso, che siede tuttora in parlamento. “Io sono stato l’unico politico a non aver preso voti dalla Mafia”, disse ai microfoni della radio. Alla fine si decise di mandare in onda la telefonata, nonostante i rischi di denuncia, e la querela fu annunciata, come previsto. Il politico inferocito dichiarò che si trattava di parole tagliate e cucite ad arte e negò di averle mai dichiarate, ma noi che eravamo in redazione, sapevamo la verità. Querele o non querele. Quel momento mi meravigliai di me stessa. Perchè per questa frase, anche se si fosse rivelata essere la verità, non rimasi stupita, anzi la ritenni una cosa ovvia, quasi banale. Da quel giorno ho ripensato spesso a quel servizio, e mi sono fatta mille congetture. Posto che la Mafia porta voti, che i boss latitanti non votano ma tutti i loro scagnozzi si, e con loro anche tutto l’indotto che li porta al potere, è giusto pensare che finchè esiste il diritto al voto, chiunque salga al potere (sia in Sicilia che in ogni parte d’Italia), patti con la Mafia li deve fare, consapevole o incosapevole che siano tali. Ritengo pertanto che il prendere voti dai mafiosi sia, arrivati a un certo livello, un fatto inevitabile. L’unica cosa che conta, in questi casi, è governare per il buon andamento dello Stato Italiano, nonostante i voti della mafia. Per capirci: se io parlo con Brusca che mi garantisce la vittoria alle elezioni e poi riesco ad andare al potere, il mio dovere diventa governare l’Italia e non mantenere le promesse fatte a Cosa Nostra. In questa ottica ha senso anche il discorso di Brusca quando dice (negli interrogatori del processo Borsellino bis del 1997), che Martelli aveva fatto dei patti con Cosa Nostra ma che non ha mantenuto le promesse. Ed hanno senso le parole di Rita Borsellino quando si candidò alla regione Sicilia, quando dichiarò che non si sarebbe stupita se qualcuno nella criminalità organizzata avesse votato per lei. Perchè? Perchè la Mafia sta dove sta il potere. Cosa Nostra tratta con chi ha il potere di fare leggi utili per agevolare l’organizzazione criminale. Che al governo ci sia Berlusconi o Prodi, Fini o Bersani, per il popolino onesto che vota non cambia molto. Perchè è vero che Berlusconi era amico di Mangano, come è vero che Prodi andò a stringere la mano a Mario Ciancio, l’uomo che detiene il monopolio della cronaca siciliana, l’uomo che ha deciso che Repubblica non deve stampare la cronaca di Catania (e Repubblica muta obbedisce e nessuno racconta questo fatto), l’uomo che ha deciso che a stampare Repubblica deve essere lui. Mario Ciancio, l’editore che non ha mai attaccato Santapaola, uomo di fiducia dei Costanzo, e dei quattro cavalieri del lavoro, l’uomo che ha preferito dare le sue quote de L’Espresso a De Benedetti invece che a Berlusconi (ma basterebbe fare una ricerca superficiale su google per capire chi è Mario Ciancio e sulle attività che non hanno niente da invidiare a un Mangano qualunque). Quindi mi viene da pensare che l’informazione vera sia detenuta dalla mafia vincente di turno. C’è un’altro fatto che non vorrei venisse dimenticato, nell’antimafia scordarella: un discorso