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Quando il Mobbing entra in caserma

a cura di Lisa Biasci

Quando il Mobbing entra in caserma/ Sos Mobbing dalla caserma dei Carabinieri

L’incredibile storia di una “discriminazione”in uniforme

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“Mi chiamo G.C. e sono un maresciallo dei carabinieri in servizio presso l’Arma dal 1971 e sono vittima di mobbing”.


Per ovvie ragioni di privacy i nomi e alcuni dati in riferimento a persone e luoghi saranno omessi.

Comincia così una chiacchierata con G., un uomo “perbene” di cinquantuno anni di cui trentanove spesi presso l’Arma dei Carabinieri. “Con fierezza”mi dice, perché vede, si può solo fare per scelta una professione come la mia”.

Le uniche costanti della sua vita, ripete “tanta passione e tanto coraggio”, sin dai tempi in cui ha prestato servizio a Palermo, nell’antidroga prima e poi, in seguito, nell’antimafia. Settori operativi, di impegno quotidiano a fronte di mille pericoli,che ha dovuto abbandonare all’insorgere dei sintomi di una malattia non tanto conosciuta che poi i medici hanno diagnosticato come “morbo di crohn”.

Una patologia cronica dell’intestino, di tipo tumorale, che gli è stata “riconosciuta” come invalidante e gli ha avvalso anche l’attribuzione di un’invalidità per servizio e una decorazione speciale dell’Arma, “il distintivo d’onore”.

Tanto onore ma poca gloria, perché insieme alla malattia arrivano presto i primi guai. Guai che parlano di difficoltà fisiche e psicologiche che abitano tra le quattro mura degli uffici dove è costre tto a lavorare. Lavoro di scrivania, sì, ma a quale prezzo?

Da qui parte la storia tipica del “sottobosco” del mobbing, fatto di trasferimenti, e demansionamenti continui e poi accertamenti su accertamenti, visite mediche chirurgiche ed anche neuro-psichiatriche. E queste “comandate”.

Ma il morbo di Crohn non conduce alla malattia psichiatrica. G. lo sa bene, partecipa ai convegni medici sull’argomento e consulta il parere dei massimi esperti nel campo.

Così quando viene trasferito presso l’ufficio di rilevazione dati del suo comando, e questo ufficio viene ubicato in una specie di magazzino “fatiscente”, non manca di fare una segnalazione ai suoi superiori delle gravissime condizioni igieniche e sanitarie del luogo.

In tutta risposta gli viene “ordinato” di effettuare una visita psichiatrica in cui si certifica che il nostro non possa riprendere servizio ma venga sottoposto ad altri accertamenti.

G. allora si sottopone a visite private presso le strutture pubbliche della sua zona che non confermano le diagnosi dell’ambito militare. Ma anche questi pareri vengono rigettati.

Non si capisce come e perché, ma improvvisamente “sanato psicologicamente”, riesce a tornare in servizio. Gli riconoscono quel carattere da “carabiniere” che è necessario per ritornare al lavoro. Si chiama “la rigidità dell’io”, la qualità che sembra essere indispensabile per le forze di polizia.

Ma arriva il secondo trasferimento. Questa volta presso l’ufficio dell’infermeria del suo Comando dove resterà per sei anni. Ma anche da lì, viene trasferito, questa volta per incompatibilità ambientale.

Citare la Cristina Comencini e al suo recente affresco di come “essere impiegati ma impiegati male” potrebbe essere banale. Ma è davvero arduo raccontare questa storia e non pensare alle vittime del bossing/mobbing dell’azienda Italia.

A questo punto della storia, il nostro è al suo terzo e non ultimo trasferimento.

Ufficio Ricezione denuncie con una qualifica da contabile che in realtà lui non possiede. Viene iscritto ad un corso di formazione che risulterà poi un corso fantasma, su “base volontaria” si dice, ma fantasma resta, perché in realtà questi corsi non partiranno mai.

Continua a svolgere mansioni “da scrivania” che non gli spettano ma che ricadono sotto la sua responsabilità perché nell’ufficio è comunque il ”più alto in grado”.

