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Padroni di niente, servi di nessuno

Renata Revelant. Un infortunio senza risarcimento

«La mattina del 26 marzo del 1991, per me era un giorno come tutti gli altri. Da 18 anni lavoravo in una conceria la De’ Medici & co. Srl di Milano, tutte le mattine facevo lo stesso percorso per arrivare in via G.B. Grassi n. 15. Da quasi vent’anni avevo la stessa mansione di classificatrice di pelli nel magazzino dell’azienda. Ricordo che in quel periodo c’era un gran lavoro, c’era una fiera ed il mio caporeparto alle 8.00, appena arrivata, mi disse di andare ad aiutare a terminare il lavoro di concia dei visoni al piano inferiore, perché un cliente aveva urgenza di ritirare le pellicce. Andai nel reparto di conceria, un luogo a me totalmente sconosciuto, non sapevo proprio come si lavorava lì.»

Renata Relevant aveva sempre avuto la sua mansione in magazzino al primo piano; capì l’esigenza e non si sottrasse al compito che le era stato impartito. Inizialmente non era sola, aveva una sua collega accanto, in mezz’ora, mentre il macchinario era acceso le ha sommariamente spiegato quello che doveva fare. Renata racconta che le disse: -Le pelli si mettono in questo modo… fai così, e così… fu abbastanza sintetica- come se fosse sufficiente mezz’ora per imparare il funzionamento di un macchinario. Renata sapeva solo che la macchina era accesa, non era in grado neppure di spegnerla. Tutta la mattina la trascorse lì, poi andò in pausa pranzo e dopo una ventina di minuti che aveva ripreso il lavoro, una pelle di visone più dura delle altre, le avvolse le dita della mano destra e gliela fece scivolare fra i rulli superiori ed inferiori. Renata urla, gli altri operai scappano probabilmente a chiamare i soccorsi, la sua mano era stata tirata completamente dentro il macchinario, mentre cercava di rimanere lucida per trovare il pulsante rosso.

Lo trovò e con tutta la forza si allungò con l’altro braccio e riuscì ad arrestare il macchinario. Il dolore era forte e non poteva muoversi. Intanto arrivarono due operai meccanici ed il caporeparto per svitare i rulli per sottrarre la sua mano. Renata racconta: «Il tempo non passava mai! Quando fui liberata, istintivamente mi guardai la mano: era un foglio di carta! Non si muoveva, era tutta spappolata e bianca. Mi portarono in infermeria. Dopo qualche minuto, arrivò l’ambulanza, ma non sapeva dove portarmi perché tutti gli ospedali di Milano erano pieni. Finalmente al Galeazzi c’era spazio, mi sistemarono in corridoio. Qui mi riempirono di sedativi, mi fecero radiografie, flebo. Il dolore era sempre più acuto ed intenso, d ero inquieta, pensavo a mio marito che era all’oscuro di tutto.»

La notte fu lunghissima, ogni ora andavano i medici ad ispezionare la mano, che intanto si gonfiava perché il sangue non defluiva a causa del trauma: c’era da amputare l’arto. Il giorno seguente cominciarono le operazioni. Mentre anche il marito di Renata aveva le sue difficoltà, è poliomielitico, faceva fatica a camminare, l’ospedale era dall’altra parte di Milano rispetto alla loro abitazione e al suo luogo di lavoro. Doveva prendere il taxi ogni volta per andare dalla moglie che dal letto dell’ospedale gli insegnava come fare le faccende di casa, annotava tutto su un biglietto. Intanto in azienda gli facevano pressioni perché doveva chiedere continui permessi per assistere la moglie.

I medici avevano fatto di tutto per salvare la mano a Renata, in trenta giorni di ospedale le fecero due operazioni, tutti i giorni medicazioni e camera iperbarica. Le tagliuzzarono tutto l’arto, poi le misero dei fissatori esterni e dei fili di Kirschner per tenere il braccio dritto ed unito. Non restava che aspettare. Ed incominciò la sua alternanza: “un mese a casa” ed uno ricoverata in ospedale per gli interventi chirurgici. Le ferite dovevano rimarginarsi e lei doveva nel frattempo andare ogni giorno all’ospedale Galeazzi, perché era l’unico con camera iperbarica. Doveva andare in taxi, con i mezzi pubblici avrebbe dovuto cambiare tre volte autobus e non poteva rischiare di aver strattonamenti e spinte perché avrebbero compromesso l’armamento che immobilizzava il braccio.

