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The Land of Planty

Wim Wenders tratteggia il nuovo sogno americano

Dopo l’uscita di Farehneit 9/11, in cui il regista e scrittore Michael Moore sferra un attacco senza precedenti nei confronti del presidente Bush e delle sue discutibili scelte internazionali, Wim Wenders ha presentato in concorso alla 61.esima edizione del Festival di Venezia una panoramica lucida e drammatica della instabilità emotiva ed interiore con cui gli americani convivono dal giorno dell’attacco alle due torri.


“The Land of Planty” ( La terra dell’abbondanza) ha scatenato immediatamente discussioni tra coloro che l’hanno amato e chi non ha ritrovato in esso i tratti geniali della regia di Wenders, ma giudizi stilistici a parte, credo che quest’opera meriti comunque lo sforzo ed il coraggio ( dura più di due ore) di essere vista proprio per le particolari tematiche trattate.

Infatti se Moore ci introduce all’interno di una feroce e coinvolgente satira nei confronti dell’apparato politico americano, Wenders apre il sipario sull’uomo medio, su colui che ha assistito alla prima vera ferita che il colosso a stelle e strisce ha subito inerme. Uno squarcio che, proprio per la sua drammatica evidenza, gli Stati Uniti non hanno potuto negare non tanto con il resto del mondo, quanto con loro stessi.

Ecco dunque il timore nei confronti della fragilità, l’incapacità di sostenere una nuova condizione di precarietà che ha prodotto una vera e propria reazione d’isteria. L’uomo di Wenders è un americano sconfitto due volte. Un essere sopraffatto dall’esigenza del controllo, pronto a spiare, a vedere dietro qualsiasi volto dai tratti arabi una probabile minaccia, a non comprendere le reali problematiche che affliggono il suo paese ( come una dilagante povertà) per inseguire l’incubo dell’attacco batteriologico.

Certo i mezzi visivi utilizzati possono risultare, a prima vista, retorici e fin troppo sfruttati dalla cinematografia ma il personaggio del reduce del vietnam rappresenta il baratro di una passata sconfitta mai confessata pienamente, all’interno della quale cresce e si fortifica più che mai la convinzione della necessità di uno spirito nazionalistico ancora più radicato. Ecco spiegato, dunque, l’inno americano trasformato nella suoneria di un cellulare e la bandiera ostentata così come avvenne per i giorni successivi alla tragedia dell’11 settembre.

Alcuni critici, in seguito alla proiezione veneziana, hanno riconosciuto nel “La Terra dell’abbondanza” quella visione sociale ed intimista che completa il messaggio di Moore. Uno sguardo che indaga sulla cecità, sulla perdita di consapevolezza, sulla volontà di non voler considerare ciò che accade al di fuori dei propri confini, perdendo il contatto con la realtà effettiva delle cose e rifiutando qualsiasi tentativo di comunicazione.

“All’indomani dell’attacco alle Torri – ha dichiarato in conferenza stampa il protagonista John Diehl – sembrava veramente che stesse accadendo qualche cosa di eccezionale. L’America era tutta unita intorno ai suoi morti ed il resto del mondo completamente partecipe. Alla televisione si sono viste fiaccolate, grandi dichiarazioni ed il presidente Bush che faceva visita alle comunità arabe. Nonostante la tragedia che ci aveva appena colpito sembrava esserci la speranza per continuare a comunicare, dimostrando di voler comunque dialogare con il mondo. Ma è stato solo una illusione, una mistificazione che si è rivelata con l’attacco all’Iraq, un’azione militare che non ha chiuso solamente la possibilità di una trattativa internazionale, ma che ha spinto molti americani a sviluppare un atteggiamento di chiusura nei confronti degli altri. Sono veramente deluso dalle condizioni attuali in cui si trova il mio paese, tanto da non essere più sicuro di voler continuare a vivere in una terra che si trova in tale confusione”.

Una frustrazione che Wenders esprime mettendo in luce ciò che purtroppo oggi l’America rappresenta e ciò che, invece, dovrebbe rappresentare. Un dolore mitigato dalla speranza che, un giorno, si possa trovare la strada per ricostruire una nuova identità.