Si rivolge allora al Tar, alla giustizia amministrativa e chiama in causa l’Arma. Il tribunale accoglie tutte le sue pretese, e per ben tre volte, dichiara stop ai suoi trasferimenti repentini ed immotivati.

Il nostro è uno che ricorre al Tar e dunque, secondo taluni, un contestatore della gerarchia. Insomma un personaggio scomodo, anzi scomodissimo da gestire.

La situazione precipita nei primi giorni di settembre del 2001. Ricoverato all’ospedale civile per un banale disturbo intestinale, viene dimesso poche ore dopo, quando scopre che per l’Arma deve presentarsi non in ufficio ma direttamente all’ospedale militare. Ci va, e anche più volte e ogni volta che chiede di sapere perché stia lì, nessuno glielo dice. Nè all’ospedale gli fanno una diagnosi.

In assenza di provvedimenti medici di alcun tipo, gli viene chiesto anche di riconsegnare l’arma in dotazione personale.b>”Ma l’arma ricade sotto la mia esclusiva responsabilità ed io sono tenuto a consegnarla solo in caso di degenza in luogo di cura”.

Questo prevede il regolamento e lui lo applica fino infondo richiedendo la ricevuta scritta e giustificata di questa richiesta da parte dei suoi superiori. Gli viene negata, ma poi successivamente concessa. Quindi, via l’arma ai suoi superiori in cambio della ricevuta.

Un melting pot veramente concentrato di comportamenti contraddittori, di forzature,di eccessivo isolamento, di domande che restano senza risposta, di mancanza di trasparenza.

Sì, di trasparenza anche all’accesso agli atti e ai documenti personali, ai referti medici che lo riguardano di cui non riesce ad entrare in possesso.

Ed allora ricorsi su ricorsi e pressioni continue attraverso il suo legale. Ed a forza di “carte bollate” alcuni risultati arriveranno.

Quando la cartella clinica gli sarà finalmente consegnata, il maresciallo apprenderà la diagnosi dell’ospedale militare: “un recente episodio di recidiva ileale di morbo di Crohn in soggetto in corso d’approfondimento psicodiagnostico”.

Insomma lo stato mentale del maresciallo sembrerebbe più a rischio del suo povero intestino?

Per quei medici sì; ma il referto medico stilato da una commissione militare “di 2^ istanza”– ha chiaramente diagnosticato il caso del maresciallo, come quello di una vittima di mobbig.Il caso di una vittima di mobbing all’interno dell’Arma.

Questa vicenda proseguirà a breve anche tra le pagine della giustizia civile e solo una sentenza equa potrà ricompensare,almeno dal punto di vista patrimoniale,le sofferenze patite dal maresciallo.

Qui termina, per adesso, il racconto di un uomo perbene, la storia di un carabiniere che chiede giustizia e onore, di là dai cancelli della caserma.

Onori che parlano di riscatto, di rispetto, di dignità umana e che vanno ben oltre gli onori e gli incensi di quelle medaglie che si è già meritato sul campo.

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One thought on “Quando il Mobbing entra in caserma

  1. Conosco la vicenda del collega. La mia è peggiore di quanto successo a lui. Per ogni vicenda posso scrivere un libro. Esprimo solidarietà al collega ed invito quei superiori dell’arma dei cc a guardarsi allo specchio la mattina quando tentano di radersi.
    I personaggi scomodi vengono sempre psichiatrizzati come nel mio caso.
    Infatti adesso sono in pensione per riforma con il massimo e grazie ad una sentenza del Tribunale militare di Padova che afferma che forse sono da riformare. In maniera supina l’amministrazione coglie al balzo il suggerimento.
    Chiunque ha necessità di informazioni riguardante il mobbing mi contatti al 3403642002 Vicebrigadiere nei CC. in quiescenza Francesco DI FIORE attualmente Consigliere Comunale nei DS del Comune di Monfalcone.
    Tanti auguri a tutti, vessatori compresi.

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