di Borsellino in cui parlava di far pulizia nella procura di Palermo, marcia e collusa. Bene, dopo la morte del giudice, nessuno è stato indiziato di qualcosa, neanche chi, come Scarpinato (oggi il paladino dell’antimafia) e Lo Forte, che hanno in tutta premura richiesto l’archiviazione del dossier che avrebbe fatto saltare un po’ di teste potenti nel circuito politico/imprenditoriale colluso con le organizzazioni criminali (il famoso “Mafia e Appalti”, per capirci, fascicolo che dopo l’archiviazione voluta e ottenuta dai colleghi tanto bravi del giudice, nessuno ha più voluto riprendere in mano). La mia idea è che ci sono persone (e conosco quali) che ricorrono sia nelle indagini di Falcone, sia in quell’operazione golpista poi divenuta famosa come Mani Pulite, che sarebbe stata onesta se le indagini fossero state svolte per scardinare VERAMENTE il sistema di corruzione e tangenti ai partiti (TUTTI). Come tutti ormai sanno, e come la storia dovrebbe ricordare, l’operazione Mani Pulite è stata l’origine (il pretesto) dello scioglimento delle camere (voluto da La Rete) che portò alle votazioni anticipate del 94. E se Massimo Ciancimino avessere ragione (scusate mi è scappata una risata) quando parla della preparazione alla discesa in campo di Berlusconi, dovremmo pensare che tutto questo sarebbe stato fatto con l’appoggio e la complicità de La Rete di Orlando senza le spinte del quale il governo non sarebbe caduto e probabilmente Berlusconi neanche sarebbe sceso in politica sfruttando il vuoto creato da Craxi. Questa è storia. Qualcuno la vuole riscrivere sulla pelle di gente onesta, e questo qualcuno veste una toga nera. E a mio giudizio strettamente personale, questo qualcuno probabilmente ha due datori di lavoro, di cui uno è lo Stato. Non mi stupirei infatti che prima o poi i mafiosi doc come Salvatore Riina, imputati ora nel processo De Mauro, scaricassero le loro colpe sulle istituzioni (magari sugli ufficiali dell’arma dei carabinieri o politici), magari chiamando in correità o facendo insinuazioni (visto che la parola di un mafioso vale di più di un carabiniere, e su questo parlano i fatti), e in quel caso avrebbero un peso più importante anche le parole di Ultimo, quando diceva che tutte queste anomale procedure giudiziarie serviranno solo a togliere le responsabilità a Cosa Nostra per darle alle istituzioni e battere la bandiera populista del popolo forcaiolo. E sui libri di storia prima o poi vedremo la mafia che passa da organizzazione criminale a associazione non governativa che aiuta i poverelli. In fondo vedere Ingroia che accosta (nel suo ultimo libro autoreferenziale) la figura di Rita Atria a quella di Massimo Ciancimino è un bel segnale di come, con imperizia o superficialità, questo magistrato stia facendo (magari inconsapevolmente) solo il gioco di Riina. Se i giornali avessero dato più spazio alle parole di Ultimo… Ma questo è solo un mio parere, frutto di analisi storiche e deduzioni logiche. Sono pronta a fare scommesse sul nuovo processo De Mauro, e su Totò Riina che scaricherà le proprie colpe su politici e/o ufficiali dell’arma. Chi punta?