Renata dice: «La pelle della mano era ridotta a brandelli. Ogni tanto vedevo i miei tendini argentei attraversare le ferite che non si chiudevano, piangevo e mi disperavo. L’ultimo tentativo fu effettuato presso la clinica S. Ambrogio, il dottor Morelli mi fece il cosiddetto intascamento. Così rimasi altri 30 giorni con la mano “incollata” alla pancia, per riprendermi la pelle del dorso della mano. Fortunatamente il tutto attecchì bene, anche se il mio arto è rimasto un po’ bruttino, storto, scuro, insensibile e poco ubbidiente ai comandi del mio cervello. Appartenevano al passato le cinque operazioni avute in un e mezzo e la camera iperbarica. Ora cominciava la fisioterapia». Risolto apparentemente il problema fisico, sarebbe cominciata la parte burocratica.

Renata si recò all’Inail per la visita, il collegio dei medici le visionò la mano e le diedero 40 punti di invalidità. In precedenza, dopo un mese di ospedale, Renata aveva avuto la visita da parte dei carabinieri, le chiesero dell’incidente e lei raccontò quanto accaduto. L’Inail, dopo il rapporto dei carabinieri intentò una causa contro la De’ Medici, in seguito furono riscontrate diverse inadempienze. Il macchinario della conceria aveva un sistema di sicurezza, ed era stato rinforzato circa 5 anni prima con una aggiunta di plexiglas, quando un’altra operaia aveva avuto un infortunio alla mano, nelle stesse modalità con cui successivamente è accaduto a Renata, ma con un danno lieve perché fu arrestata in tempo. «Quella protezione non è servita a nulla, – racconta Renata- perché quando la pelle s’incastrava dentro i rulli, trascinava anche la mano ed il plexiglas si rompeva». Dopo due anni di calvario processuale, il giudice riscontra le violazioni da parte dell’azienda, l’operaia ha ragione, dev’essere risarcita: non doveva essere lì perché non era la sua mansione.

Renata afferma: «Vana gloria fu la mia ragione! La ditta era fallita e di conseguenza era senza soldi. Per gli operai ci sarebbero stati gli ammortizzatori sociali per un po’. Mentre la ditta con lo stesso marchio continuava a produrre in ben due stabilimenti: uno in Russia ed uno in Canada. Ed io non ho ricevuto nessun rimborso dei 167 milioni di vecchie lire che avrebbero dovuto risarcirmi. Com’è possibile che non ci siano controlli in Italia e all’estero sulla storia degli imprenditori, possono continuare la loro attività d’impresa tranquillamente altrove dopo un fallimento? Probabilmente mantenendo anche rapporti con imprese italiane per assicurarsi le importazioni. Ricordo che prima del mio infortunio, alcuni macchinari furono portati via, e vennero a fare affiancamento nell’azienda, per imparare il lavoro, circa una decina di indiani canadesi. Dunque tutto era stato già deciso alle spalle degli operai. Non è possibile che i lavoratori vengano abbandonati così, un paio di anni di mobilità e poi bè…ora arrangiatevi». La ditta continuava a guadagnare e lo Stato italiano, o meglio i cittadini, pagavano per gli errori dirigenziali: gli ammortizzatori sociali. L’unica consolazione fu un rimborso di 40 milioni dell’assicurazione, ma che non cambiano di molto la situazione.

Infatti dopo quindici anni Renata sottolinea:«Ancora oggi faccio fatica a fare tutto. Con la mia mano ci convivo notte e giorno, mi fa sempre male, non riesco a tenerla neanche dritta, fatico per qualsiasi cosa: per lavare i piatti devo aiutarmi con l’altra mano perché non ho la sensibilità per stringere con forza, per bere un bicchiere d’acqua devo tenerlo con entrambe le mani, devo scrivere in stampatello in corsivo non riesco più e mi stanco molto. Da quando mi sono fatta male quel macchinario non ha lavorato più, fu messo sotto sequestro, ma ben due persone hanno rischiato sulla propria pelle, sempre per lo stesso motivo, mi ritengo fortunata perché spesso penso a tutti coloro che perdono la vita sul posto di lavoro, non è possibile che le aziende non tutelino per niente la salute e la vita dei propri operai».

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