Censurati.it

Padroni di niente, servi di nessuno

Padre separato e non affidatario: cosa fanno i Servizi Sociali per i minori?

Di Lisa Biasci

Dalla finzione alla realtà, tra la mancata applicazione della legge sull’affidamento condiviso

(L. 54/06) e la storia amara di un uomo e padre onesto che non vede più suo figlio

Leggetelo, l’ultimo romanzo di Gianni Biondillo “Nel nome del padre” edito da Guanda (2009). L’autore è un architetto-scrittore molto attento ai problemi della famiglia, dei padri e dei separati; fa anche parte della redazione di Nazione Indiana.

Il romanzo prende le mosse dalla legge 54/06 “Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso”.

Una legge piena di falle e di buchi, di cui anche il suo estensore il prof. Marino Maglietta lamenta le grosse modifiche apportate dal governo per la sua approvazione. Una legge importante comunque perché sancisce il diritto della bi genitorialità e riconosce i diritti di entrambi i genitori dopo la separazione.

Perché di minori e di padri separati, si parla nel romanzo, ma è soprattutto nella vita che se ne incontrano di papà separati che vivono vite separate e alienate dai loro figli, per volontà delle madri spesso uniche affidatarie della prole.

Dal romanzo alla realtà, allora, vi riportiamo il caso del professionista romano che ormai non vede il figlio da più di tre anni e di cui vi abbiamo spesso raccontato nelle pagine di Censurati.

Ebbene, a fronte di una separazione giudiziale ad alta conflittualità e alla fine di una sentenza di primo grado giunta dopo quattro anni di dibattimento, il minore è stato domiciliato presso la madre nella casa di proprietà del padre, ma affidato ai Servizi Sociali di Ostia (Roma) sino alla maggiore età.

RISULTATO: il nulla. I servizi Sociali lamentano come sempre che non hanno il potere di intervenire, che la madre è fortemente ostativa, che non collabora in alcun modo e che il minore ormai giunto all’età di quindici anni è orami totalmente compromesso. E cosa fanno? NULLA. Niente. Assenti perché impossibilitati ad intervenire.

Ma insomma, ma non siete voi, i S.S. tutori del minore sino alla maggiore età?Non dovreste Voi, SS adoperarvi con ogni mezzo utile per facilitare la ripresa dei rapporti tra il minore e il padre?Non dovreste, Voi, porre un controllo severo sulla madre che impedisce- come voi avete costatato più volte- il rapporto tra il minore e il padre?

Non dovreste Voi pressare la madre con interventi, telefonate, visite a casa, richieste etc.in maniera tale da contrastare il potere di controllo che ha sul minore? Non dovreste Voi aiutare il minore con incontri guidati, protetti con operatori specializzati? Non dovreste Voi informare il padre dei progressi o delle difficoltà incontrate dal minore a scuola o nella vita di tutti i giorni visto che il padre non ha più notizie di lui?Non dovreste voi relazionare al tribunale gli sviluppi sul caso in modo che il magistrato incaricato possa intervenire sanzionando il genitore inadempiente?

E che cosa fate? Nulla di tutto ciò. Nulla delle ipotesi sopra immaginate. Niente.

Ebbene, nel nome del padre e del minore, vi chiediamo di recuperare un briciolo di orgoglio, cari servizi sociali di Ostia, e di lavorare seriamente al caso.

Continuare a spargere questo assurdo seme dell’impossibilità a intervenire e a sanzionare, è una responsabilità gravissima che si assumono oltre ai Servizi, anzitutto e principalmente la magistratura, tutte le volte che esclude un genitore dall’affidamento senza che da lui possa venire al figlio alcun pregiudizio; tutte le volte che non sanziona il genitore inadempiente; tutte le volte che non vigila sui servizi sociali affinché facciano il loro dovere. Bene e presto.

Ma non solo: anche quando la magistratura tradisce la legge sull’affidamento condiviso, stabilendolo ma emarginando un genitore con una frequentazione minimale, non affidandogli compiti di cura e negandogli il mantenimento diretto.

Ed è anche una responsabilità di quella parte dell’avvocatura che non suggerisce questa partecipazione al cliente, che non osa per paura del giudice (“tanto le dicono di no”) o che, semplicemente, non ha approfondito sufficientemente la nuova normativa e trova più comodo seguire i vecchi schemi.

E’ una cultura che va cambiata, alla quale si deve dire di no vigorosamente e concretamente. Prima di tutto rivisitando la legge 54/06, in modo da renderne ineludibile il messaggio. Ad esempio, intervenendo sui Servizi, snellendo le fasi peritali che servono solo a peggiorare le patologie dell’allontanamento in seno alla famiglia, pronunciando sentenze che siano secondo giustizia, ad hoc per i minori ed entrambi i genitori, ed ancora, aiutando i padri separati che sono sempre irrimediabilmente esclusi dalla vita dei loro figli. Last but not least, dando impulso alla mediazione familiare affinché si possano correggere comportamenti discorsivi per opera del genitore in adempiente e sanzionandolo a dovere come accade nei moderni paesi occidentali, escluso il nostro.

Commenti Facebook