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Padroni di niente, servi di nessuno

Lettera aperta ad Attilio Bolzoni di Repubblica

di Enrico Tagliaferro

Egr. dott. Bolzoni,

Nel suo articolo pubblicato il 24 luglio 2009 a pag. 11 di Repubblica, dal titolo “Dalla svista su Riina a don Vito i misteri del generale-negoziatore”, Lei ritorna per l’ennesima volta sulle insinuazioni, cui ormai abbiamo fatto l’abitudine riguardanti la cattura di Totò Riina e la mancata perquisizione del suo covo da parte delle forze dell’ordine.

In linea generale La inviterei a leggere il mio pezzo citato, perché bastevole, grazie al corredo di documenti e fotografie, ad annichilire la maggior parte delle leggende metropolitane nate su quella vicenda, alcune delle quali Lei purtroppo nel suo articolo riprende puntigliosamente.

Ma in particolare vorrei contestarle in questa sede, alcune sue affermazioni, per le quali Le sarei grato qualora Lei potesse fornirmi ulteriori chiarimenti.

Quando Lei parla della mancata perquisizione della villa di Riina, definendola una pesante “ipoteca”, mi pare di doverle ribattere che la sentenza di assoluzione di Mori e Ultimo a Palermo, dovrebbe avere dissolto per sempre questa “ipoteca”, mentre invece continuiamo a leggerne sui giornali.

Dalla sentenza emerge una circostanza semplice e chiara: i documenti eventualmente presenti nella villa di Riina, non si sarebbero potuti salvare neppure con un’immediata perquisizione, i carabinieri lo sapevano, hanno consigliato a Caselli strategie investigative più utili di una perquisizione inutile e che avrebbe “bruciato” ogni altra pista, e Caselli le ha avvallate ed accettate in piena coscienza e consapevolezza.

Quindi questa storia della mancata perquisizione, è solo fango che qualcuno continua a sollevare.

Quando Lei, Bolzoni, spiega ai suoi lettori che il giorno della cattura del Boss i CC del ROS “lasciarono a posto tutto il resto”, dimentica di spiegare alcune cose fondamentali, ed una di queste è che non si conosceva l’esatta ubicazione del covo di Riina (il boss fu arrestato ad 1 km di distanza dal suo quartiere di residenza), per cui diventava piuttosto complicato perquisirlo con un blitz repentino (Si trattava di perquisire decine di appartamenti a tappeto, senza sapere esattamente quale di questi fosse il covo del boss), tanto repentino da impedire che i presenti (moglie di Riina e mafiosi attigui) potessero distruggere eventuali documenti compromettenti.

E questo è scritto chiaramente in sentenza.

Se Lei omette di scriverlo, i suoi lettori si fanno un’idea sbagliata.

Poi Lei parla di «operazione sbirresca», insinuando che non si sarebbe trattata di un’operazione investigativa “pulita”, ma di uno scellerato baratto stipulato da carabinieri senza scrupoli con forze criminali concorrenti di Riina, ai quali l’arresto del boss doveva aprire la strada.

In questa sede io mi limito a rimarcarle che per dire, come ha detto Lei, che quest’operazione “sbirresca” sia stata “contrabbandata come «più grande successo antimafia» dopo le stragi siciliane del 1992”, (essendo invece qualcos’altro, come ad esempio un baratto), bisogna che ciò sia provato.

Mi pare che Lei stia mettendo il carro davanti ai buoi, perché per il momento, in assenza di prove contrarie, questo E’ E RIMANE IL «PIÙ GRANDE SUCCESSO ANTIMAFIA» DOPO LE STRAGI SICILIANE DEL 1992”, risultando ancora come l’arresto del più pericoloso capo della mafia latitante da decenni. Una robetta da nulla.

Ma il mondo è pieno di contrabbandieri, può darsi che abbia ragione Lei.

Quando poi lei rammenta che i giudici della III sezione del tribunale di Palermo hanno scritto che «Il fatto non costituisce reato», dovrebbe però anche rammentare che gli stessi giudici, a fianco di quelle paroline, hanno scritto anche questo:

“In conclusione, gli elementi che sono stati acquisiti non consentono ed anzi ESCLUDONO OGNI LOGICA POSSIBILITÀ … di affermare che la condotta tenuta dagli imputati nel periodo successivo all’arresto sia stata determinata dalla precisa volontà di creare le condizioni di fatto affinché fosse eliminata ogni prova potenzialmente dannosa per l’associazione mafiosa.”