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One thought on “Le (f)regole dell’antimafia

  1. lo pubblico come commento qui, anche se potrebbe essere tranquillamente un articolo. Quanto segue è un commento di Enrix (alias Enrico Tagliaferro) in replica a uno degli innumerevoli forum in cui si cerca di far chiarezza.

    Nel 1992 nel tribunale di Palermo c’era una spaccatura, fra magistrati persino in odore di mafia, e Falcone e Borsellino (ma non solo) che intendevano approfondire determinate inchieste.
    Alcune di queste inchieste producono una richiesta d’archiviazione che porta la firma dei PM a fianco di una data interessante: il 13 luglio 1992. Ma il deposito di cancelleria avviene il 22 luglio 1992.
    Quindi Paolo Borsellino non ebbe il tempo di venire a sapere che i rami d’inchiesta di cui intendeva occuparsi stavano viaggiando verso la scrivanìa del giudice che li avrebbe poi archiviati alla vigilia del ferragosto.
    L’ambiente era quello del 1992, con un solo epicentro: il big-bang di mani pulite che stava travolgendo il paese, fatto che portava i politici e gli imprenditori operanti in Sicilia nelle stesse circostanze di quelli operanti a Milano, a porsi come obbiettivo primario quello di non finire in galera, come stava accadendo ai “colleghi” di Milano. (altro che trattativa).
    Ma mentre l’organizzazione degli appalti truccati a Milano poggiava su un cartello di imprenditori edilizi di spicco, privi di un apparato militare a fare sponda, a Palermo poggiava su di un’organizzione analoga, ma controllata o comunque infiltrata dalla mafia militare.
    E qui subentra la logica: se c’è un obbettivo primario, e cioè quello di non finire in galera, c’è anche l’esigenza primaria di perseguirlo con ogni mezzo, cercando innanzitutto di bloccarlo sul nascere.
    Ma per bloccarlo non basta eliminare chi non si riesce a convincere diversamente, perché può esserci una reazione dello stato con la delega delle indagini a nuovi soggetti incontrollabili, se quegli omicidi palesassero in maniera troppo evidente il loro movente, e quindi bisogna depistare, dare un segnale diverso.
    Ecco dunque il cambio di direzione della mafia: non colpi di rivoltella, ma fuochi d’artificio, stragi.
    Da un lato è una prova di forza, un deterrente per chi intendesse ostinarsi a volere Palermo trasformata in una nuova città di mani pulite.
    Dall’altro si evita di far capire troppo chiaramente che l’obiettivo era quello gretto e meschino di eliminare fisicamente la causa di un grosso problema, perché il tritolo stragista fa più pensare ad una guerra, all’apertura di una ferita a lenta coagulazione, piuttosto che ad un intervento chirurgico.
    Deve sembrare tutto, fuorchè un intervento chirurgico.
    L’operazione riesce.
    C’è una reazione politica e popolare che si dimostra più rivolta a reagire al “gesto” nella sua forma, all’efferatezza, al “peso” degli attentati, piuttosto che a ciò che li ha causati, in modo mirato.
    Ma dopo quell’attentato c’è ancora un problema: i carabinieri.
    Gli uomini del ROS che si sono occupati di mafia e appalti sono in stato di fermento, additano negli ambienti giudiziari l’inchiesta come il movente delle stragi, e ne criticano l’archiviazione.
    C’è il rischio di perdere il controllo ed il vantaggio perduto.
    Vengono quindi attivate due operazioni parallele: da un lato l’annichilimento dei vertici del ROS che si sono occupati dell’inchiesta e che adottano metodi di indagine fuori-controllo (come quello che ha portato alla cattura di Rina) e dall’altro persistere nei depistaggi.
    L’obbiettivo diviene quindi quello di convincere tutti che quello che era solo un dubbio, e cioè che la mafia attentasse in modo sanguinoso allo scopo di fare guerra allo stato col ricatto, divenisse certezza.
    Ecco dunque le altre stragi del 93, come quella di Firenze. Nessun giudice questa volta, nessun politico, nessun poliziotto. Opere d’arte e popolazione civile, cosicchè sia chiaro ed inequivoco il movente che si vuole inculcare, quale base del depistaggio: deve essere solare che l’obbiettivo è lo stato, il paese civile.
    Nessuno avrà così più il coraggio di insinuare che le stragi di Capaci e Via D’Amelio erano funzionali ad un ben definito obbiettivo criminale, alla chiusura definitiva, con tappo stagno, di una pentola che stava bollendo nei pensieri dei nostri eroi della magistratura, Giovanni Faòcone e Paolo Borsellino.
    Avrei molti altri dettagli da fornire, e prove indiziare, ma non è questo il luogo.
    Ma una cosa la voglia aggiungere, in conclusione, ed è la ragione per cui credo alla mia logica anziché a quella di Idzard: perché quotidianamente assisto a menzogne, bugìe e falsificazioni documentali a sostegno della tesi che lui ha riassunto.
    E le menzogne, le bugie e le falsificazioni, sono ovviamente incompatibili con qualsiasi verità.

    Se c’è bisogno di raccontarle, non può mai essere per arrivare a ciò che è vero.

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