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One thought on “The Land of Planty

  1. Non sto a discutere in termini cinematografici se il film è o meno di buona fattura, la regia … Mi preme di affermare che il messaggio che il film lascia allo spettatore è a mio avviso non condivisibile. In primo luogo è un film molto superficiale nell’analisi della situazione dopo 11 settembre e ricalca 1) l’idea che gli Stati Uniti sono stati attaccati da una banda di terroristi. Tutti sanno che non è vero, anzi le correlazioni con i servizi segreti, gli ordini di Bush e le esercitazioni per un Insider Job sono ormai note. Soltanto i media ufficiali negano al pubblico questa evidenza. Non ci sono smentite. Anzi, c’è da parte dell’establishment una sfacciataggine senza precedenti e lo documenta anche Moore avallando le tesi del noto libro “House of Bush House of Said”. Ad ogni modo, di seguito a questa analisi si preoccupa Wenders di 2) lanciare un messaggio di speranza quasi messianico del buon pastore che deve riuscire a portare pace e serenità nel mondo. E questo buon pastore è per Wenders il popolo americano. Sulle note della ormai leggendaria canzone di Leonard Cohen, The land of Plenty, Wenders ci lascia e lancia il suo messaggio più chiaro. Ma è patetico e ridicolo. Non è dimostrato dai fatti. Ma anche se i fatti, e la storia non debbano entrare a forza nell’opera “artistica”, non mi sembra un esortazione efficace ed incisiva a smuovere lo statunitense medio ad affrontare un elective ballot blindato, dove non c’è scelta sostanziale e non si discute di nulla seriamente.
    Questo di Wenders vorrebbe essere una lirica al nuovo che avanza in USA, un nuovo che porti speranza sulle macerie del vecchio malato.
    Ma è sempre il vecchio mondo. Il mondo dei Bush ma anche dei Kerry che inaridiscono il suolo “patrio” per colonizzare il mondo. E’ stranoto che in USA ci siano 40 milioni di poveri, e che in fin dei conti l’americano vive meglio all’estero, vedi in Italia, dove conduce una vita media oltre il benessere medio del paese che lo ospita. Ad oggi non si conoscono emigrati USA che lavano i piatti nei ristoranti francesi. Un motivo ci deve essere, non credo che sia una casualità.
    E quindi, la politica di Bush, se rieletto, porterà all’indebolimento del dollaro, per facilitare le esportazioni, aumentano la domanda di beni in Dollari e facendo ruotare l’economia. Conferma del fatto che è meglio vivere fuori dagli stati uniti che al suo interno. Questo ciclo di allargamento dei cerchi economici, altro non è che una politica di espansione. Un Kerry, semplicemente, farebbe lo stesso, senza però svendere il dollaro, dando più potere di acquisto e aumentando la domanda interna. Questo soltanto perchè è il rappresentante di una parte dell’establishment della finanza che non fa più affari sul suolo degli Stati Uniti, e ha perso terreno nelle decisioni all’estero. Economia, soltanto merci e soldi, interessi di classe e formazione di élites.

    Insomma non avevamo bisogno di messaggi di speranza che riabilitino gli USA agli occhi del mondo. Non c’è una nuova opportunità, politica si intende. Se Moore ha creato un ottimo documentario che smuove il 4 per cento dei voti, così si afferma da più parti, questo di Wenders non serve a nulla. Anzi, rafforza l’idea estetizzante, quasi mitica che davvero gli Usa siano una forza messianica posta nelle mani sbagliate, ma che se ci fossero mani giuste … Ovvero una cretinata. Cosa è successo a questo Wenders, che non ha mai sbagliato un film?.