Detto in italiano più semplificato, secondo i magistrati Mori e Riina NON HANNO ASSOLUTAMENTE BRIGATO (PERCHE’ E’ ESCLUSA OGNI LOGICA POSSIBILITA’ CHE L’ABBIANO FATTO) AFFINCHE’ FOSSERO ELIMINATE LE PROVE DANNOSE PER LA MAFIA, OVE QUESTE FOSSERO PRESENTI NEL COVO DI RIINA.

Non l’hanno fatto. D’accordo Bolzoni? E allora perché continuare ad insinuare che l’abbiano fatto? Ah…quanto vorrei saperlo.

Quindi, nessuna contraddizione, nella sentenza, nessun dubbio. Una assoluzione chiaramente motivata, e con totale sollevazione di responsabilità soggettive da parte del ROS.

E quando sempre Lei poi scrive anche che i CC “Avevano intrappolato Totò Riina, avevano giurato di «tenere sotto controllo» la villa”, dice un’altra imprecisione che alla fine produce il brutto risultato di farci giudicare male il ROS, pensando che sia un’accozzaglia di spergiuri.

Diciamo la verità, Bolzoni. I carabinieri non potevano aver giurato di tenere sotto controllo “LA VILLA”, perché non si sapeva dov’era, la villa. Ed infatti rileggiamo il passaggio della sentenza a cui lei fa riferimento, dove si può vedere che la cosa suona diversamente:

“Nella nota, il Procuratore distingue due momenti diversi, riferendo che “nelle ore successive all’arresto del Riina, vari ufficiali dell’Arma, in particolare del ROS ebbero a manifestare che i vari luoghi di interesse per le indagini, in particolare il complesso Immobiliare (di via Bernini), erano SOTTO costante ed attento CONTROLLO e che era assolutamente indispensabile, per non pregiudicare ulteriori importanti acquisizioni, che dovevano consentire di disarticolare la struttura economica e quella operativa facente capo al Riina, evitare ogni intervento immediato, o comunque affrettato”

Quindi, Bolzoni, non “la villa”, sotto controllo. Ma “il complesso Immobiliare di via Bernini”.

Complesso recintato con tanto di cancello d’ingresso. Capisce la differenza? Se si promette di tenere sotto controllo la villa, e poi non si fa per qualche giorno, è grave, perché qualcuno potrebbe portare via dei documenti, o una cassaforte, nel frattempo. Ma se si promette di tenere sotto controllo un complesso immobiliare e poi si interrompe il controllo per qualche giorno perché la zona pullula di giornalisti, non significa nulla né cambia nulla.

“e invece se n’ erano andati. “

Perché erano arrivati i giornalisti. Ovvio che se ne siano andati.

“Quattro o cinque ore dopo avevano smontato le telecamere intorno al covo di via Bernini,”

Falso, falso. L’unica telecamera presente era sul furgone-civetta, e non poteva riprendere nulla di utile, perché era esterna al complesso immobiliare, che era recintato (vedi fotografie “Google-map” nel mio articolo http://cronachedallimbecillario.splinder.com/post/19968342#19968342 ). Dopo l’arresto il furgone dovette spostarsi per ovvie ragioni, e per ragioni ancor più ovvie la telecamera se ne andò con lui. Ma NON ERA una telecamera puntata sul covo di Riina, e non RIPRENDEVA NULLA DI UTILE.

ALTRE TELECAMERE, quelle che lei si inventa “intorno al covo di via Bernini” NON NE ESISTEVANO. Lei mente, Bolzoni.

“avevano assicurato al procuratore Caselli che erano ancora lì, ma per diciannove giorni la villa fu un porto di mare.”