    Ma voglio anche dire cosa credo che nel film sia funzionante.
    Credo che una cosa buona The Land of Plenty l’ha sicuramente evidenziata. Ovvero l’atmosfera e la linea emotiva dei protagonisti sono una buona approssimazione delle idee e dei sentimeni medi degli statunitensi dopo i fatti del settembre 2001. Sì. Anzi, devo dire che il punto di forza del film sta solo lì. Non nego che il messaggio finale è destinato a quel tipo di spettatore, molto identificato sulle posizioni reazionarie di partenza, prese per mano da una “suora laica” che determinano la guarigione degli schemi xenofobi e patriottici in direzione di un altare di pacificazione sia interiore che dello scacchiere internazionale … Ma purtroppo, personalmente qui è davvero troppo e non condivido questa scelta di dare al film un messaggio di speranza, non fa bene al cinema vedere questo melodramma patriottico così sfacciato.

    sia chiaro non perchè non veda soluzioni nel futuro dello scacchiere internazionale, ma non posso avallare che sia appunto la politica americana a farlo. Un Kerry farebbe peggio, ma anche se si chiamasse Moore, proprio il regista, non credo ci sarebbero dei miglioramenti. Ricordiamoci che proprio questo sentimento patriottico, messianico è la base del “New American Century”, ovveo le tesi neocon sul ruolo Usa nel mondo (guerra preventiva, etc). Ricordiamoci che Moore è autore di un libro sulle corrispondenze di guerra dall’Iraq dei soldati americani nel quale sostiene una tesi del tipo “questa è una guerra ingiusta”, “avranno mai più fiducia in noi i nostri ragazzi?”. Al caso e alla bisogna ci possono essere guerre giuste, questo dice Moore. Che tra l’altro è un patriottico serio, non un guerrafondaio. Guerre giuste non esistono, a maggior ragione per gli USA, che non fanno mai guerre di difesa, ma dalla seconda guerra mondiale in avanti, soltanto guerre di sterminio e di conquista. Seguendo i soldi dei maggiori investitori internazionali, sovranazionali. Possono essere oggi i Petrolieri, i Farmaceutici, i Chimici, etc. Domani quelli del Ketchup o della Maionese, o della Pizza. Il target sono i soldi, la macchina da guerra non si ferma. La guerra è permanente. Punto. Il film ci vuol dire proprio che il mondo può essere migliore, e Wenders indica come, cioè cambiando leadership alla Casa Bianca. Il film senza dubbio ha queste finalità e vorrebbe muore un altro 4 per cento. Ma non ci riuscirà, e anche se fosse, tutto si muoverebbe ma nulla cambierà. Penso che Wenders non abbia in fondo sbaliato film, anzi, ma “politica”. E’ vero che negli USA i leftist si sono smossi avvertendo in Bush un “pericoloso figuro” da rimuovere assolutamente ed hanno fatto “fronte comune” con una campagna elettorale senza precedenti. Ma il loro attivismo non ha sostanza, si sono mossi, è vero, ma non cambieranno nulla.

    Mi aspettavo da Wenders meno intimismo e introspezione, ovvero meno pacificazione interiore ma opposizione, critica, resistenza, attacco ai sistemi condivisi dalle èlites. ed invece nulla, una slavata di capo ai più facinorosi (un ex marine paranoico – emblema degli USA di provincia e tipo Rifle Association) tramite una “giovane star” della protagonista di un serial TV USA che è passato anche in Italia, onestamente e palesemente reazionario, parlo di Dawson Creeck. Non mi sembra un caso!
    Certo la scelta è logica e coerente internamente con il film, ma che purtroppo è cosa che in politica porta la destra al centro (almeno nella vecchia europa) e i repubblicani verso i democratici, in un percorso classico di ravvedimento.

    Parliamoci chiaro, Clinton è riuscito a passare alla storia come un presidente che si faceva fare pompini dalla Lewinsky. Copertura classica alle nefandezze politiche che tutti dimenticano, ovvero i bombardamenti sistematici in Iraq, non ha mai smesso di agire nelle influenze sudamericane. In buona sostanza, il sistema binario è stato inventato per non smettere mai di andare avanti, o1o1, in sequenza, come i computers, senza coscienza. Molti confondono la sequenza con l’alternativa. Grosso errore. Brutto Wenders.

    Con rispetto delle idee altrui.

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