Mi piacerebbe avere maggiori delucidazioni su queste “assicurazioni” date al procuratore Caselli. Soprattutto perché sul suo quotidiano (Repubblica), l’8 novembre 2005, a pag. 27, io ho letto questo:

“L’ ex procuratore di Palermo, Giancarlo Caselli ha “assolto” il generale dei carabinieri Mario Mori, attuale direttore del Sisde, ed il capitano “Ultimo”, sotto processo per favoreggiamento a Cosa nostra per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina, compiuta 19 giorni dopo il suo arresto nel gennaio 1993. «C’ era e c’ è totale fiducia in Mori», ha affermato ieri Caselli in aula. Caselli dice che dopo la cattura del boss il Ros dei carabinieri suggerì di non perquisire subito la villa e sospendere il controllo. «MORI RIFERÌ – ha sostenuto Caselli – CHE L’ ATTIVITÀ DI OSSERVAZIONE VENNE SOSPESA PERCHÉ IL PERSONALE ERA STATO NOTATO».

Che è esattamente il contrario di quanto ha scritto lei. Carta canta.

“Entrarono tre o quattro mafiosi che – sereni e tranquilli – lo ripulirono. Perché andarono così le cose? «Una dimenticanza», disse il colonnello. Fu smentito clamorosamente dal «diario» di un procuratore aggiunto, che aveva preso nota di tutti i suoi rapporti in quei diciannove giorni di falso controllo del covo. “

Che è quel diario dove quel procuratore aggiunto ha annotato un incontro con Mori in data 27 gennaio 93 a Caltanissetta, ed in cui si leggeva: seppur la procura sollecitasse l’effettuazione di una perquisizione nella villa di via Bernini, l’allora colonnello Mori “sembra non avere urgenza e dice che l’osservazione del complesso di via Bernini stava creando tensione e stress al personale operante, accennando alla sua sospensione”, mentre è stato accertato nei processi, ed è agli atti, che quel giorno Mori non fosse affatto a Caltanissetta, ma nell’aula bunker di Rebibbia, INSIEME AD INGROIA, PER INTERROGARE CIANCIMINO.

Quindi prima di affermare che quel diario sia in grado di “smentire clamorosamente” qualcosa, visto lo sfondone che conteneva, bisognerebbe pensarci due volte, non trova, Bolzoni?

“Perché si comportarono così quei carabinieri?”

Glielo spiego io, ripetendole tutte cose scritte in sentenza:

1) Perché non conoscendo l’ubicazione della villa, per perquisirla avrebbero dovuto prima individuarla, allarmando gli occupanti che avrebbero distrutto i documenti. Più che il rischio di perdere i documenti comunque c’era la certezza. Così è scritto in sentenza. Poteva dare più frutti continuare ad indagare in modo riservato per smantellare l’organizzazione, specialmente controllando i Sansone. Caselli su tutta questa strategia investigativa, fu completamente d’accordo, e dispose in questo modo, pienamente cosciente e consapevole. E’ tutto in sentenza.

2) Semplicemente nei giorni successivi l’arresto i ROS allentarono la sorveglianza del complesso immobiliare perché a causa di una “soffiata” della territoriale (vedi “Ripollino”, nome che non leggo mai, in certi articoli) questo era stato segnalato ai giornalisti che gironzolavano in zona. Mi pare che ci fosse anche Lei, Bolzoni, mi corregga se sbaglio.

Per il resto, e vale a dire sulle ipotizzate protezioni date dai ROS a Provenzano, mi limito a rilevare che per ora procedimenti giudiziari conclusi e già andati a sentenza, hanno stabilito che se c’era qualcuno che nel 2002 cercava di arrivare a Provenzano mediante sorveglianze telefoniche e soprattutto ambientali del boss Guttadauro e della famiglia Eucaliptus, questo era proprio il ROS, e che se invece c’era qualcuno che avvisava gli stessi Guttadauro ed Eucaliptus della sorveglianza indicandogli dove fossero piazzate le cimici, queste erano “talpe”, funzionari della Polizia Giudiziaria al servizio negli uffici di quella Procura della Repubblica di Palermo che oggi rappresenta ancora una volta la pubblica accusa del Generale Mori.

E pensi che scoop, Bolzoni, se ad essere intercettato mentre chiacchierava con l’Ing. Aiello, “darling” di Provenzano, della ristrutturazione della sua casa al mare, non fosse stato il PM Ingroia, ma il Generale Mori. Che cosa ci avrebbero cucito sopra certi giornalisti!

Come minimo sarebbe diventato immediatamente un indizio schiacciante del patto scellerato “Mori-Provenzano”. Come minimo.

Cordialità.
Enrico Tagliaferro

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